Ogni lettera di guerra contiene perciò uno sguardo retrospettivo al passato e uno sguardo in avanti verso il futuro

Seconda facciata dell’ultima lettera di Paolo Dante Stoini. In INSMLI (http://www.ultimelettere.it/). Fonte: Martina Scotto, Op. cit. infra

Le parole che rientrano nel campo lessicale della patria, afferma Gibelli, servono a dare un senso a una morte senza senso. Sono termini che vengono consapevolmente invocati come mezzi di resistenza di fronte al dolore e alla morte <149. Lo strumento linguistico, l’evocazione di concetti patriottici di valore e onore servono a fronteggiare le emozioni. Se numerose sono le lettere piene di sentimento religioso, complessivamente minoritarie sono quelle in cui tale sentimento caratterizza consolatoriamente il morire. La convinzione religiosa rimane testualmente in secondo piano e in queste lettere, entro questo tema, tendono ad appannarsi differenze di convincimenti, salti di cultura o di espressività. Tuttavia, vi sono casi in qui troviamo la designazione eufemistica del morire come ‘passaggio’ in un mondo rappresentato come migliore, sollievo dalla guerra e dalla sofferenza:
‘Mamma adorata. È il mio ultimo saluto nel quale c’è tutto il mio cuore e la mia anima. Ti lascio, ma per ritrovarci più tardi lassù riuniti per sempre. Questa riconsolante certezza ti dia la forza di continuare a vivere sino a che il buon Dio vorrà che torniamo accanto l’una all’altro, come mai purtroppo lo potemmo a lungo durante la vita’. […] <150
Ci sono casi in cui prevale un significato di ordine negativo. Questa seconda modalità ricorre con maggiore frequenza. Non si designa la morte, ma ciò che con essa viene meno: nella lettera lo scrivente accentua intensivamente la residua temporalità della vita, della sua vita che sta per chiudersi. Le ultime parole significano la brevità dello spazio di vita residuo, come in qualcun altro sono i momenti o ancor meno gli istanti. Questa brevità rende intenso l’ultimo slancio affettivo, quando vi sia e ne sia sostenibile la comunicazione: «non sappiamo ciò che sarà di noi / domani forse non saremo più» <151.
Alcuni sublimano la morte nelle metafore del sacrificio: in Giuseppe Robusti la morte diventa un «epilogo fatale e impreveduto» e riesce, grazie alla sua educazione scolastica, a spiegare la propria morte come un morire progressivo, paragonandola a una cecità che avanza piano piano con l’età:
“L’esperienza che sto provando, credimi è terribile. Sapere che da un’ora all’altra tutto può finire, essere salvo, e vedermi purtroppo avvinghiato, senza scampo dall’immane polipo che cala nel baratro.
È come divenire ciechi poco per volta” <152.
Indirette o perifrastiche sono le designazioni che tacciono l’epilogo indicandone le premesse o i dintorni. In questo tipo di lettera lo scrivente stende un velo di reticenza sulla propria morte, come ad attutirne almeno verbalmente l’impatto nei propri interlocutori: segnale di sollecitudine per l’altro.
4.7. Speranza nel futuro
La posta colma le distanze. I corrispondenti non si stancano di lamentarsi a vicenda di quel nemico crudele che è la lontananza. Questo motivo lirico viene trattato in innumerevoli variazioni. La guerra ha insegnato ai cuori umani a vivere con raddoppiata intensità due motivi fondamentali della lirica: il ricordo e la nostalgia. Ogni lettera di guerra contiene perciò uno sguardo retrospettivo al passato e uno sguardo in avanti verso il futuro. Nei ricordi si può notare una povertà di tinte, un qualcosa di generico e stilizzato, per cui ci si accontenta di espressioni come «ricordati di tutto», mentre nella descrizione di futuro prendono vita idee più plastiche, immagini nette, parole più caratteristiche.
Se chi scrive è già certo di morire, l’immaginazione del futuro riguarda gli altri, coloro che restano, e allora l’unica possibilità di ‘sopravvivenza’ sarà quella di mantenere vivo il ricordo di sé. Aggettivi e participi rappresentano un desiderio spostato sull’altro, e significano in realtà una cosa sola: «non dimenticatemi». Più spesso il desiderio di essere ricordato si esprime esplicitamente in una richiesta rivolta ai propri famigliari: «poi, è inutile dirlo! E che non mi dimentichi» <153; «sono sempre tuo fratello» <154.
I diffusi sentimenti religiosi portano ad immaginare una sorta di paradiso domestico, luogo di ricongiungimento degli affetti famigliari, reso con un linguaggio della vita quotidiana, spoglio, lontano dalla terminologia solenne della religione e della liturgia: «voglia iddio che ci possiamo rivedere. Se così non fosse su questa terra, sarà in cielo» <155. Viene immaginata la possibilità di restare vicino a chi rimane e di assisterlo: Giuseppe Robusti (a Laura Mulli) «ti seguirò sempre, e quando andrai a trovare i tuoi genitori io sarò là, presso la loro tomba, a consigliarti, ad aiutarti» <156. In chi ancora ha davanti a sé la possibilità della sopravvivenza, quella consolazione rappresenta una vera e propria speranza, come quella che prova Bruno Colombo: «Cara mamma fra 5 giorni compio 18 anni e sono in carcere e anche sotto bombardamenti. Mi dispiace che Pasqua non sarò con voi ma speriamo che dal 15 sarò a casa» <157.
4.8. Ritorno a casa
L’arrivo delle truppe alleate ai cancelli dei lager e dei penitenziari nel Reich segnò la fine dell’incubo, ma non necessariamente la salvezza, poiché soprattutto per i deportati nei KL i decessi causati da maltrattamenti, dal lavoro pesante, dalle malattie e dal deperimento, continuarono a lungo. La liberazione dei KL avvenne con modalità e tempi molto diversi, nell’arco di alcuni mesi. Infatti, i giorni che precedettero la liberazione furono molto critici, sia per il pesante aggravarsi della situazione alimentare e igienica, sia perché i nazisti in fuga tentarono di eliminare quante più prove possibili dei crimini commessi, distruggendo documenti, forni crematori e camere a gas. Le fonti disponibili non chiariscono se ci sia mai stata l’intenzione o l’ordine di eliminare anche i deportati ancora in vita.
Il momento della liberazione è accolto da tutti con entusiasmo. Tuttavia, dopo mesi di denutrizione, spesso è anche il cibo a causare la morte. Inoltre, le operazioni di soccorso non furono facili. Campi come Mauthausen e Dachau vennero messi in quarantena per evitare il propagarsi del tifo e i deportati furono costretti a rimanere nei luoghi di prigionia:
“[…] la totalità di noi risente di tutti i disagi, le fatiche, la denutrizione, i maltrattamenti, di mesi e mesi trascorsi sotto la feroce sfera nazista. […] Ora la mortalità è molto diminuita, ma abbiamo una percentuale di indeboliti che fa spavento. La diarrea costringe a letto e a sofferenze più della metà di noi. […]” <158
Appena possibile i deportati e i prigionieri politici indirizzarono lettere a casa per dare e chiedere notizie e per annunciare il momento della liberazione:
“Finalmente posso provare la grande gioia di mandarvi le mie notizie. Sto benissimo e nella più perfetta integrità fisica: nell’attesa dell’agognato rimpatrio vi unisco tutti in un fortissimo abbraccio”. <159
Il rientro in Italia, a guerra finita, avvenne dopo settimane o mesi di attesa. Il viaggio di ritorno fu interminabile, con numerose tappe e vari mezzi, per lunghi tratti anche a piedi ed è stato narrato, con intensità e maestria, in uno dei libri fondamentali di Primo Levi (e di tutta la letteratura italiana nel Novecento): la Tregua. Parallelamente in Italia iniziò il calvario di molte famiglie per avere notizie dei propri parenti, di cui spesso si apprenderà la morte solo a distanza di tempo.
[NOTE]
149 A. Gibelli, L’officina della grande guerra: la Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, cit., pag. 101.
150 Ultima lettera di Inigo Campioni alla madre, scritta il 23 maggio 1944. In M. Avagliano e M. Palmieri, Gli internati militari italiani: diari e lettere dai lager nazisti, 1943-1945, cit., pag. 201.
151 Lettera di Paolo Dante Stoini, ucciso dai soldati nazisti tra il 6 e il 7 aprile. Internato nel lager della Risiera di San Sabba, a inizio aprile si rende conto dei preparativi di eliminazione del gruppo di prigionieri politici con i quali è imprigionato: cerca di far conoscere all’esterno i progetti dei nazisti e per questo scrive per sua moglie un messaggio con matita verde su un foglio a righe. Il documento, uscito clandestinamente dal lager, è stato consegnato alla destinataria alla vigilia del massacro. In M. Franzinelli, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945, cit., pag. 287.
152 Lettera a Laura Mulli, del 5 aprile 1945. In M. Franzinelli, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945, cit., pp. 284-285.
153 Messaggio clandestino spedito da Fossoli di Leopoldo Gasparotto alla moglie scritto su un brandello di carta il 25 aprile 1944. In M. Avagliano, Generazione ribelle: diari e lettere dal 1943 al 1945, cit., pag. 325.
154 Lettera di Alessio Fortunato alla sorella, del 21 ottobre 1944. In M. Avagliano e M. Palmieri, Gli internati militari italiani: diari e lettere dai lager nazisti, 1943-1945, cit., pag. 244.
155 Lodovico Granieri: lettera ai genitori (fine marzo 1944), mai ricevuta dalla famiglia. In M. Avagliano e M. Palmieri, Gli internati militari italiani: diari e lettere dai lager nazisti, 1943-1945, cit., pag. 262.
156 Lettera a Laura Mulli, del 5 aprile 1945. In M. Franzinelli, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945, cit., pp. 284-285.
157 Biglietto clandestino alla madre Pierina Ferrazza. In M. Palmieri e M. Avagliano, Voci dal lager: diari e lettere di deportati politici 1943-1945, Einaudi, Torino, 2012, cit., pag. 24.
158 Lettera di Giuseppe Pugliesi a Riccardo Lombardi. In M. Palmieri e M. Avagliano, Voci dal lager: diari e lettere di deportati politici 1943-1945, cit., pag. 379.
159 Biglietto di Franco Busetto (fine maggio 1945) ai genitori. In M. Palmieri e M. Avagliano, Voci dal lager: diari e lettere di deportati politici 1943-1945, cit., pag. 333.
Martina Scotto, La scrittura epistolare dei deportati italiani (1943-1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2020/2021

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