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sfogliando vecchi giornali: “Meridiano di Roma” (Betti, Consiglio, Savinio, Céline, gli ebrei e altro ancora)

Fonte: Digiteca
Fonte: Digiteca

Sfogliando qualche pagina di “Meridiano di Roma”, “giornale settimanale di lettere arti e scienze”, troviamo, nel fascicolo del 18 settembre 1938, alla rubrica “polemiche idee proposte”, la seguente precisazione di Ugo Betti, poeta e scrittore di teatro la cui fama è oggi offuscata, ma che in quegli anni godeva di larga approvazione: “nell’attuale fase della nostra azione razzista, vedendo che torna in ballo il cognome Betti, in quanto vi risulterebbe che vi è una o qualche famiglia ebrea, oppure mischiatasi con donna ebrea attraverso il matrimonio di uno dei suoi membri, credo sia non superfluo, anzi opportuno, a scanso di equivoci, ripetere con la massima chiarezza ciò che ebbi occasione di dire sul Tevere, in altro momento, a proposito di un episodio di origine letteraria: e cioè che quella famiglia non è la mia; la quale, invece, antica e nobile famiglia di Camerino (dove sempre vissero i miei avi, come risulta dagli archivi a far data dal 1600, e dall’Elenco delle famiglie Patrizie Camerinesi) è e fu sempre composta, uomini e donne, a perdita di memoria, di puri ariani senza neppur l’ombra di commistioni”.
Nel numero successivo, alla stessa rubrica, si poteva leggere un’altra missiva, questa volta assai più lunga, che iniziava nel seguente modo: “Poiché ‘Meridiano’ ha ospitata una lettera del Betti sul suo cognome, vorrà ospitarne anche una sul mio”.
Il cognome in questione era “Consiglio” e lo portava Alberto, bravo giornalista e scrittore napoletano, collaboratore di “Solaria”. Buon conoscitore della poesia italiana del ‘900 -della quale si occupò ripetutamente- nel dopoguerra fu deputato e redattore del quotidiano monarchico “Italia nuova”. Giornalista a “il Borghese”, firmava i suoi articoli con lo pseudonimo di Historicus. Consiglio prendeva la questione da lontano. Da buon bibliofilo quale era si metteva a citare i testi: l’elenco delle famiglie ebraiche dello Schaerf (“opera di efficacissima propaganda sionistica”), l’opera del Falcui “ove si dimostra che la Sardegna è cento per cento ebraica” e l’opera dell’avvocato Bedarida di Livorno (citato come Eliezer Ben David) sui cognomi siciliani e sardi. Niente aveva a che fare la sua famiglia con i Consiglio, Di Consiglio, Consigli e altri che erano citati dallo Schaerf. Concedeva però “che possano esistere, fuori dell’Italia Meridionale e della Sicilia, dei Consiglio ebrei. Del resto non è il primo caso. E’ notissimo, per esempio, quello del Rosemberg nicht Jude” …
Consiglio si dava poi, con l’indubbia finezza di scrittore che lo distingueva, ad una complessa disamina storica. A un certo punto, dopo aver ricordato che per decreto del Vicerè, Don Pedro de Toledo, nell’anno 1540 tutti gli ebrei, senza eccezione, compresi i marrani, furono espulsi dal regno di Napoli, osservava: …”una famiglia dell’Italia meridionale può vantare almeno cinque secoli di purissima razza italiana. In nessun’altra regione d’Europa il grado di purezza della popolazione e di immunità da commistione ebraica è più alto e più indiscutibile”.
Giunto alla fine, si dava quindi alle rampogne non senza suggerire un suo personale criterio onde evitare ambiguità, dubbi e confusioni indesiderate: “Dire difesa della razza credo che significhi anche difesa del patrimonio razziale di ogni vecchia famiglia italiana. Credo, quindi, di potermi rendere interprete non solo di quelli che portano il mio cognome, ma di tutti quelli che si trovano ad esser colpiti, sia pur lievemente, dalla confusione che ingenera l’elenco dello Schaerf. Equo, giusto, anzi doveroso sarebbe se ai giudei si facesse obbligo di legare un Israel al loro cognome, in modo da rendere impossibile ogni equivoco. Questo obbligo dovrebbe esser fatto a quei soli cognomi che appartengono a vecchie famiglie cristiane”.
Lo stesso tipo di argomentazione lo troviamo anche in numeri precedenti, quando le leggi razziali non erano ancora state applicate. Su quello del 31 ottobre 1937, A.G.B. (Anton Giulio Bragaglia), proseguendo una polemica iniziata sul numero di ferragosto da Marinetti con una lettera francamente anti-hitleriana (lo spunto era dato dalle misure contro “l’arte degenerata”), avrebbe precisato che se fra i tedeschi “il soffio novatore” del Futurismo aveva trovato “la collaborazione degli ingegni ebraici” ciò non toglieva che in Italia “nessun ebreo sia da ricordare fra di noi” (cosa per altro inesatta). Aggiungeva infine che “il pittore de Chirico, che è israelita, non è futurista”. Quest’ultima affermazione spingeva Alberto Savinio, fratello di de Chirico, ad un “chiarimento”, piuttosto esteso, nel quale si diceva: “ebrei non siamo”. Nella lettera in questione, Savinio si dilungava nella descrizione dell’assolutismo rigorista che vigeva nella sua famiglia da sempre, fortunatamente interrotto dal liberalissimo padre. Dava sfogo inoltre a dense divagazioni dalle quali emanavano vecchie fragranze di sindromi nobiliari, arcivescovi, Loreti impagliati e capitani dei bombardieri. Anche se nello scrivere la lettera non aveva probabilmente aspirato all’eccellenza, niente di ciò che si è soliti indicare come il suo tipico timbro bizzarro ed elegante veniva effettivamente meno. Verso la fine, tuttavia, alzava improvvisamente il tono: “ebreo nei tempi che corrono non è soltanto una determinazione di razza e di culto: è soprattutto un argomento polemico di cui taluni individui si servono in mancanza di più nobili armi, contro coloro che essi tentano di fregare. Oggi dicono ebreo come ieri dicevano jettatore. Tempre di eroi e di gentiluomini cui, per la tranquillità del nostro stomaco, è meglio non pensare”.
Bragaglia si sarebbe profuso in maldestre e del tutto inadeguate scuse dal tono ipocrita. Savinio, in fin dei conti, se l’era cavata bene tanto in bello scrivere che in dignitosa moderazione.
Al curioso, comunque, lo spoglio delle pagine del settimanale romano riserva diverse altre ragioni di interesse. Il 16 maggio del 1937, ad esempio, compare il ritratto di una donna: è quello di Anna Maria Ortese. La scrittrice porta in testa un basco del tutto simile a quello che vedremo nei ritratti della vecchiaia. Il commento soddisfatto del giornale diceva: “Anna Maria Ortese, l’autrice di Angelici Dolori, pubblicati con tanto successo da Bompiani in questi giorni, si fece conoscere sull’Italia Letteraria con una lirica nel 1934; poi, con due racconti nel ’36, che portavano lo pseudonimo di Franca Nicolosi. Fu sempre difficile sapere qualcosa di più del semplice nome; ora, noi siamo in grado di pubblicare la fotografia”.
Perfida e divertente è invece la recensione che E.V. (presumiamo Emilio Villa) dedica al libro di Euralio De Michelis su la Poesia di Ugo Betti. A farne le spese più che il poeta era tuttavia lo studioso. E.V. affermava che “per misurare tutta la stupenda banalità critica di questo saggio, abbiamo dovuto dimenticare la malafede evidente”.
Una delle cose più sollazzevoli, sul numero del 27 marzo 1938, è infine la segnalazione dell’uscita in Francia di Inezie per un Massacro, vale a dire Bagatelles pour un massacre, del “comunista dinamitardo” Céline: “Pare che il libro sia una violenta requisitoria contro gli ebrei, ma siccome Céline è comunista e con la Russia dei Kaganovich tale requisitoria non sarebbe molto intonata, ecco che Céline inventa la dittatura dei Fascismi ebraici. Ci toccava vedere anche questo; ma non c’era da attendersi di meglio da un paese babilonico come la Francia e da un comunista che non vuol rassegnarsi a dichiarar bancarotta”.

a cura di C.L. Lagomarsino in biblioteca dell’egoista, 2000