L’anno di svolta per il Msi in Italia e per il NPD in Germania Federale

Alla fine degli anni Sessanta i movimenti pacifisti, studenteschi e sindacali contribuirono a generare profonde trasformazioni in Europa. Cambiamenti radicali stavano per investire la politica, l’economia, la società, le istituzioni e la cultura del Vecchio Continente <2. Anche a livello storiografico la seconda metà degli anni Sessanta rappresenta in più modi un momento di profonde trasformazioni e rotture, con il Sessantotto eretto a emblema per eccellenza di quella stagione <3. Ma cosa stava accadendo negli ambienti dell’estrema destra negli anni di passaggio fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo? Per comprendere questa fase, è utile osservare innanzitutto l’evoluzione dei principali partiti dell’area: il MSI, unico soggetto organizzato dell’estrema destra nel panorama politico nazionale, e il nascente NPD in Germania federale. Alla vigilia del 1968, infatti, questi partiti si trovavano immersi in un contesto europeo attraversato da profonde trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali, segnato da instabilità e discontinuità, in cui crisi latenti si alternavano a veri e propri sconvolgimenti. In tale scenario, le menzionate formazioni si configuravano al contempo come partecipanti attivi e osservatori disorientati di dinamiche che spesso sfuggivano al loro controllo <4.
Alla guida del MSI troviamo Arturo Michelini, che dirigeva un partito tutt’altro che privo di fratture interne, delle quali l’ingombrante figura di Giorgio Almirante – che continuava ad avere contatti con i fuoriusciti degli anni Cinquanta – era solo la più visibile delle manifestazioni <5. Nonostante il MSI vantasse un radicamento di più lungo periodo che risaliva al 1947, ancora nel 1960 i tentativi (fallimentari) per un possibile ingresso nel governo Tambroni portarono il partito alla consapevolezza di non essere in grado di consolidarsi nel sistema politico e istituzionale del Paese <6.
Nel caso tedesco, invece, il neonato NPD si trovò obbligato a cambiare tre presidenti nel giro di pochi anni: nel 1964 il partito era guidato da Friedrich Thielen, il quale, dopo un esordio nella Christlich Demokratische Union Deutschlands (CDU), si spostò progressivamente verso posizioni più a destra, intraprendendo così una nuova carriera politica come dirigente del NPD. Nonostante il successo inatteso rappresentato dalle 13.700 iscrizioni nel primo anno di vita del partito <7 – seppur non confrontabile con le 30.000 del MSI nel 1947 <8 – il contesto politico, istituzionale e sociale tedesco si mostrò poco incline ad accogliere movimenti estremisti legati all’eredità del nazionalsocialismo. Il nuovo partito, allora, mirava a occupare degli spazi politici che erano rimasti scoperti dopo la fine del partito hitleriano. Nel periodo successivo, il NPD, sotto la guida di Adolf von Thadden dal 1967, avviò un processo di riorganizzazione volto a trasformarsi in un partito più coeso, nonostante le persistenti difficoltà interne. A questa ristrutturazione si accompagnò una decisa radicalizzazione ideologica: il NPD rivalutò esplicitamente il nazionalsocialismo, opponendosi all’ordine democratico-liberale e promuovendo un’identità politica fondata sul völkischer Nationalismus. In parallelo, il partito perseguì l’obiettivo di conquistare un’egemonia culturale attraverso una “battaglia delle idee”, promuovendo contenuti revisionisti e xenofobi in ambito pubblico e mediatico. Strategicamente, il partito di von Thadden adottò una linea d’azione multilivello, che combinava l’attività elettorale con l’intervento extra-parlamentare e la mobilitazione di piazza. Particolare attenzione venne riservata ai movimenti giovanili radicalizzati, nella prospettiva di un’integrazione delle subculture militanti in un progetto politico organizzato. Questi anni, fino al 1972, quando ci fu un nuovo cambio di segreteria in favore di Martin Mussgnug, sono stati descritti come una via impervia, una «steiniger Weg», letteralmente strada sassosa. L’obiettivo era condurre il NPD a divenire la quarta forza politica della Germania federale, tuttavia così non andò <9.
In tale scenario il 1969 costituì per entrambi i partiti un “Wendepunkt” <10, una svolta: per una coincidenza storica – apparentemente – nello stesso anno ci fu il ritorno alla segreteria di Giorgio Almirante, che riformò in modo significativo il partito, nonché le elezioni nella Germania federale, grazie alle quali il NPD raggiunse l’apice del successo elettorale.
Nella produzione storiografica sul caso italiano c’è un’unanimità nel considerare il ruolo di cesura della seconda segreteria Almirante. Alla vigilia della sua elezione, il MSI era fortemente indebolito a causa della malattia di Michelini, ma soprattutto perché dopo numerosi tentativi non era riuscito a legittimarsi politicamente, ovvero ad entrare nelle coalizioni di governo. In un’intervista successiva, Marco Tarchi offrì una descrizione, seppur interna e parziale, di questa fase nei seguenti termini: “Venuto meno il mito della rivoluzione socializzatrice, le sezioni missine dell’epoca micheliniana diventano una sorta di chiese sconsacrate e semideserte, in cui si celebrano stancamente riti nostalgici in un clima da setta iniziatica. Proprio Adriano Romualdi scrisse in proposito pagine di fuoco sull’«Italiano», la rivista di suo padre Pino, paragonando le sedi del Msi, piene di cianfrusaglie, vecchi ricordi e foto ingiallite, ai retrobottega dei negozi di rigattiere. Non a caso la sua corrosiva inchiesta sulla situazione culturale del partito venne interrotta dopo la prima puntata. Il fatto è che l’ideologia d’ordine micheliniana era troppo rozza per servire da collante culturale ad un ambiente che sentiva un estremo bisogno di fremiti ideali. La stampa di partito, imbolsita e ingrigita, subiva la concorrenza di fogli prodotti da ambienti esterni al Msi: prima di tutto «Ordine Nuovo» di Rauti e «L’Orologio» di Luciano Lucci Chiarissi […], ma anche «Utopia, «Pagine libere», «Tabula rasa», «Europa nazione» e tanti altri”. <11 Seppure si tratta di una testimonianza retrospettiva, già a metà degli anni Sessanta, alcune forme di contrapposizione di tipo culturale cominciavano ad emergere. Allo stesso tempo in questo contesto, le azioni violente attribuite a frange del movimento non fecero che aggravare un processo di disgregazione interna già in atto, accelerando la perdita di credibilità del MSI sia agli occhi dell’opinione pubblica sia all’interno della sua stessa base. Ecco che prima dei movimenti studenteschi e del ritorno di Almirante alla segreteria, il MSI si era trovato marginalizzato <12. Aldo Giannuli ricorda che il fallimento della linea micheliniana dell’inserimento, unito all’insofferenza della nuova generazione di quadri dirigenti – esclusi da spazi di reale influenza – contribuì a erodere
l’egemonia del MSI nell’area dell’estrema destra. In questo contesto, Ordine nuovo (On) continuava a consolidare le proprie posizioni, accrescendo i consensi sia tra i militanti sia all’interno di specifiche frange del partito, fino a divenire un vero e proprio «concorrente temibile» <13. Con l’arrivo del nuovo segretario il MSI fece un cambio di passo, poiché concentrò i suoi sforzi attorno ad alcuni obiettivi-chiave: un rinnovamento delle strutture e nei rapporti interni al partito, oltre alla promozione di un certo dinamismo politico e culturale. Ricorda ancora Giannuli che Almirante «non si poneva il problema della scelta fra l’alleanza con la destra moderata e quella con l’area extraparlamentare, ma puntava ad aggregare entrambe in un blocco saldamente egemonizzato dal MSI» <14. La ventata di freschezza che Almirante seppe imprimere in pochi anni condusse il partito al 8,7% di voti alle elezioni del 1972, ovvero il miglior risultato in tutta la sua storia. Lo scopo primario era far sì che il partito si configurasse come «forza d’ordine dinamica» per mezzo di una riorganizzazione del MSI e dell’attivismo giovanile e «squadrista» <15. Infatti, già pochi giorni dopo la sua elezione, in concomitanza con il fallimento del tentativo di riunificazione socialista del ‘66 e la conseguente crisi del governo Rumor, Almirante chiamava la mobilitazione della “piazza di destra” <16. In aggiunta stava procedendo con l’archiviazione dei processi disciplinari in corso e l’appello per il rientro dei “fratelli separati” <17. Come conseguenza di questo insieme di manovre, Almirante capitalizzò anche il riassorbimento di parte di Ordine nuovo guidato da Pino Rauti <18, mentre alcuni elementi scismatici si riorganizzarono nel dicembre 1969 nel Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON) guidato da Clemente Graziani <19. In questo ribollire di novità e variazioni di assetti, la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 segnò l’avvio di una nuova fase della storia repubblicana e del partito missino <20. Non a caso a metà anni Sessanta ci furono una serie di complessi accordi ed eventi che interessarono le frange più radicali ed eversive esterne al partito, ma con cui soprattutto Almirante continuava a tenere contatti. Queste manovre produssero un esito favorevole, poiché permisero di allargare la base elettorale, impedendo la stabilizzazione di nuove forze politiche nell’area e parallelamente la diminuzione delle fazioni interne al partito. L’altra significativa modifica operata dal nuovo segretario fu l’avvicinamento ai monarchici per mezzo di un’alleanza con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Proprio per le elezioni del 1972, il partito si presentò come MSI-DN, una mossa che ebbe delle ripercussioni positive negli esiti elettorali. Sotto la nuova sigla convergevano alcune realtà monarchiche e personaggi esterni all’ambiente del neofascismo. Questo «restyling», per usare il termine di Ignazi, comportò anche una ridefinizione delle coordinate politiche, fra cui spiccavano le dichiarazioni di Almirante in cui si appellava alla democrazia e alla libertà come valori irrinunciabili. Precisamente in questo contesto ci fu un proliferare di iniziative culturali, sostenute dal partito <21.
Tuttavia, il corso degli eventi imponeva una battuta d’arresto nella politica di assorbimento dell’estrema destra, dovuta innanzitutto all’esplodere del caso Borghese, il 18 marzo 1972 <22. Peraltro la campagna elettorale di quell’anno comportò senz’ombra di dubbio un successo elettorale per il MSI, ma si tradusse in un limite politico evidente, in quanto non veniva raggiunta la soglia dei cento deputati che, nei calcoli dei dirigenti missini, sarebbe stata la quota necessaria per diventare indispensabile a qualsiasi maggioranza che volesse escludere il Partito comunista italiano (PCI). Questo comportò un nuovo inasprimento nei rapporti fra MSI e destra extraparlamentare <23. In aggiunta a tutto ciò, al declino del tentativo neocentrista di Giulio Andreotti, conseguì di rimbalzo una diminuzione di stabilità del partito missino, che ambiva ad entrare nel progetto <24.
[NOTE]
2 Rispetto alla cesura degli anni Settanta, nel contesto Italiano: BALDISSARA L. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Roma, Carocci, 2001; BALDISSARA L., I lunghi anni Settanta. Genealogie dell’Italia attuale, in Parole e violenza politica: gli anni Settanta nel Novecento italiano, Vinci A. M. e Battelli G. (a cura di), Roma, Carocci, 2013, pp. 29-45. Un tentativo di superamento della categoria di “crisi” per gli anni Settanta e allo stesso tempo della dimensione periodizzante del decennio per Italia e RFT, si trova in: SPAGNOLO C., LIVI M. e GROßBÖLTING T., L’avvio della società liquida? Il passaggio degli anni Settanta come tema per la storiografia tedesca e italiana, Bologna, il Mulino, 2013.
3 Sulla cesura della fine degli anni Sessanta nel contesto tedesco: GLASER H., Die Kulturgeschichte der Bundesrepublik Deutschland. Zwischen Protest und Anpassung 1968-1989, Frankfurt, Fischer, 1990; SCHÖNHOVEN K., Wendejahre. Die Sozialdemokratie in der Zeit der Großen Koalition 1966-1969, Bonn, Dietz, 2004; FREI N., 1968. Jugendrevolte und globaler Protest, München, Deutscher Taschenbuch Verlag, 2008. Nel contesto italiano, la cesura periodizzante del ’68 appare in maniera ancora più marcata. A titolo esemplificativo, ricordiamo alcune opere uscite in corrispondenza dei decennali degli eventi, non tanto per restituire l’ampiezza del dibattito storiografico, quanto per evidenziare l’eterogeneità di approcci, obiettivi di indagine e destinatari a cui la storiografia più recente si è rivolta: TOLOMELLI M., Il sessantotto. Una breve storia, Roma, Carocci, 2008; BOATO M., Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato, cosa resta, Brescia, Morcelliana, 2018; POMBENI P., Che cosa resta del Sessantotto, Bologna, il Mulino, 2018; SOCRATE F., Sessantotto. Due generazioni, Bari, Roma; Laterza, 2018; DE GIORGI F., La rivoluzione transpolitica. Il ’68 e il post-’68 in Italia, Roma, Viella, 2020.
4 Per un confronto sulle istituzioni e a livello storiografico fra Italia e Germania federale nella faglia degli anni Settanta: TOLOMELLI M., Terrorismo e società. Il pubblico dibattito in Italia e in Germania negli anni Settanta, Bologna, il Mulino, 2006; MANTELLI B., CORNELISSEN C. e TERHOEVEN P., Il decennio rosso. Contestazione sociale e conflitto politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Bologna, il Mulino, 2012; DI FABIO L., Due democrazie, una sorveglianza comune. Italia e Repubblica Federale Tedesca nella lotta al terrorismo interno e internazionale (1967-1986), Firenze, Le Monnier, 2018.
5 CONTI D., Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della Destra italiana 1946-1976, Torino, Einaudi, 2023.
6 Sull’esperienza del governo Tambroni, sarebbero utili nuove indagini. Per ora, si veda: RADI L., Tambroni trent’anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Bologna, il Mulino, 1990; COOKE P., Luglio 1960. Tambroni e la repressione fallita, Milano, Teti, 2000; FRANZINELLI M. e GIACONE A., 1960. L’Italia sull’orlo della guerra civile / il racconto di una pagina oscura della Repubblica, Milano, Mondadori, 2020.
7 BRANDSTETTER M., Die NPD unter Udo Voigt, cit., p. 59.
8 IGNAZI P., Il polo escluso, cit., p. 291.
9 BRANDSTETTER M., Die NPD unter Udo Voigt, cit., pp. 48-71.
10 Ivi, p. 64.
11 TARCHI M., Cinquant’anni di nostalgia, cit., p. 92.
12 Per brevità, sui moti studenteschi e l’estrema destra si rimanda a: GUERRIERI L., La giovane destra neofascista italiana, cit.; DOGLIANI P. (a cura di), Giovani e generazioni nel mondo contemporaneo. La ricerca storica in Italia, Bologna, Clueb, 2009; CHIARINI R., Giovani e destra negli anni Settanta, in Dalla trincea alla piazza. L’irruzione dei giovani nel Novecento, De Nicolò M. (a cura di), Roma, Viella, 2011, pp. 421-432; TARANTINO G., Da Giovane Europa ai Campi Hobbit. 1966-1986: vent’anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra, Napoli, Controcorrente, 2011.
13 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., pp. 94-97.
14 Ivi, p. 102.
15 CONTI D., L’anima nera della Repubblica, cit., p. 112; CONTI D., Fascisti contro la democrazia, cit.
16 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., p. 103.
17 Ibidem.
18 Ricordiamo che lo stesso Ordine nuovo era l’esito di una scissione avvenuta a seguito all’indomani del Congresso di Viareggio del 1954. Ivi.
19 Sulle vicende che portarono Rauti a rientrare nel partito e la fondazione del Mpon si veda: Ivi, pp. 92-137; CONTI D., Fascisti contro la democrazia, cit., pp. 91-115.
20 CONTI D., L’Italia di Piazza Fontana, cit.
21 IGNAZI P., Postfascisti?, cit., pp. 45-47.
22 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., p. 130.
23 Ivi, p. 132.
24 Ibidem.
Sofia Miola, “Ecce Europa”. Storia di un’idea nelle destre radicali in Italia e Germania dai lunghi anni Settanta alla fine della guerra fredda, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2024-2025