Fra le cinque Pimpinelle liguri, tutte Ombrellifere dei prati montani ed alpini, emerge la Pimpinella saxifraga

Pimpinella saxifraga L. – Tragoselino comune. Monte Catria (PU), 400 m, set 2010. Foto di Franco Barbadoro. Fonte: www.actaplantarum.org

E’ molto difficile incontrare la Pimpinella anisum allo stato spontanea anche in Liguria, una delle quattro Regioni italiane dove è stata segnalata la sua presenza di pianta stabilmente inselvatichita dopo essere sfuggita alle coltivazioni.
Ma neppure nelle altre parti del bacino Mediterraneo orientale e dell’Egitto, considerate le sue zone d’origine, è agevole individuarla con certezza allo stato selvatico, a differenza di quanto si verifica con la maggior parte delle altre Pimpinelle, Ombrellifere molto diffuse nella praterie collinari e montane.
Sin dalle epoche più antiche i semi d’Anice sono stati fra i frutti vegetali maggiormente apprezzati dall’uomo, a cominciare dal grande Pitagora al quale si attribuisce lo strano invito a seminarne il più possibile nell’orto di casa perché le donne che ne odorano l’aroma partorirebbero più facilmente.
L’illustre esortazione prosegue con la raccomandazione di fare bere loro, immediatamente dopo il parto, una pozione di Anice e farinata d’orzo; non solo ma il grande creatore di teoremi suggeriva a chi volesse evitare l’insorgenza di attacchi epilettici di tenerne in continuazione una fronda fra le vesti. Plinio dedica alla pianta aromatica decine di pagine dove abbandona a considerazioni di carattere moralistico sugli eccessi dei suoi contemporanei: “l’Anice stimola l’appetito, visto che la vita agiata ha reso artificioso anche quest’ultimo, da quando non è più la fatica a provocare il desiderio del cibo. Per questo motivo alcuni lo hanno chiamato aniceto”.
Segue un nutrito elenco di luminari della medicina classica, abituati a prescriverla ai propri pazienti per risolvere molte situazioni cliniche.
Il medico greco Evenore, vissuto nel V° secolo a.c. ed autore di un’opera in cinque volumi, applicava la radice schiacciata d’Anice come rimedio per le malattie dei reni e praticava impacchi per diminuire le lacrimazioni continue.
Il suo collega Iolla, due secoli più tardi, in un compendioso trattato di erboristeria raccomanda l’Anice con uguali dosi di Zafferano e di vino, oppure Anice da solo con farinata d’Orzo, per le flussioni di notevole entità e per estrarre eventuali corpi estranei penetrati nell’occhio.
Applicandolo con acqua, Iolla eliminava anche le escrescenze carnose all’interno delle narici. Unito a Issopo e miele, diluiti in aceto, se ne serviva per curare i mal di gola mediante gargarismi; mescolato con olio di rose lo instillava nelle orecchie dolenti; abbrustolito ed unito a miele lo impiastrava sugli ascessi del torace.
Il medico Sosimene lo preparava sciolto in aceto contro tutti i tipi di indurimento, e lo faceva bollire in olio con l’aggiunta di nitro per curare gli affaticamenti. Ai pazienti che dovevano intraprendere viaggi, raccomandava di assumere i semi di Anice per combattere la stanchezza.
Il farmacologo tarantino Eraclide prescriveva contro i gonfiori interni una presa di semi di Anice da bere con due oboli di castorio (olio estratto dai genitali dei castori) in vino melato; in caso di problemi respiratori consigliava una presa di semi d’Anice e altrettanto di semi di Giusquiamo con latte d’asina.
Lo studioso di erboristeria Dalione preparava con l’Anice e l’Apio, un cataplasma da applicare alle partorienti per lenire i dolori dell’utero. Il medico greco Dieuche aveva sperimentato il succo d’Anice per i dolori lombari e preparato una pozione con semi tritati insieme a Menta utile nei casi di idropisia e di celiachia.
Nella più banale pratica quotidiana, i cuochi romani si servivano del seme d’Anice sia fresco che secco per tutte le preparazioni di conserve, per aromatizzare gli intingoli, lo inserivano sotto la crosta inferiore del pane per diversificarne la fragranza.
I vignaioli l’univano a mandorle amare, ben chiuse in sacchetti di tela, e li immergevano nel vino in fermentazione allo scopo di migliorarne il sapore.
Un’altra abitudine quotidiana dei romani, era quella di rendere l’alito più gradevole ed eliminare “il fiato cattivo, se di mattina se ne mastica insieme con Smirnio e un pò di miele, e se subito dopo si sciacqua la bocca col vino. Ha la proprietà di ringiovanire il viso. Appeso al di sopra del cuscino, in modo che chi dorme ne respiri l’aroma, risolve i problemi d’insonnia”.
Nella classifica merceologica dell’anno zero il più costoso ed apprezzato di tutti era l’Anice cretese, seguito da quello egiziano; quest’ultimo, bruciato e respirato sotto forma di suffumigi era il più comune analgesico contro le cefalee.
L’Anice è stata una delle piante basilari per la medicina orientale come quella cinese ed indiana, mentre Alberto Magno è fra i maggiori propagandisti delle sue qualità; ancora oggi nelle principali farmacopee europee vengono descritti i diversi “Anisi fructus”, “Foeniculi fructus” quali affidabili carminativi.
L’anice migliore ai fini medicinali è quello prodotto in Italia ed in Spagna. I suoi semi contengono ossalato di calcio, amido, mucillagine, diversi zuccheri, sostanze resinose e pectiche, colina, anetolo. L’Anice, o Anice verde, si coltiva anzitutto per il seme dotato di un notevole aroma, di sapore dolce e piccante, utilizzato sia in cucina sia in pasticceria ed ancora in distilleria per l’estrazione di un suo olio essenziale: l’anetolo.
I frutti, in infusi al 5% vengono impiegati per tintura o per essenza nelle digestioni difficili, oltrechè come calmante ed espettorante. “Nelle difficili espettorazioni e nei crampi di petto- sostiene l’Abate Dottor Kneipp- la tisana di Anice è un rimedio di famiglia più apprezzato, anche contro le coliche dei bambini”.
L’infuso d’Anice si è rivelato molto utile per rasserenare il sonno ai bambini soggetti ad incubi notturni, per la sua capacità di leggero sedativo, adatto per disturbi nervosi marginali, vertigini, emicranie, palpitazioni.
Se ne conosce anche un impiego antiparassitario con la raccomandazione tassativa di non usare mai l’olio puro, neppure nelle parti meno irritabili come la testa, perché può produrre eczemi.
Contro la scabbia veniva usualmente mescolato dagli speziali con parti eguali d’olio essenziale di Rosmarino e si applicava dopo aver pulito per bene la parte con sapone; l’operazione era da ripetersi ogni 4 od 8 giorni, per almeno due settimane, allo scopo di eliminare anche i parassiti nati nel frattempo dalle uova sopravvissute.
Quantità anche maggiori di Anice, rispetto a quelle usate in farmaceutica, vengono tuttora assorbite, dalle liquorerie dove servono a preparare l’Anisetta, il noto ed eccellente liquore dalle buone proprietà digestive e molti aperitivi come il notissimo Pastìs del quale è bene non abusare.
Come abbiamo visto, il dolce e profumato aroma può essere ricavato anche da semi di altre Ombrellifere come l’”Anice dei Vosgi” ossia il Carum carvi e dal Foeniculum vulgare, oltre che da una pianta cinese molto dissimile, chiamata “Anice stellato o Badiana” (Illicium verum).
Un buon decotto si può realizzare con un paio di cucchiaini di frutti d’Anice per ogni litro d’acqua, da assumere alla dose di un paio di tazze al giorno; per le digestioni più faticose o per eliminare le noiose fermentazioni intestinali, si può preparare un mix. di due pizzichi di semi d’Anice ed altrettanti di Finocchio, un cucchiaino di foglie di Salvia ed uno di Menta per litro d’acqua.
Altre ricette interessanti sono il “Vino anisato”, in uso sin dal Medioevo, preparato con 150 grammi di semi pestati e messi a macerare per 10 giorni in un litro di vino; la dose è di un cucchiaio per facilitare il dopo pasto.
L’Anisetta si prepara con 30 grammi di semi d’Anice, 15 di semi di Coriandolo, 1 di Cannella e mezzo chilo di zucchero per litro di alcool da dolci. Per la realizzazione di un’ottime detergente per i denti basta mescolare l’identica quantità di polvere di semi di Anice, di carbone di Pioppo.
Durante il XVII° secolo, in Francia era molto di moda una bevanda aromatica a base d’Anice, chiamata “Rossolìs” (nulla da spartire con il nostro Rosolio distillato dalla Drosera rotundifolia). Secondo l’antica ricetta tradizionale: “servono tre libbre di zucchero da far fondere in due litri di ottimo vino bianco. Servono ancora due libbre di zucchero polverizzato a dovere, 125 grammi di Pistacchi schiacciati, 125 grammi di Uva di Corinto, e circa 60 grammi di Anice. Si mettono tutti gli ingredienti a bollire in una caldaia, finché non sia ridotto ad un terzo. Far riposare il liquido in un recipiente ben tappato per quattro ore, prima di filtrarlo e conservarlo in cantina per alcune settimane prima di cominciare a gustarlo. Volendo si può profumare di muschio o di ambra”.
Passando al Genere Pimpinella, comprendente da ottanta a cento specie, si incontra anzitutto un nome di sicura origine latina, anche in questo caso di dubbia interpretazione, perché esiste chi ritiene derivi dal termine “bipennis o bipinnula”, per la forma assai suddivisa delle foglie, soprattutto di quelle superiori; altri propendono per una sua forma primitiva “Bibinella”, derivata dal verbo “bibere” (bere), collegata alle tante bevande a base d’Anice.
Di tutte queste specie, disperse nella flora di molti Paesi dell’Emisfero boreale, Africa ed America meridionale, l’unica ad aver un rilevante interesse è la Pimpinella anisum, coltivata abitualmente in Romagna, Marche, Puglie e Sicilia, benché gli italiani ne facciamo un uso decisamente minoritario rispetto agli altri popoli europei.
Fra le cinque Pimpinelle liguri, tutte Ombrellifere dei prati montani ed alpini, emerge la Pimpinella saxifraga che deve il suo battesimo di specie ad una convinzione nata nel XVI° secolo quando i farmacisti del tempo credettero di aver individuato nella pianta una potenzialità di eliminare e frantumare i calcoli dei reni e della cistifellea.
Invece, la Pimpinella in questione, non solo non “rompe le pietre” ma non ha neppure la piacevole fragranza dell’Anice poiché il suo rizoma puzza di sterco.
Le Pimpinella sono piante erbacee, perenni, biennali oppure annuali, dotate di un fusto angoloso e solcato, oppure cilindrico, liscio o poco striato, semplice o ramoso.
Le foglie sono assai polimorfe, in alcune specie, quelle inferiori, essendo una sola volta pinnatosette, in altre due volte pinnatosette, in altre ancora a segmenti rotondi od ovali, dentato-incise; talvolta essendo solo basilari, a volte distribuite lungo il fusto, le più basse cordato-rotonde, le mediali trisettate e le superiori due o tre volte pennatosettate.
I fiori sono riuniti in ombrelle a raggi talvolta abbondanti accompagnati o meno dall’involucro con corolla di petali bianchi, rosei, rossi, oppure gialli, e calice poco appariscente, a lacinie semplici.
Il frutto e sempre un diachenio, ma può essere peloso o glabro e liscio, sempre compresso ai lati, mai sul dorso, lungo al massimo una volta e mezza la propria larghezza massima.
Pimpinella anisum L. (Annuale. VII-VIII. Inselvatichita qua e la sino agli 800m). Ha un fusto, pubescente e striato, ramificato, alto sino a 50cm. Porta foglie distribuite lungo tutto il fusto, le basali pennate a 3-5 foglioline sottili ed ellittiche, frastagliate quelle superiori; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 15 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio verde-grigio a forma di pera, molto aromatico e peloso.
Pimpinella peregrina L. (Biennale. V-VI. Nasce negli incolti sino agli 800m). Ha un fusto, appena peloso, striato, ramificato, alto sino a 100cm. Le prime foglie sono cordate, quindi pennate a 5- 9 foglioline arrotondate, le superiori bipennatosette; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 50 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, a pelosità espansa.
Pimpinella tragium Vill. (VI-VII. Nasce sulle rupi calcaree dai 500 sino ai 1700m). Ha un fusto lignificato ed orizzontale segnato dalle tacche delle foglie morte, e fusticino eretto appena ramificato, alto sino a 60cm. Le foglie sono alla base con 5- 7 foglioline più o meno rombiche, dentellate solo all’apice, le superiori limitate a segmenti filiformi; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 15 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, ispido e sormontato dallo stilopodio pulvinato.
Pimpinella major Hudson. (VI-VIII. Nasce nelle radure dei boschi cedui sino ai 2300m). Ha una grossa radice e fusto eretto, fistoloso, a profonde striature, alto sino a 120cm. Le foglie basali sono lungamente picciolate a 9- 11 foglioline triangolari dentellati, le superiori laciniate; i fiori sono bianchi (rosei nella subsp. Rubra), portati in grandi ombrelle con max. 13 raggi. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, con coste prominenti biancastre, sormontato dallo stilopodio pulvinato.
Pimpinella saxifraga L. (VI-VIII. Nasce prati aridi montani e subalpini dai 1500 sino ai 2300m). Ha fusto pieno, eretto, con peli ripiegati all’ingiù, alto sino a 60cm. Le foglie basali sono lungamente picciolate a 5- 11 foglioline lanceolate o ellittiche dentati, le superiori laciniate regolarmente; i fiori sono bianchi o a volte rosei, portati in ombrelle con max. 15 raggi a volte bratteolati. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, con coste appena pronunciate.
Come raccoglierla e coltivarla
La Pimpinella anisum va seminata all’inizio della primavera in terreno leggero, caldo, permeabile ed esposto a Sud, disponendolo in filari ed interrando otto dieci semi in ciascuna postarella a distanze di un palmo l’una dall’altra.
Il terreno seminato va lievemente ricoperto e rullato. Quando sono spuntate le pianticine, e talvolta impiegano, parecchio tempo, vanno diradate, conservando i piedi più sviluppati.
I grappoli con i frutti sono maturi al punto giusto verso la fine dell’estate e vanno raccolti prima che compaia la rugiada mattutina per evitare che si deteriorino.
La disidratazione va ultimata in luogo asciutto e ventilato sia al sole che all’ombra. Dopo la sgranatura si conservano in un recipiente adatto a mantenerli ben asciutti.
Alfredo Moreschi, L’Anice. Specie del genere Pimpinella, Nuovo “Fiori di Liguria” (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2020

Tra le pubblicazioni di Alfredo Moreschi: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, (a cura di Marco Innocenti), lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di) Alfredo Moreschi, Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi, Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini – Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG – Genova, 1982.
Adriano Maini