L’economia delle piattaforme corrisponde alla gig economy

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, contestualmente all’ascesa e all’affermazione della società del rischio quale nuovo orizzonte culturale e interpretativo dei cambiamenti socio-demografici, l’assetto socio-economico capitalistico subisce una profonda trasformazione su scala globale, che coinvolge sia i processi produttivi sia le strutture delle imprese (288). Il «modello di business prevalente» (289) si è evoluto da un capitalismo di tipo industriale a un nuovo paradigma digitale (290), che trova nella società del rischio, polarizzata e attraversata da forte spinte individualistiche, il proprio contesto d’elezione, attingendo forza dal processo di ottenimento e analisi di un «tipo particolare di materiale grezzo: i dati» (291). Sebbene nei primi anni del XXI secolo non era ancora chiaro e condiviso che i dati sarebbero divenuti la «materia prima che avrebbe innescato un enorme cambiamento nel capitalismo» (292), è maturata col tempo la consapevolezza della centralità degli stessi nella gestione e nell’amministrazione delle imprese. Questi infatti supportano il funzionamento e l’implementazione di svariate funzioni capitalistiche, consentendo l’ottimizzazione e la flessibilità dei processi produttivi, facilitando il coordinamento e l’outsourcing dei lavoratori, permettendo lo sviluppo di algoritmi competitivi sul mercato e trasformando beni a basso margine in servizi a margine elevato (293). Le ingenti masse di dati in circolazione hanno reso necessaria l’implementazione di potenti sistemi di archiviazione, conservazione e analisi degli stessi (294), che sostengono l’attività e la produzione capitalistica garantendo una conoscenza approfondita ed un controllo, in tempo reale, dell’orientamento di gusti e preferenze dei consumatori e delle prestazioni dei lavoratori.
Il recente sviluppo del sistema capitalistico si inserirebbe, invero, nel solco di una più ampia tendenza per la quale la fabbrica capitalistica sarebbe sempre stata un «complesso sistema informativo», nel quale il lavoratore acquista sempre più i tratti di «un soggetto che tratta informazioni» ed il rapporto uomo-macchina assumerebbe sempre più esplicitamente la forma «di uno scambio di informazioni allo stato puro (cioè sempre meno mediato da operazioni di trasformazione manuale» (295). La narrazione dominante (296) attribuisce l’ascesa del capitalismo digitale ad una gestione delle dinamiche economiche dominata da organizzazioni democratiche, partecipative e collaborative, che promuovono la competitività delle realtà produttive attraverso la valorizzazione della creatività e della personalità dei collaboratori delle imprese o attraverso un pieno coinvolgimento di tutti gli stakeholders alla gestione dell’attività. Non manca tuttavia chi, invece, equipara la nuova frontiera digitale della storia del capitalismo alle forme di organizzazione del lavoro tipiche della prima fase dell’industrializzazione moderna, sulla base di specifici rapporti di potere di tipo gerarchico (297). In effetti, a ben vedere, alcune delle forme che sta assumendo il capitalismo digitale presenta delle somiglianze con il più tradizionale sistema taylorista otto-novecentesco, rispetto all’organizzazione del ciclo produttivo e alla modalità del suo espletamento, favorendo in questo modo anche l’emersione e lo sviluppo di patologie sociali non dissimili nel tempo.
In questo capitolo ci si propone di approfondire l’esperienza dell’economia delle piattaforme quale declinazione contemporanea del capitalismo industriale, da cui mutua il management scientifico taylorista quale modello produttivo, che viene coniugato ai più recenti sviluppi tecnologici, costituendo di fatto un ambiente favorevole allo sviluppo di quelle patologie psicosociali già approfondite da Marx, Durkheim e Weil negli anni della I Rivoluzione Industriale. Infine, per far emergere la somiglianza delle forme di alienazione marxiste e i rischi psicosociali, e smentire la loro natura emergente sostenuta ampliamente dalla letteratura internazionale, si propone un approfondimento del “caso Amazon”.
L’economia delle piattaforme
Nel contesto di questo ampio e profondo processo di trasformazione delle relazioni capitalistiche, l’economia delle piattaforme rappresenta una delle manifestazioni – «concettuale, fisica ed organizzativa» (298) – più saliente, ed in rapida ascesa (299). Nell’elaborazione più frequente, l’economia delle piattaforme corrisponde alla gig economy, una delle diverse categorie elaborate dalla letteratura per esprimere il cambiamento in atto nel mondo del lavoro, insieme a quella della digital economy, sharing economy, collaborative economy, peer-to-peer economy, gig economy, on demand economy, platform economy. Tale varietà può essere letta come «segnale della ricchezza delle riflessioni sul rapporto tra innovazione tecnologica e innovazione economica e, al tempo stesso, delle difficoltà di interpretazione di fenomeni socio-economici nuovi e ancora sfuggenti» (300). Come è stato notato (301), la scelta dell’espressione con cui si denota il fenomeno sottendente un preciso approccio interpretativo nei confronti dello stesso, più che le caratteristiche dell’oggetto indagato: così, chi pone l’attenzione sulla parcellizzazione del lavoro in micro task e la scarsa protezione sociale dei lavoratori predilige l’etichetta negativa della gig economy (302), mentre chi vuole esaltare il potenziale in termini di riduzione degli sprechi e rafforzamento delle relazioni produttive ricorre all’espressione della sharing economy e collaborative economy (303). L’ascesa delle piattaforme digitali come «pure players» (304) a cui si è assistito negli ultimi anni le conferma quali «modelli aziendali emergenti per l’economia digitale» (305); al contempo, la crescente adesione dei sistemi produttivi tradizionali al paradigma economico delle piattaforme è stato battezzato con il termine «piattaformizzazione» (306). Invero, gran parte della letteratura economica rifiuta la definizione delle piattaforme quali modelli aziendali, identificandole piuttosto come mercati bilaterali o multilaterali, valorizzando la transizione a cui prendono parte diverse categorie di utenti finali (307). Una parte minoritaria ritiene invece che le piattaforme siano da considerarsi monopoli, ovvero sistemi “predatori” anti-mercato, che «vivono degli strati della vita economica sottostante, dove operano come una macchina per concentrare il potere politico-economico» (308). In termini generali, le piattaforme digitali sono descritte dal politologo e accademico statunitense Nick Srnicek nel suo celebre “Capitalismo digitale” (309) come «infrastrutture digitali che consentono a due o più gruppi di interagire» (310), siano essi fornitori di servizi, produttori, clienti, inserzionisti e persino oggetti fisici (311), abilitando interazioni per svolgere attività economiche e di estrazione di dati (312). Le piattaforme digitali sono inoltre capaci di produrre e sfruttare dinamiche quali gli «effetti di rete», secondo i quali «più numerosi sono gli utenti che utilizzano una piattaforma, più la piattaforma diventa attraente e preziosa per gli altri» (313). Generalmente, la letteratura distingue tra le piattaforme di capitale, che favoriscono la connessione tra clienti e venditori che cedono beni di cui sono proprietari, e piattaforme di lavoro, che incentivano invece l’incontro tra clienti e prestatori di servizi che possono essere espletati nel mondo fisico (gig workers) o virtuale (on-demand work) (314). Sulla base della tipologia di attività economica e della natura dei beni e dei servizi supportati e veicolati tramite piattaforma, è possibile elaborare una ulteriore tassonomia che distingue tra le advertising platform, come Google, che rilevano e producono guadagni grazie all’informazione fornita dagli utenti; le cluod platform, come Amazon Web Services, che stoccano contenuti e dati di soggetti terzi; le industrial platform, come Siemens, che mettono in relazione processi di produzione manifatturiera; le product platform, come Spotify, che commercializzano l’accesso a beni o risorse; e infine le lean platform, come Airbnb, che producono attivi di cui però non sono proprietarie (315).
[NOTE]
288 Emblematica l’affermazione «Quando una crisi colpisce, il capitalismo tende a essere ristrutturato» (N. SRNICEK, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, 2017, p. 37).
289 D. GUARASCIO, Mansioni, competenze e rapporti di produzione nell’economia delle piattaforme, in Quaderni della Rivista giuridica del lavoro, 2017, n. 2, pp. 41-47, qui p. 41.
290 «Non sorpresa che il capitalismo non solo sopravviva alle sue crisi periodiche, ma emerga da ciascuna con rinnovato vigore ed un nuovo arsenale di risorse per riuscire a ristabilire il proprio rapporto con il lavoro sulla base di nuove condizioni» (U. HUWS, Labour in the Global Digital Economy: The Cybertariat Comes of Age (2014), tr. it Il lavoro nell’economia digitale globale. Il cybertariato diventa maggiorenne a cura di R. Mapelli, Edizioni Punto Rosso, 2021, p. 22).
291 N. SRNICEK, op. cit., p. 39.
292 Ivi, p. 41.
293 Ibidem.
294 Si veda C. VERCELLONE, Big-data e Free Digital Labor nel capitalismo delle piattaforme: un nuovo estrattivismo?, in L’enigma del valore il digital labour e la nuova rivoluzione tecnologica, Atti del convegno organizzato da Effimera, 1° giugno 2019, Casa della Cultura Milano, pp. 9-24 e A. CASILLI, Addestrare, verificare, imitare: perché il lavoro umano è necessario alla produzione dell’intelligenza artificiale, in L’enigma del valore il digital labour e la nuova rivoluzione tecnologica, Atti del convegno organizzato da Effimera, 1° giugno 2019, Casa della Cultura Milano, pp. 25-41.
295 V. RIESER, Qualche notazione teorica Da Fabbrica Oggi. Lo strano caso del dottor Weber e di mister Marx, in V. RIESER, Intellettuale militante di classe, Punto Rosso, 2015, pp. 206-226. Recentemente, l’importanza delle preferenze dei consumatori era emersa prepotentemente con il passaggio dall’organizzazione scientifica del lavoro all’ohnismo, dal momento che, con il sistema toyotista, la produzione di merci si lega più strettamente alla domanda di mercato (just-in-time). Nick Srnicek suggella tale prospettiva di ragionamento, riconoscendo le falle tecniche nei vecchi modelli di business nella estrazione e raccolta dei dati, a cui invece ovvierebbero le più recenti piattaforme digitali, i cui meccanismi di funzionamento sarebbero orientati a massimizzare il controllo dei consumatori e dei lavoratori. Così argomenta: «I vecchi modelli di business non erano stati particolarmente ben progettati per estrarre e usare i dati. Il loro metodo di lavoro consisteva nella produzione di un bene in fabbrica dove la maggior parte dell’informazione andava persa, poi di venderlo, senza mai imparare nulla sul cliente e sul modo in cui il prodotto stava venendo usato. Anche se la rete logistica globale di produzione lean ha comunque rappresentato un miglioramento in questo ambito, con poche eccezioni anche questa e rimasta un modello perdente» (N. SRNICEK, op. cit., pp. 41-42).
296 Si veda R. BOTSMAN, R. ROGERS, Il consumo collaborativo: ovvero quello che è mio è anche tuo, Franco Angeli, 2017, e E. BRYNJOLFSSON, A. MCAFEE, La nuova rivoluzione delle macchine lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, 2015.
297 Così F. SCOLARI, Capitalismo delle piattaforme: un putting out system urbano, in International Journal of Societies, Politics and Cultures, 2021, pp. 57-76, qui p. 67: «ritengo invece che il platform capitalism, lungi dal configurarsi come una realtà priva di gerarchie e rapporti di potere, ripropone ed aggiorna alcune caratteristiche della manifattura a domicilio di origine medievale. Il successo di questi nuovi fenomeni economici, infatti, si può spiegare anche con il recupero di alcune forme di organizzazione del lavoro tipiche della prima fase dell’industrializzazione capitalistica». Si veda anche M. BIRGILLITO, Lavoro e nuova economia: un approccio critico. I molti vizi e le poche virtù dell’impresa Uber, in Labour & Law Issues, 2016, n. 2,pp. 57-79; R. CHESTA, Conflitti nel taylorismo digitale le lotte dei drivers a Milano, in Officina Primo Maggio, 2020, n. 1., pp. 33-40; R. CICCARELLI, Forza lavoro il lato oscuro della rivoluzione digitale, Derive Approdi, 2018; V. COMITO, La sharing economy dai rischi incombenti alle opportunità possibili, Ediesse, 2016; A. SOMMA, Lavoro alla spina, welfare à la carte. Lavoro e Stato Sociale ai tempi della gig economy, Meltemi Editore, 2019.
298 D. GUARASCIO, Mansioni, competenze e rapporti di produzione nell’economia delle piattaforme, op. cit., p. 41.
299 Negli ultimi dieci anni, l’ascesa del modello di business della piattaforma digitale è stato molto rapido. Nel terzo trimestre del 2010, le due compagnie petrolifere Exxon Mobil e PetroChina occupavano le prime posizioni; tra i GAFAM (Google, Facebook, Amazon e Microsoft), c’era solo Apple in terza posizione e Microsoft in sesta. Secondo un’analisi basata su FT Global 500, il 30 settembre 2020, le aziende pubbliche di maggior valore al mondo erano tutte aziende piattaforma, ovvero Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Alibaba Group, Facebook e Tencent, che insieme rappresentavano più di 8.300 miliardi di dollari di valore di mercato.
300 I. PAIS, La platform economy: aspetti metodologici e prospettive di ricerca, in Polis, 2019, n. 1, pp. 143-160, qui p. 145.
301 I. PAIS, La platform economy: aspetti metodologici e prospettive di ricerca, op. cit.
302 U. HUWS, Il lavoro nell’economia digitale globale, op. cit.
303 A. SUNDARAJAN, The Sharing Economy: The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism, MIT Press, 2016.
304 A. A. CASILLI, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, 2020, p. 59. Cfr. N. SRNICEK, op. cit., p. 35, il quale riconduce la genesi delle piattaforme a «necessità interne dell’azienda». Il riferimento, in particolare, è al caso di Amazon, il quale «aveva bisogno di modi per sviluppare nuovi servizi in maniera veloce, e la risposta è stata di creare l’infrastruttura di base in una maniera che rendeva possibile ai nuovi servizi un suo utilizzo semplice».
305 N. SRNICEK, op. cit., p. 81.
306 A. A. CASILLI, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, op. cit., p. 59.
307 J. C. ROCHET, J. TIROLE, Platform Competition in Two-Sided Markets, in Journal of the European Economic Association, 2003, vol. 1, n. 4, pp. 990-1029.
308 D. STARK, I. PAIS, Management algoritmico nell’economia delle piattaforme, in Economia & Lavoro, 2021, n. 3, pp. 57-80, qui p. 60.
309 N. SRNICEK, op. cit.
310 Ivi, p. 42. Cfr. M. KENNEY, J. ZYSMAN, The rise of the Platform Economy, in Science and Technology, 2016, vol 32, n. 3, pp. 61-69.
311 Cfr. D. S. EVANS, A. HAGIU, R. SCHMALENSEE, Invisible engines: how software platforms drive innovation and transform industries, Mit Press, 2006.
312 Cfr. D. GUARASCIO (a cura di), Report sull’economia delle piattaforme digitali in Europa e in Italia, INAPP, 2018, pp. 1-136. Favorendo l’interazione tra diversi utenti all’interno di uno spazio digitale, le piattaforme si configurando come «un modello di business specializzato nell’estrazione e controllo di dati» (p. 27), facilitando l’estrazione di questi ultimi da qualsiasi processo – naturale o produttivo – e da attività personali degli utenti.
313 Ivi, p. 26.
314 Si veda D. GUARASCIO, S. SACCHI, Digitalizzazione, automazione e futuro del lavoro, INAPP, 2017 e D. GUARASCIO, S. SACCHI, Digital platform in Italy. An analysis of economics and employment trends, INAPP, 2018, Policy brief, n. 8.
315 Si tratta della classificazione proposta da N. Srnicek, che si vuole in questa sede adottare. Per un approfondimento, si veda D. GUARASCIO (a cura di), Report sull’economia delle piattaforme digitali, op. cit., pp. 28-30. Per un approfondimento sulle diverse classificazioni proposte in letteratura in tema di piattaforme digitali, si veda K. FRENKEN, J. SCHOR, Putting the sharing economy into perspective, in Environmental Innovation and Societal Transitions, 2017, pp. 3-10. Tra le altre classificazioni di piattaforme digitali, rileva quella proposta da Martin Kenney e John Zysman, dell’Università di Berkley, basata prevalentemente su considerazioni inerenti il carattere tecnologico delle piattaforme stesse, di cui la componente algoritmica viene riconosciuta come aspetto principale. Kenney e Zysman distinguono tra: piattaforme per piattaforme (come IOS); piattaforme che rendono disponibili strumenti digitali online e supportano la creazione di altre piattaforme e mercati (come GitHub); piattaforme che mediano il lavoro (come Amazon Mechanical Turk); piattaforme di vendita al dettaglio (come eBay); piattaforme per la fornitura di servizi (come Airbnb).
Cecilia Leccardi, Il lavoro e le sue patologie sociali, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Siena, Anno accademico 2021-2022

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