La capacità di infiltrazione fascista tra gli emigrati italiani in Francia ed in Brasile fu assai più ampia di quanto solitamente si ritenga

La penetrazione del fascismo nelle comunità italiane all’estero è stata per lungo tempo sottovalutata dalla storiografia, tanto in Italia quanto nei paesi d’arrivo. L’idea che il regime potesse aver ottenuto un successo anche al di fuori del territorio nazionale sembrava contraddire la visione a un tempo vittimistica ed elogiativa dei migranti italiani all’estero, costretti alla fuga da un paese ingrato e da un regime illiberale. Sebbene tutti gli studiosi abbiano sempre concordato sul fatto che solo una minoranza degli italiani avesse aderito alle organizzazioni antifasciste all’estero, simpatie mussoliniane venivano attribuite quasi esclusivamente ai connazionali residenti negli Stati Uniti. Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, gli studi sul fascismo all’estero si sono moltiplicati, prendendo in considerazione anche contesti differenti da quello nordamericano. Dapprima gli storici si sono concentrati sui fasci d’esportazione, sottolineando spesso la loro debolezza e la loro difficoltà a imporsi come strumento del regime [Fabiano 1983; Gentile 1995; Bertonha 2002a; Franzina-Sanfilippo 2003]. A questi studi si sono affiancati, più recentemente, saggi dedicati alla propaganda, che hanno dimostrato la forte volontà del governo mussoliniano di conquistare il consenso degli italiani all’estero e di incunearsi nelle società ospiti, in nome della vocazione universalistica attribuita al fascismo da alcuni esponenti del partito [Garzarelli 2004; Cavarocchi 2010]. Il regime, più prosaicamente, cercò di sfruttare la presenza dei migranti nei paesi ospiti soprattutto per fare pressione sui governi, allo scopo di ottenere vantaggi e sostegni internazionali [1]. La storia del fascismo all’estero si è inoltre arricchita, nel corso degli anni, di diversi contributi che hanno ricostruito la penetrazione del regime in svariati contesti nazionali e regionali. Raramente gli storici del fascismo all’estero si sono dedicati, invece, a un approccio comparativo sia tra contesti regionali all’interno dello stesso paese, sia tra paesi diversi. L’eccezione più rilevante, in questo senso, è quella di João Fábio Bertonha che, partendo dall’analisi della diffusione del fascismo in Brasile, ha con diversi contributi provato a mostrare la proficuità del metodo comparativo [Bertonha 1999; Bertonha 2001b; Bertonha 2002b]. In particolare, secondo lo storico brasiliano, lo studio del fascismo e dell’antifascismo fuori dall’Italia rappresenterebbe un nuovo orizzonte per la storiografia, capace di restituire il carattere transnazionale dei fenomeni migratori, anche nella loro dimensione politica [Bertonha 2003]. Nell’ambito della storiografia italiana, il contributo recente più interessante appare quello di Matteo Pretelli che, avvalendosi degli studi sino a quel momento compiuti da ricercatori italiani e stranieri, ha proposto una sintesi dei principali nuclei di ricerca, cercando di sottolineare le sfumature presenti nei diversi contesti nazionali [Pretelli 2010] [2]. L’obiettivo di questo saggio è, dunque, quello di tentare una comparazione della fascistizzazione delle comunità italiane in due contesti particolarmente differenti. Il Brasile è, infatti, concordemente ritenuto uno dei paesi nel quale il fascismo ottenne i migliori risultati, mentre, per quel che riguarda la Francia, dove importante fu la presenza di antifascisti, la forza del regime è stata riconosciuta con maggiore reticenza. Il tentativo di comparazione si basa sulla convinzione che il fascismo all’estero non fu un monolito e che, malgrado la forte volontà del regime di uniformare l’atteggiamento dei poteri consolari nei diversi contesti d’azione, le direttive giunte da Roma furono variamente interpretate secondo le necessità locali.
I fasci italiani all’estero assunsero, in Francia e Brasile, un ruolo di primissimo piano nel corso degli anni Venti. Nati alcuni mesi prima della marcia su Roma anche grazie all’azione di precedenti organizzazioni di stampo nazionalista, furono, in principio, piccoli nuclei di reduci della Grande Guerra spesso guidati da intellettuali e giornalisti come Camillo Pellizzi a Londra o Nicola Bonservizi a Parigi. La gran parte dei fasci vide, tuttavia, la luce in Europa e nelle Americhe immediatamente dopo la conquista mussoliniana del potere: così, già nel 1925, ben 20 erano i gruppi fascisti nel paese transalpino [De Caprariis 2003, 7]. Nel continente sudamericano fu a Buenos Aires che sorse la prima sezione fascista, seguita, nel marzo 1923, da quella di São Paulo, nata su iniziativa del controverso Emidio Rocchetti. Il Brasile divenne, in breve tempo, il paese latinoamericano col maggior numero di fasci [Trento 2003, 154-155; Trento 2005, 15-17]. La storia dei gruppi fascisti, anche a causa della forte personalità del primo segretario generale dei fasci all’estero Giuseppe Bastianini, fu segnata da grandi ambiguità, simili a quelle che nella prima fase del regime contraddistinsero i rapporti tra stato e partito, generando forti contrasti con le rappresentanze consolari soprattutto in Francia. Solamente grazie all’opera di fascistizzazione del corpo diplomatico, intrapresa da Dino Grandi, le tensioni sembrarono via via rientrare. Con Piero Parini, divenuto segretario dei fasci all’estero alla fine del 1927, si giunse alla definitiva cessazione dell’autonomia delle sezioni fasciste, nell’ambito della complessiva riorganizzazione della politica migratoria italiana che concentrava tutti i poteri nella Direzione Generale degli Italiani all’Estero, guidata dallo stesso Parini presso il Ministero degli Esteri [Gentile 1995, 910-916 e 950-956; De Caprariis 2003, 15-19].
La volontà normalizzatrice che aveva portato al ridimensionamento politico del ruolo dei fasci non fu solo il portato dello scontro interno tra esponenti statalisti e fascisti rivoluzionari, ma anche il frutto di una scelta consapevole di realpolitik da parte del governo mussoliniano. La Francia della metà degli anni Venti fu, infatti, attraversata da una lunga scia di scontri e violenze tra fascisti e antifascisti, inaugurata dall’assassinio a Parigi, nel 1924, di Nicola Bonservizi [Milza 1983, 431-432]. Tali eventi coinvolsero diversi dirigenti e persino prelati accusati di essere complici del regime, tra cui don Caravadossi, ucciso a Jœuf, in Lorena, nel 1928 [Pinna 2012, 195-196]. A Nizza, nel settembre 1929, si ebbe l’episodio più sanguinoso, con l’assassinio di tre membri dell’Associazione Nazionale Combattenti colpiti da una bomba lanciata da uno sconosciuto [Schor 1991, 140]. L’opinione pubblica francese guardò con ostilità a tali accadimenti e all’ostentazione con cui alcuni fascisti sceglievano di manifestare la propria vicinanza al regime. Così, un grosso scandalo scoppiò a Tolosa quando, nel febbraio 1926, alcuni militanti indossarono la camicia nera, provocando le ire del sindaco della città Étienne Billières, socialista e noto amico degli esiliati antifascisti della regione, e una dura polemica che coinvolse le autorità locali e nazionali [Teulières 2002, 97-98; Pinna 2012, 214-216]. Anche in seguito a questi fatti, il Ministero dell’Interno francese vietò agli stranieri, con la circolare n. 5 del 5 ottobre 1926, di manifestare con simboli e divise che potessero indurre a contromanifestazioni o incidenti [3]. La violenza squadrista e la violenza rivoluzionaria erano state d’altronde elementi fondativi dello scontro tra fascismo e antifascismo nel corso degli anni Venti. Le aggressioni reciproche, che spesso videro all’estero un ribaltamento tra vittime e carnefici rispetto all’Italia, rappresentavano un elemento di forte rafforzamento dell’identità politica, ma non portavano alcun vantaggio alle organizzazioni contrapposte. I giovani fascisti che parteciparono agli scontri sembravano voler recuperare in qualche modo una tradizione di arditismo, che talora neppure avevano vissuto in patria, mentre negli antifascisti prevalevano il sentimento di vendetta e, soprattutto, la volontà di dimostrare che, nonostante l’esilio, essi non si sentivano vinti. La stessa formazione culturale di alcuni dirigenti fascisti – che erano stati squadristi nella madrepatria e che spesso vivevano la militanza come una battaglia – favoriva la propensione alla violenza: il fondatore del fascio paulista Emidio Rocchetti, ad esempio, giunse a São Paulo dopo aver ucciso il segretario del partito comunista di Macerata. In Brasile, tuttavia, la situazione apparve decisamente più tranquilla rispetto alla Francia. La violenza rimase un fenomeno sostanzialmente marginale nel paese latinoamericano, dove non si verificarono scontri significativi anche per la grande debolezza del movimento antifascista. Ciononostante, anche in Brasile gli esponenti delle élites sostennero il processo di normalizzazione che avrebbe potuto offrire maggiore credibilità alle organizzazioni fasciste e quindi tutelare meglio i loro interessi [Trento 2005, 15-17].
La pressione normalizzatrice del regime portò, negli anni Venti e Trenta, alla perdita della carica politica universalista e rivoluzionaria che i primi fondatori avevano voluto dare ai fasci all’estero, ma anche a una loro moltiplicazione. Nel 1927 i gruppi fascisti in Brasile erano 52 e nel 1934 già 82, di cui 35 nel solo stato di São Paulo [Trento 2003, 155]. In Francia la situazione era ancora migliore per i seguaci di Mussolini se è vero che, nel 1938, i fasci erano addirittura 274, circa la metà di quelli presenti in Europa e un quarto del totale [Milza 1993, 248]. La normalizzazione coincise anche con la progressiva fascistizzazione del corpo diplomatico. L’inserimento dei cosiddetti consoli fascisti da parte del regime agevolò, in maniera apparentemente paradossale, il ritorno a una situazione di maggiore tranquillità. Di fatto si stabiliva ora che erano i consolati, divenuti il centro dell’azione di propaganda, a detenere il potere decisionale. I fasci all’estero assunsero sempre più un carattere ausiliare, dedicandosi, pur senza perdere completamente la propria vocazione militante, all’assistenza e al sostegno delle comunità immigrate. L’impegno dei consoli portò ottimi risultati e fu particolarmente evidente in alcune realtà che, fino a quel momento, avevano contribuito all’accrescimento del numero dei soci in misura più moderata, come accadde a Porto Alegre grazie all’opera del console Manfredo Chiostri [Bertonha 2001a, 218-223]. In Brasile il principale protagonista di questa nuova fase fu, però, il console di São Paulo, Serafino Mazzolini, vicesegretario del PNF fra il 1924 e il 1926, che si dedicò con grande cura alla diffusione del fascismo nello stato paulista secondo le indicazioni provenienti da Roma [Trento 1994, 257-258]. Anche in Francia, in particolare in città come Marsiglia, dove divenne console Carlo Barduzzi, ex segretario del PNF trentino, o a Nizza e nel Nord-Pas-de-Calais, l’arrivo dei nuovi rappresentanti diplomatici diede maggior vigore ai fasci cittadini [Temime 1986, 566-567; Schor 2011].
Il numero di iscritti alle organizzazioni fasciste appare difficile da stabilire. Secondo Angelo Trento i fasci in Brasile non superarono mai la cifra di 5.000-6.000 soci, gran parte dei quali concentrati nella regione paulista, su quasi mezzo milione di immigrati italiani, mentre in Francia meno del 2% degli italiani presenti e circa il 2,2% di quelli arrivati nel paese tra il 1911 e il 1939 avrebbe aderito alle organizzazioni fasciste [Trento 2003, 155; Vial 2003, 31; Maltone 1998, 119]. Pierre Milza ha avanzato, inoltre, l’ipotesi di circa 10.000-12.000 iscritti ai fasci transalpini per il 1937-1938, su quasi 800.000 italiani, a cui andavano sommati, però, gli aderenti alle organizzazioni dopolavoristiche e giovanili [Milza 1993, 249]. Nel 1930 i soci del fascio sarebbero stati circa 3.000 a Parigi, benché solo 500-600 potessero considerarsi realmente attivi, e 1.000 a Nizza, dove poi sarebbero aumentati sino a raggiungere la considerevole cifra di 2.200 nel 1938 [Milza 1995, 95; Schor 2011]. Allo stesso modo, è ora noto che in alcune aree periferiche francesi come la Lorena e il sud-ovest i fasci avvicinarono alcune migliaia di persone, benché le fonti consolari non possano considerarsi completamente degne di fede. Complessivamente, la debolezza e l’assoluta incertezza dei numeri hanno fatto sì che, per molto tempo, si sia ipotizzata una sostanziale incapacità dei fascisti di conquistare i migranti, catalogando i differenti strumenti messi in atto dal corpo diplomatico e dalle organizzazioni fasciste come grotteschi tentativi dagli scarsi risultati. La presenza capillare dei fasci, tanto in Francia quanto in Brasile, non deve invece essere sottovalutata. Le organizzazioni del regime, infatti, non erano presenti solo nei grandi centri come São Paulo, Rio de Janeiro, Parigi o Marsiglia, ma ebbero una capacità di penetrazione a tratti sorprendente. Così, piccoli gruppi riunivano gli italiani a Obidos nello stato del Parà o a Sobral Pinto nel Minas Gerais, in nome di un’appartenenza etnica prima ancora che politica [Trento 2003 155-156; Trento 2005, 17]. A Recife il fascio, sorto nel 1924, riuniva, alla fine degli anni Trenta, cento italiani sui cinquecento residenti nella città, con una percentuale di gran lunga superiore a quella raggiunta dall’organizzazione fascista di São Paulo [Bertonha 1998, 197]. Allo stesso modo, fasci nacquero nei centri isolati delle campagne della Francia sud-occidentale, dove gli italiani erano giunti numerosi a coltivare terre ormai abbandonate dai francesi, e in molti villaggi degli italiani nelle regioni minerarie dell’est [Maltone 1998, 122-123; Pinna 2012, 204].
La capacità fascista di incunearsi nelle città e nei villaggi sembra dunque ridimensionare l’importanza dei numeri, anche in considerazione del fatto che i fasci rappresentarono solo uno degli strumenti utilizzati dal regime per raggiungere e conquistare i migranti. Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta si assistette alla costruzione di un vero e proprio sistema fascista di intervento nei differenti paesi stranieri, che manteneva alcuni tratti comuni pur differenziandosi a seconda dei contesti nei quali si trovava a operare. La strategia fascista per la penetrazione nelle comunità immigrate si basò su tre fondamentali pilastri: il controllo delle attività assistenziali e ricreative, la propaganda e la costruzione di un sistema di alleanze. Già nel 1925 – almeno secondo l’incaricato d’affari francese a Roma – il duce avrebbe richiesto una «azione specifica d’assistenza economica, morale e patriottica ai lavoratori emigrati» con una particolare attenzione «all’educazione fisica, sportiva, all’insegnamento generale e professionale, alla propaganda morale contro l’alcolismo e le malattie, all’assistenza economica e morale, alla propaganda affettiva e culturale italiana» [4]. La nascita dell’Ond (Opera Nazionale Dopolavoro) all’estero e delle Ogie (Organizzazioni Giovanili degli Italiani all’Estero) – poi divenute Gile (Gioventù Italiana del Littorio all’Estero) – sembrarono rispondere a tali necessità. Il dopolavoro fu il perno principale dell’organizzazione fascista all’estero; secondo quanto sostenne lo stesso Mussolini in una circolare del 1929, conservata presso gli archivi francesi, il compito dell’Opera nei paesi stranieri era costituito da una «azione multipla e quasi indefinibile che è destinata a legare lo spirito dei compatrioti per sottrarli alle influenze negative e portarli verso un fine patriottico sotto l’influenza positiva dello spirito d’educazione, dello spirito d’associazione e dello spirito di emulazione». L’educazione fascista prevedeva dunque che, nelle organizzazioni dopolavoristiche, si proponessero corsi di lingua, di musica, trovassero spazio biblioteche, si svolgessero conferenze e proiezioni cinematografiche ma anche feste e cerimonie pubbliche, sorgessero gruppi teatrali e musicali e, soprattutto, fosse possibile per gli italiani praticare sport [5]. La crescita delle organizzazioni dopolavoristiche fu impressionante, se è vero che vi sarebbero state 244 sezioni all’estero nel 1937 e 332 nel 1939 [Bertonha 2001a, 45]. La prima sede brasiliana fu inaugurata a Rio nel 1929, mentre si dovette aspettare il 1931 perché l’Ond aprisse una propria filiale a São Paulo e gli anni successivi per vedere la medesima capillarità nei centri grandi e piccoli già registrata nel caso dei fasci. A São Paulo, secondo alcune fonti, gli iscritti sarebbero stati circa 2.200 nel 1932, quasi 6.000 nel 1934, 7.000 un anno dopo e addirittura – ma qui la cifra appare davvero improbabile – 40.000 nel 1938. A differenza di quanto accadeva in Francia, le Ond brasiliane attrassero persone di ogni nazionalità e, dopo il 1932, i brasiliani poterono persino accedere alle cariche direttive anche se a occupare gli incarichi più prestigiosi vennero normalmente chiamati italiani naturalizzati [Trento 2005, 23-24]. Le attività dei dopolavoro spaziavano, secondo le indicazioni provenienti da Roma, dall’organizzazione di feste e iniziative ricreative sino alla costruzione di una rete di sostegno alla popolazione, basata su attività che univano inscindibilmente assistenza e politica come la befana fascista o gli alberi di Natale, in stretta collaborazione con i consolati e i fasci. In Brasile le sezioni dopolavoristiche si impegnarono anche per celebrare il carnevale, dimostrando una grande capacità di assorbire le tradizioni locali e di sfruttarle a loro vantaggio [Guerrini, Pluviano 195, 526].
Le organizzazioni fasciste all’estero, come richiesto dal regime, diedero inoltre largo spazio alle attività sportive, prestando particolare attenzione alla partecipazione giovanile. Lo sport assunse, all’interno dell’ideologia fascista, un forte ruolo pedagogico ed educativo nella costruzione dell’umanità nuova anche all’estero e divenne un fondamentale strumento di disciplina e controllo, confermando quella che Victoria De Grazia ha definito «una vera e propria ossessione» da parte del regime [De Grazia 1981, 249]. L’indicazione delle attività sportive come uno dei principali compiti dei dopolavoro proveniva, come ricordato in precedenza, direttamente da Mussolini, che sosteneva enfaticamente il dovere degli immigrati di difendere i colori e la bandiera della patria [6]. L’organizzazione di squadre calcistiche nazionali doveva, in particolare, essere favorita non solo per l’amore tipicamente italiano nei confronti di questo sport, ma anche perché grazie al calcio, secondo il duce, si potevano incitare i connazionali alla competizione nei confronti degli elementi locali e favorire l’omogeneità interna al gruppo. Proprio per questo, il fascismo non si prodigò solamente nell’organizzazione di gruppi sportivi tra immigrati, ma utilizzò apertamente lo sport, calcio e ciclismo in primo luogo, come strumento di propaganda. Le partite di calcio amichevoli giocate da importanti squadre italiane nelle città francesi e brasiliane furono uno dei principali esempi dell’ambizione fascista, suscitando un grande entusiasmo tra i migranti. Ciononostante, anche altri sport furono ampiamente praticati all’interno dei dopolavoro, dalla lotta libera a Belo Horizonte, al ping-pong a Barretos [Guerrini, Pluviano 1995, 525], allo sci nelle aree montuose della Francia o al nuoto in quelle marittime.
[…] I tre pilastri del sistema di potere fascista – conquista degli spazi ricreativi e assistenziali, propaganda e alleanze – permisero una penetrazione nelle comunità immigrate che, seppure sempre minoritaria, non fu affatto trascurabile. La risposta a quanti fossero effettivamente questi fascisti appare difficile, perché è forse la questione stessa a essere posta nella forma sbagliata. Le persone influenzate dal fascismo oppure conquistate dal regime furono senz’altro migliaia, anche se è impossibile una loro esatta quantificazione. Gli stessi fascisti sembravano nel corso degli anni Trenta aver ormai accettato l’idea di controllare le comunità immigrate, preferendo la loro discreta dominazione a un’adesione entusiastica, come avevano sognato i pionieri dei fasci all’estero come Bastianini. Per queste ragioni, Bertonha ha coniato per il Brasile una definizione che appare valida anche per altri contesti, quella dell’esistenza di un fascismo diffuso. I protagonisti di questo fascismo non erano i militanti, che pure esistettero e furono pugnaci, ma piuttosto un insieme di persone che, più o meno consapevolmente, espressero il proprio consenso al regime, partecipando alle sue manifestazioni, alle attività del dopolavoro e delle organizzazioni giovanili, sfruttando i canali d’assistenza e gloriandosi di un’appartenenza che mischiava in misura del tutto artefatta nazione e fascismo [Bertonha 2001a, 233-234]. Il grado di tale diffusione fu naturalmente diverso da paese a paese – molto forte negli Stati Uniti e più incerto in alcuni paesi europei – e anche da regione a regione all’interno degli stessi paesi ospiti, dove il fascismo ottenne talora risultati contrastanti. Appare dunque evidente che la capacità di infiltrazione fascista fu assai più ampia di quanto solitamente si ritenga e che anche strati sociali normalmente considerati immuni dal contagio ne abbiano in realtà subito l’influenza. I ceti medi rappresentarono certamente l’ossatura di questo fascismo d’esportazione, spesso ricoprendo ruoli dirigenziali nei fasci e nelle organizzazioni dopolavoristiche, ma – grazie alla martellante propaganda e all’utilizzo di strumenti considerati meno politici come l’associazionismo sportivo – anche le masse popolari urbane di São Paulo sembrarono rompere la propria indifferenza e sostenere, almeno in parte, il nuovo regime [Trento 2005, 12-14]. In Francia, allo stesso modo, non furono solamente bottegai e commercianti a rappresentare la spina dorsale del regime. Nel sud furono gli agricoltori – mezzadri e piccoli proprietari – a rappresentare la base del fascismo diffuso e nelle regioni dell’est si assistette persino a uno sfondamento – per quanto di certo minoritario – tra gli operai che lavoravano nelle miniere e nelle imprese siderurgiche. Resta sospesa la questione della durevolezza di questo consenso, se è vero che, come si è segnalato, il cedimento delle organizzazioni fasciste fu rapido, specialmente in Francia. L’accostamento alle strutture gestite dai consolati fu effettivamente assai utilitaristico e non appena apparve chiaro che tale vicinanza poteva essere dannosa, l’enorme maggioranza degli italiani non esitò ad abbandonare i gruppi di ispirazione fascista al loro destino.
La comparazione tra l’esperienza fascista in Brasile e Francia sembra dimostrare la complessità dei processi di fascistizzazione all’estero, intrecciata inestricabilmente alle politiche dei paesi in cui vivevano i migranti. L’efficacia e la capacità di espansione dei vari strumenti messi in campo dal regime fascista dipese in maniera significativa dalle azioni dei governi ospiti, dal contesto sociale e dalle tradizioni politiche e culturali locali, costringendo il regime a immaginare forme differenziate di propaganda. Più in generale, l’assimilazione degli italiani non fu eguale in tutti i paesi stranieri e, al loro interno, in tutte le regioni e, proprio per questo il fascismo assunse differenti ruoli e significati a seconda dei diversi contesti. In questo senso, la differenziazione tra paesi anglofoni, germanici e latini proposta da Donna Gabaccia e ripresa criticamente da Bertonha [Bertonha 2003], pure assai stimolante, rischia di nascondere le profonde diversità presenti negli stessi contesti nazionali, mentre sarebbe auspicabile una comparazione interregionale. Appare soprattutto forte la necessità di studiare la fascistizzazione dei migranti considerando la profonda interazione tra le direttive, spesso stringenti, provenienti da Roma e gli effettivi risultati sul campo. Il fascismo all’estero, uscito dall’oblio cui era stato condannato dal silenzio dei protagonisti e da una storiografia preoccupata di contribuire a una sua celebrazione, oggi non è più terra incognita, ma studi approfonditi sono ancora necessari per cercare di comprendere la sua forza e le sue debolezze.
[NOTE]
1 La «diplomazia parallela» del fascismo, come viene definita, è stata studiata con particolare attenzione per quel che riguarda gli Stati Uniti e i paesi latinoamericani [Luconi 2000; Bertonha 2001c].
2 Tra gli studi che hanno cercato di analizzare in chiave comparata, seppure a livello regionale, le esperienze del fascismo e dell’antifascismo all’estero, cfr. Pinna 2012.
3 Rapport du 20 novembre 1926 par le Ministre de l’Intérieur au Préfet de la Haute-Garonne, Archives Nationales (AN), F7 13458.
4 Copie du rapport n. 553 du 9 décembre 1925 par M. Roger, Chargé d’affaires de la République française à Rome à M. le Président du Conseil, Ministre des Affaires Etrangères, in Archives du ministère des Affaires Etrangères (MAE), Correspondance politique et commerciale (Corr.), Série Z Europe 1918-1929, b. 185.
5 Copie de la Circulaire n. 38 du Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale degli Italiani all’Estero, in Rapport n. 975 S.C.R. 2/11 du 3 mars 1929 par le Ministre de la Guerre au Ministre des Affaires Etrangères, MAE, Corr., Série Z Europe 1918-1929 Supplément, b. 375.
6 Copie de la Circulaire n. 38, cit., in MAE, Corr., Série Z Europe 1918-1929 Supplément, b. 375.
Pietro Pinna, La fascistizzazione dei migranti italiani in Francia e Brasile: una comparazione, “Storicamente“, 13 (2017), no. 32