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Dagli anni ’50 Calderara esce dalla figurazione

Bianco e Giallo è un libro d’artista. Questo vuol dire che è sì, un libro, ma va visto (anche) come un’espressione di arte figurativa. Non è un libro sull’artista, come può essere il catalogo di una mostra. Non è un libro illustrato dall’artista. È un libro che l’autore concepisce, progetta e prepara come una sua opera d’arte.
L’autore di questo libro è Antonio Calderara.
Nato ad Abbiategrasso nel 1903, residente a Milano, spesso passava il suo tempo a Vacciago (dove ancora c’è la sua collezione d’arte) e un po’ anche a Sanremo, dove aveva una casa. Una volta Calderara faceva dei piccoli quadri figurativi.
Vedendo queste sue pitture si rimane subito incantati dall’equilibrio formale con cui sono costruite.
Figure appiattite, colori tenui, costruzione rigorosa, rapporti fra spazi. Già allora, insomma, Calderara ragionava da astrattista o, per meglio dire, da neoconcretista inoggettuale. Nelle prime opere di un autore già ci sono le forme che verranno.
Nella Passacaglia, opera I, si sente già il Webern dodecafonico e siderale, nelle opere giovanili di Capogrossi già si intravede il futuro pittore combinatorio dei “forchettoni”. E infatti dagli anni ’50 Calderara esce dalla figurazione e comincia a lavorare a quadri che sono pure campiture di colore su cui appaiono delle forme geometriche. Tutto è basato sulla geometria, appunto, e poi sulla luce, sui timbri cromatici, sulla trasparenza. Maurizio Fagiolo dell’Arco scrive: «La geometria è come velata, messa tra parentesi, filtrata” e, poco oltre, “Se è vero che questa pittura vuole costruire o ricostruire qualcosa (e quindi si spiegano gli omaggi a Mondrian e Albers) è anche vero che nel brevissimo campo finito del quadro vuole portare una presenza dell’infinito». E Murilo Mendes parla di un’aspirazione «a questa pausa, questo silenzio fecondo di ritmi».
Oltre ai dipinti Calderara realizza diversi esperimenti grafici: libri, o cartelle di grafica dove unisce l’elemento visivo ad altre forme espressive. Il primo lavoro di questo tipo è Tempo – Spazio – Luce, realizzato insieme a Bruno Canino nel 1963: dieci quartini sciolti in otto dei quali dopo la partitura musicale vi è una tavola a colori di Calderara. Poi Misura di luce, nove serigrafie con una piccola antologia di scritti pitagorici a cura di Umberto Eco, 1964. E dopo ancora, con Adriens Van Onck, Il numero cromatico, s.d. ma 1965, dieci tavole a colori sul tema del verde. Eccetera.
Assai proficua è la collaborazione con Enore Zaffiri che, nato nel 1928 a Torino, nel ’68 vi fonda lo SMET (Studio di musica elettronica di Torino).
Zaffiri cerca di usare le figure piane euclidee come base del suo lavoro, con la sua musica vuole rendere «la dimensione formale e spaziale», riuscire a ricavare da un canone fondamentale «tutti gli elementi relativi al campo sonoro e visivo». Con il progetto Musica per un anno arriva a sonorizzare degli ambienti con una linea musicale continua e mutevole: ma per minime variazioni, dovute, per esempio, al variare della luce durante la giornata.
Poi, dal 1970, Zaffiri decide di uscire dai laboratori e di eseguire musica elettronica in pubblico.
Usa uno strumento portatile, un sintetizzatore familiarmente chiamato synthi, ed abbina il suono elettronico con la voce umana. Negli anni ’70 a noi capitò così di ascoltare le Policromie per voci e sintetizzatore, su testi di Antonio Calderara. È un brano del 1974, e la musica eseguita “dal vivo” con il synthesiser cuce quattro pezzi poetici di Calderara, dedicati alla memoria di Mark Rothko, Lucio Fontana, Ad Reinhardt, Piero Manzoni (citiamo a memoria il finale di quest’ultimo brano: «anche la tua morte è stata bianca / bianca come il tuo operare »).
In quell’occasione Zaffiri parlò delle sue ricerche, dichiarò la sua avversione per gli effetti speciali (gli allievi che, invece di cercare nuove sonorità, si divertivano a imitare i suoni della natura), lasciò intuire le possibilità che si aprivano alla musica grazie a questi nuovi strumenti.
Se il Calderara figurativo è gia un astrattista, il Calderara astratto è un pittore figurativo: raffigura la geometria. Ci ricorda Lara-Vinca Masini: «Lavorava continuamente sulla forma del quadrato, tanto che si è parlato, per Calderara, di “astrattismo figurativo”, come se egli, ogni volta, realizzasse il “ritratto” del quadrato».
In Bianco e Giallo si narra una storia di geometrie che affiorano nello spazio. Si inizia a “leggere” il libro: la parte di destra è un campo giallo, a destra è bianco. Si volta pagina. Ecco un quadratino giallo sulla pagina a destra. Voltando ancora pagina scopriamo che in luogo del quadratino c’è ora un sottile rigo, che inizia dalla metà del foglio.
Andiamo avanti: ora il rigo è completo, poi compare un rigo più sottile, poi vediamo che arriva solo sino a metà foglio, poi il quadratino e il sottile rigo compaiono assieme. Successivamente iniziano dei giochi fra il rigo più sottile e quello più corpulento.
E così via, sino alla fine (come finirà la storia? andate a vedere, non intendiamo certo svelare i finali).
Una volta, con Roberto Colombo, suo allievo prediletto, incontrammo Calderara. Parlava con entusiasmo dei suoi amici pittori: uno di loro, non ricordiamo più chi, un giorno andò a visitarlo portandogli un immenso bouquet di fiori, una cosa gigantesca (noi pensavamo: questi artisti dell’astrazione, apparentemente così freddi e algidi, e poi in realtà così generosi, allegri, folli). Pronunciò, rispondendo ad una nostra domanda, parole di stima per Marcel Duchamp, visto però più come intelligente provocatore che come profondo esploratore.
Stroncò, a suo modo, Michelangelo pittore (che faceva, disse, delle sculture dipinte).
Quando morì, nel 1978, nella sua Vacciago, non lo sapemmo subito e la notizia ce la diede proprio Colombo, durante un viaggio in auto. «Non abbiamo più maestri» fu il nostro commento. «I maestri adesso siamo noi» rispose Colombo, e non era arroganza o stoltezza, ma una lucida consapevolezza, foscoliana oseremmo dire, di quella staffetta, di quel passaggio di responsabilità che è la storia (poi, certo, ognuno fa quel che può). In un’altra occasione Colombo disse che Calderara fu quello che in Francia chiamano un petit maître. Forse, può anche essere, potrebbe darsi. Ma averne, allora, di petit maître così.
Antonio Calderara: Bianco e Giallo. Piccolo storia di un quadrato e di un rettangolo, 29° numero della collezione Les poquettes volantes, edito da Daily Bul, La Louvière 1968
Marco Innocenti, Bianco e Giallo, IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna – Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM), anno VIII, n° 4 (32), ottobre-dicembre 2017 [Marco Innocenti è anche autore di altri lavori quali Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 – 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008]