
Le azioni giudiziarie costituirono soltanto la punta dell’iceberg di un più vasto campionario di operazioni escogitate dall’establishment palermitano a danno del giornale [n.d.r.: «L’Ora» di Palermo]. In merito non si può non menzionare il caso di «Telestar», quotidiano della sera messo in piedi nel 1963 dall’imprenditore Arturo Cassina. Membro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, vicino al Cardinal Ruffini e titolare esclusivo per gli appalti della manutenzione stradale e della rete fognaria di Palermo, costui occupava un ruolo significativo nel sistema di potere cittadino. Contro di lui «L’Ora» conduceva da tempo una campagna dura, evidenziando il mancato funzionamento della Commissione di controllo rispetto alle proroghe dei suoi contratti <423. Sul finire del 1962 in Consiglio comunale andava in scena un duro scontro tra maggioranza e opposizione, con la Dc schierata a favore dell’appalto a Cassina in esplicita violazione delle procedure <424. L’imprenditore provò, in un primo momento, a rilevare le azioni del giornale palermitano e ad acquistarlo, prendendo contatto con i proprietari. Non fu l’unico: il preoccupante bilancio della stampa comunista e fiancheggiatrice indusse Terenzi a sollecitare modifiche in campo editoriale («Cronaca e dolce vita», commentò sarcasticamente Gaetano Baldacci sul settimanale «ABC» <425) e a cercare altre linee di credito. Enrico Mattei, ad esempio, già proprietario de «Il Giorno», propose di comprare «L’Ora» per un miliardo, contando di valersene per rilanciare la sua Eni in Sicilia <426. Un altro tentativo in questa direzione ebbe per protagonista il capo di Sicindustria La Cavera, che fallì per la contrarietà dei comunisti palermitani <427. Non ebbe maggior fortuna Cassina, il quale si risolse pertanto a creare (senza figurare nel consiglio di amministrazione) un quotidiano ultracattolico e anticomunista, appunto «Telestar», chiamandovi alla direzione l’addetto stampa del comune di Palermo Mario Taccari. Non solo: tentò pure di soffiare al quotidiano di Nisticò operai e redattori, offrendo loro salari nettamente più alti di quelli corrisposti dal Pci. La nuova testata si presentò sin dal primo numero come l’«Anti-L’Ora»: “[…] Denunziamo” – scrisse Taccari nell’editoriale di lancio – “ancora oggi e più che mai, il comunismo, non tanto quello forcaiolo della vecchia guardia, ma quello intellettualoide mellifluo ed insidioso, come il nemico più pericoloso della pace e della prosperità degli italiani […] Non ci stupiamo affatto che da bravi e solerti militanti comunisti, quelli de L’Ora siano riusciti nella mirabolante impresa di guardarci in fase sperimentale dal buco della chiave. La vocazione allo spionaggio fa parte del bagaglio del perfetto comunista e che i colleghi di via Stabile vantino – almeno per tal riguardo – la perfezione, nessuno oserebbe contestare. La loro impresa li qualifica (o li squalifica) a sufficienza e, quel che più conta, non mancherà d’essere convenientemente apprezzata dal pubblico, che saprà cosa pensare di un giornale che, in vista della apparizione di uno scomodo concorrente, non sa far di meglio che abbandonarsi ad uno squallido gioco di assai dubbio gusto, nel vano tentativo di confondere le idee e di darsi coraggio. Devono battere ore ben più tristi in casa dei paracomunisti di via Stabile. Siamo già all’ossigeno delle puerili furbizie” <428.
Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità. Lo scopo fu tenere il quotidiano di sinistra sotto continua pressione, mostrando come la sua attività giornalistica e di contestazione screditasse la Sicilia a tutto vantaggio del Pci e di Mosca. In questa prospettiva il giornale non sarebbe stato altro che una quinta colonna del nemico sovietico. “Non c’è numero del giornale in questione” – si leggeva in un fondo del 20 maggio 1963 – “che non abbia i suoi fattacci, che non peschi avidamente negli abissi delle miserie umane; che non agiti il fango e la vergogna di certi bassifondi. Non c’è numero che non versi fiumi d’inchiostro e immagini e disegni e titoloni eclatanti sulla cronaca nera. Diritto d’informazione? Sino a un certo punto: oltre il segno è speculazione, potrebbe essere delitto: certamente è peccato […] Palermo e la Sicilia, presentati come un covo di briganti, di violenti, di malefemmine, di mafiosi pagano ogni giorno il conto di questo non certo onorevole mestiere” <429.
«L’Ora» subiva un attacco quanto mai insidioso in quello stesso maggio. «Telestar», infatti, il 17 dava notizia di un’interrogazione presentata dal deputato cristiano-sociale Romano Battaglia al presidente della Regione Giuseppe D’Angelo e all’assessore per lo sviluppo economico riguardante un prestito di 35 milioni concesso alla società editrice de «L’Ora» dall’Irfis (Istituto regionale per il finanziamento alle industrie in Sicilia). Secondo l’interrogante, l’operazione era andata in porto mercé l’intervento del nuovo presidente dell’istituto, Nino Sorgi, notoriamente conosciuto quale avvocato de «L’Ora» <430. Sembrava inconcepibile – rincarava il quotidiano il giorno successivo – che una testata in totale dissesto economico come «L’Ora» potesse «avere trovato titoli legittimi per sfuggire all’offerta di serie garanzie». Insomma: «quale è quella società industriale o quel privato che, senza la protezione del Partito comunista, può sperare tanto?» <431. Il giorno dopo Sorgi precisava sulle colonne di «Telestar» di aver assunto la carica di presidente dopo il sovvenzionamento, vedendosi però contestare l’appartenenza al Comitato speciale istituito tempo prima in seno all’Irfis e firmatario dell’atto di prestito.
A questo punto scendeva in campo Nisticò, con un editoriale significativamente intitolato “È l’ora. Giù le mani dalla nostra città”: “Non è nostro dovere rispondere alle interrogazioni parlamentari. Provvederà chi di dovere. L’iniziativa [di Telestar] va inserita in un’azione ben precisa ed insistente intrapresa contro il nostro Giornale da parte di un ben definito gruppo di personaggi. Sono «i cosiddetti padroni di Palermo» [cui] non garba, naturalmente, che da queste libere colonne l’opinione pubblica sia ragguagliata su tutta una serie di affari di cui il cittadino palermitano è costretto a sostenere il peso intollerabile. E del resto hanno fatto di tutto per imporci il silenzio. In un primo momento hanno tentato persino il colpo grosso: quello di impadronirsi di questo Giornale gettando sulla bilancia un pacco del loro denaro malguadagnato. Non essendovi riusciti hanno tentato di metterci alle corde, promettendo stipendi d’oro a più di uno dei nostri redattori. Ma per la prima volta abituati a facili acquisti sono rimasti con un pugno di mosche” <432.
Non so dire se la procedura fosse o meno irregolare: noto però che dei tanti colpi portati a «L’Ora» dal suo irriducibile avversario l’affare Irfis non costituì il più grave. Alcuni mesi dopo «Telestar» giunse ad accusare i comunisti di «chiedere inchieste e cioè parole, e perdite di tempo», anziché «azioni concrete del governo, misure adeguate e immediate per sconfiggere la criminalità organizzata», quindi di sostenere la mafia con le «loro azioni di indebolimento dello Stato, con i loro fogli che persuadono ad ogni sorta di violenza e che costituiscono un quotidiano incitamento al crimine, al delitto» <433. Per il resto, la sua iniziativa contro «L’Ora» si risolse non di rado in attacchi personali nei riguardi di Nisticò. “Nel corso del mese di settembre” – scrisse Marcello Cimino in una lettera del 1965 all’Ordine dei giornalisti di Sicilia – “il quotidiano di Palermo «Telestar» ha pubblicato nelle sue pagine di cronaca una serie di corsivi aventi per oggetto il direttore del giornale «L’Ora», accompagnati dalla reiterata riproduzione di una particolare fotografia del collega Nisticò. Tali scritti appaiono, per la titolazione e il contenuto, in evidente contrasto con le statuizioni dell’art. 2 della legge istitutiva dell’ordine <434.
«Telestar» non ebbe lunga vita. Dopo l’abbandono della direzione da parte di Taccari, non poté fare altro che riproporsi, via via più stancamente, come campione dell’anticomunismo palermitano e del rampantismo affaristico-mafioso, fino alla chiusura del 1968. Anche le sue inchieste sul crimine organizzato furono alquanto selettive, intese cioè a cogliere in passo falso il Pci più che a fornire un contributo di conoscenze. Basti ricordare quella sulle relazioni tra esponenti dell’amministrazione rossa di Raffadali e Vincenzo di Carlo, ex giudice conciliatore del comune coinvolto nel caso Tandoj, presentata con enfasi da Taccari all’Antimafia nel gennaio 1964 <435. D’altra parte, anche in questa occasione «L’Ora» diede prova di non comune professionalità, mostrando di avere dalla sua risorse culturali ed etico-politiche di valore, tali da consentire una strenua resistenza ai centri di potere palermitani e una pressoché
permanente attività di denuncia delle loro trame.
[NOTE]
423 La maggioranza di Lima scatenata in difesa dell’appalto a Cassina, in «L’Ora», 17 dicembre 1962.
424 L’imprenditore rispose alle denunce a modo suo, mobilitandosi affinché in consiglio comunale venissero discusse presunte irregolarità circa la costruzione del palazzo de «L’Ora», avvenuta quindici anni prima. Cfr. V. Nisticò, Cercano di intimidirci come fece la mafia con il tritolo, in «L’Ora», 17 dicembre Su questi temi cfr. S. Pipitone, «L’Ora» delle battaglie, cit., pp. 83-89.
425 G. Baldacci, …Dolce vita la trionferà, in «ABC», 13 ottobre 1962.
426 Secondo il giornalista Gaetano Baldacci, l’iniziativa di Mattei rientrava in un progetto di conquista della Sofis. «Non fa meraviglia […] apprendere che Mattei ha offerto di comprare per un miliardo in contanti il quotidiano paracomunista della sera palermitano “L’Ora”. Con questa operazione, Terenzi, responsabile della stampa comunista, darebbe un po’ di respiro a “Stasera” e ad altre pubblicazioni boccheggianti. “L’Ora” diventerebbe fiancheggiatore del centro-sinistra e filodemocristiano, praticamente come “Il Giorno”. Mattei, a sua volta, mettendo la sua catena di stampa – dal “Giorno” a “L’Ora” – a disposizione di Segni e dei morodorotei (non di Fanfani, però), si dovrebbe assicurare il rinnovo del mandato alla presidenza dell’Eni per almeno ancora tre anni (G. Baldacci, Un miliardo per «L’Ora», in «ABC», 24 ottobre 1962).
427 Traggo la notizia da un ritaglio di «Vita», n. 181, 4 ottobre 1962, in ACS, PCM, SIS, cat. 2.2. Stampa, f. 43, L’Ora. Quotidiano di Palermo.
428 M. Taccari, E questo è il primo, in «Telestar», 6 aprile 1963.
429 Ai puri de L’Ora, in «Telestar», 20 maggio 1963.
430 Clamorose rivelazioni sui brogli che puntellano la stampa comunista, in «Telestar», 17 maggio 1963.
431 Chi finanzia la stampa dei comunisti?, in «Telestar», 18 maggio 1963.
432 V. Nisticò, È l’ora. Giù le mani dalla nostra città, in «L’Ora», 18 maggio 1963.
433 Si vedano gli articoli Stato d’emergenza e Gli amici degli amici sui numeri di «Telestar» del 1° e dell’8 luglio luglio 1963.
34 Lettera di Marcello Cimino al Presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, in BRS, AL, b. 32 “Telestar, Nicosia, Scandalo Eca Campofranco”, f. “Casi Telestar”. Il faldone contiene documentazione giudiziaria riguardante il conflitto tra i due quotidiani della sera.
435 Cfr. Testimonianza Taccari, pp. 731 sgg.
Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019