Memorie dei campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i campi per civili jugoslavi appena descritti rimasero in funzione anche dopo la sfiducia a Mussolini del 25 giugno 1943, con un’attività che si protrasse sotto il governo del maresciallo Badoglio fino alla capitolazione dell’Italia <55, datata 8 settembre 1943 (Kersevan 2008: 91 93). I giorni che seguirono segnarono la fine dei campi fascisti per jugoslavi: in molti campi furono i soldati italiani, rimasti senza ordini né direttive chiare, a lasciar andare gli internati o ad andarsene loro stessi, abbandonando il controllo del campo. In altri casi gli internati si liberarono da soli o, come nel caso dell’isola di Arbe, caso più unico che raro, si organizzarono in una brigata partigiana <56, disarmarono i Carabinieri e presero il controllo del campo <57, decretandone la fine e unendosi, alcuni giorni più tardi, alle truppe partigiane sul continente. In quei giorni succedeva anche che alcuni ormai ex campi fascisti, ancora presidiati dal Regio Esercito, cadessero nelle mani delle truppe tedesche o che chi fuggiva dai campi venisse preso prigioniero dagli stessi soldati della Wehrmacht. Per tanti di loro questo significò l’inizio di un capitolo ancora più buio della propria storia personale, con la deportazione nei lager nazisti, dai quali molti non fecero ritorno (Capogreco 2019: 222 238).
Una volta esauritasi la loro funzione originaria, i luoghi che avevano ospitato i campi di concentramento per civili jugoslavi o quelli che erano stati creati ex novo a tale scopo vennero abbandonati. In molti casi, come a Gonars e a Visco, la popolazione locale, stremata da anni di guerra, non esitò a razziare tutto il possibile dai magazzini e dalle strutture, facendo letteralmente a pezzi gli edifici, le baracche e gli accampamenti che, fino a poche settimane prima, erano stati luoghi di prigionia e morte per migliaia di jugoslavi internati. Soprattutto nei casi in cui il campo fosse composto prevalentemente da tende o baracche di legno e lamiera, ciò che rimase fu pochissimo (ad esempio ad Arbe e a Gonars). Dove invece si erano utilizzate strutture preesistenti, come delle caserme, gli edifici in muratura generalmente sopravvissero alla guerra (ad esempio a Visco e a Monigo) e, dopo il 1945, vennero usati per i fini più disparati: come sistemazione temporanea per gli esuli istriani, come centro della Protezione civile, come zona militare ecc.
Ciò che ad oggi rimane dei campi è molto poco. Il riutilizzo delle strutture preesistenti per altri scopi di pubblica utilità o la completa rimozione delle costruzioni avvenuta ancora durante il conflitto hanno sicuramente contribuito all’oblio collettivo che riguarda moltissimi di questi luoghi. Di alcuni si è persa persino la memoria tra la popolazione locale, con persone comuni che spesso ne negano l’esistenza oppure collegano queste strutture ai lager nazisti o ai campi profughi per gli esuli istriani.
[…] In altri luoghi la situazione è leggermente migliore, con monumenti, cimiteri, memoriali o tabelle informative, come nel caso di Arbe. Qui, a ricordo degli orrori del campo di concentramento, nel 1953 è stato eretto un complesso memoriale in pietra bianca, opera dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, che contiene le tombe degli internati (Curtis, Krušec, Vodopivec 2004). Va sottolineato come, fino a non molti anni orsono, la totalità delle iniziative volte alla valorizzazione dei luoghi dell’internamento dei civili jugoslavi ed alla loro memoria, comprese le cerimonie pubbliche, fosse appannaggio unicamente delle istituzioni jugoslave (e successivamente slovene e croate) o delle associazioni degli ex internati.
Come sottolineato da Capogreco: “Le dimenticanze ed i “buchi neri” della nostra guerra nei Balcani, certamente favoriti dallo stereotipo della “bontà italiana” e dalla “relativizzazione” dei crimini fascisti a fronte di quelli generalmente più efferati commessi dai nazisti, sono dipesi pure dall’oggettivo interesse degli Alleati a “non colpevolizzare” un’Italia che, alla fine della guerra, entrava ormai a far parte della loro orbita politico strategica. Ciò ha consentito che, dopo il 1945, cadessero sostanzialmente nel vuoto le accuse di “internamento in condizioni disumane” e quelle relative agli altri crimini di guerra commessi dagli italiani, inoltrate alle apposite commissioni internazionali dal governo jugoslavo e da quelli di altre nazioni aggredite da Mussolini (Capogreco 2001: 135).
La scarsa propensione all’elaborazione della storia nazionale relativa agli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale è probabilmente collegata anche all’immagine del “bono taliano”, in opposizione al nazista sanguinario, portata avanti in particolare dal cinema italiano del secondo dopoguerra (Klinkhammer, Zimmermann 2021).
L’attenzione e la consapevolezza pubblica rispetto a questi temi è però aumentata gradualmente, soprattutto dopo la pubblicazione, negli ultimi decenni, di numerose ricerche in lingua italiana. In particolare hanno avuto un impatto decisivo i lavori di Carlo Spartaco Capogreco, prima sul campo di Ferramonti e poi sui campi fascisti in generale, di cui lo storico ha scritto la più estesa monografia esistente ad oggi, tradotta in varie lingue (Capogreco 2019).
Il 25 aprile 2018 il Presidente della Repubblica ha fatto visita ai locali dell’ex campo di Casoli. Si tratta della prima volta nella storia della Repubblica che un ex campo fascista dell’internamento civile riceve una visita ufficiale da parte del capo dello Stato (Lorentini 2019: 17 18).
[NOTE]
55 L’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943 è comunemente noto in Italia con questo nome, mentre nell’ex Jugoslavia questo stesso evento viene chiamato kapitulacija Italije, ossia capitolazione dell’Italia, con resa incondizionata agli Alleati.
56 Si tratta della Rabska brigada, di cui Dizdar scrive: ‘Upon hearing of the capitulation of Italy on 8 September 1943, the inmates, totaling 4,390 from both Camps charged and disarmed the guards, who offered no resistance, and so they liberated themselves. The next day the armed inmates organized the Rab Partisan Brigade with four Slovene and one Jewish battalion, totaling 1,600 soldiers and they proclaimed a ‘people’s government’ in the Camp. In agreement with the local National Liberation Committee of Rab, they disarmed remaining 2,200 Italian soldiers and Carabinieri on the island as well as the Italian garrison in Osor on Cres Island’ (Dizdar 2005: 201 202).
57 Va detto come, nonostante le violenze subite dai propri aguzzini, i membri della Rabska brigada, prendendo il controllo del campo di Arbe, non si lasciarono andare a vendette e ritorsioni ai danni dei carabinieri presenti, ma li disarmarono, permettendo loro di lasciare l’isola incolumi. Solamente due uomini, di cui uno era il comandante Cujuli, vennero condannati a morte (Kersevan 2008: 262 263, Jurančič 1980: 31 33).
Marco Dorigo, Il quadro sociolinguistico e la figura dell’interprete nei campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi (1941-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine in convenzione con l’Università degli Studi di Trieste, 2023

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