I libri di Seborga, secondo me, hanno un interesse

Guido Hess Seborga e la moglie Alba Galleano – Fonte: Laura Hess

Come ha conosciuto Seborga?
Ho conosciuto Seborga quando ero molto giovane, non saprei più ricostruire esattamente l’anno, però eravamo nell’immediato dopoguerra. Ricordo che intervenne in un dibattito al Teatro Carignano di Torino. Non ricordo quale fosse il tema, ricordo però che rivolgendomi a qualcuno che mi era vicino chiesi chi era, perché non avevo capito il nome o forse non l’aveva nemmeno detto – quindi doveva essere uno che interveniva dal pubblico – e mi spiegò che si chiamava Guido Seborga. Così lo conobbi.
L’intervento verteva su Picasso. Qualcuno aveva posto la questione se Picasso era da considerarsi un distruttore o un costruttore. Se valeva, insomma, più come negatore di ciò che era stato oppure come colui che apriva nuove vie. Ricordo che Seborga disse: “E’ una domanda priva di senso questa, chi distrugge evidentemente lo fa in vista di aprire nuove strade, chi apre nuove strade evidentemente distrugge ciò che è”. Insomma una risposta piena di buon senso che mi parve significativa.
Quando lo conobbi personalmente non saprei dirlo. Ricordo che la prima notizia ch’ebbi di lui era che aveva collaborato a “Prospettive” di Malaparte, introdotto da Pound perché qualcuno che possedeva quei numeri me li fece vedere. Lo conobbi poi personalmente: l’ambiente a Torino era, come accade sempre, un ambiente dove uno, conosciute una o due persone, le altre venivano aggregandosi.

Fuori però del giro einaudiano?
Quello era un giro molto chiuso, totalmente chiuso, si faceva quasi un punto d’onore di questa riservatezza. Molti che non vivevano a Torino arrivavano per le famose riunioni di redazione… eccetera, quindi tanta gente che andava e veniva.
Torino in quegli anni era una città abbastanza paradossale perché il “dominio”, tra virgolette, era distribuito la la Fiat – un ambiente chiusissimo, evidentemente che gestiva la città se non la nazione, poco ci mancava – e, altrettanto inaccessibile, quello culturale della casa più in vista. Erano gli anni in cui usciva “Il Politecnico”. Tutto era di nuovo in gioco, ma loro vivevano appartati.
Anche Pavese, lo si vedeva magari in osteria, dove andava con degli amici, ma non era certo un tipo che comunicasse facilmente. Altra gente con cui divenni amico, come Calvino, la conobbi molto tempo dopo. Anche lui faceva una vita poco socievole.
C’era però tutta una catena dominata, almeno per quello che ricordo come mia esperienza, dall’ambiente dei pittori, lo ho sempre detto che, ai miei occhi, Torino apparve – e in parte lo era – una città di pittori. C’erano i grandi vecchi capi, Menzio e soprattutto Casorati, quindi due tradizioni pittoriche che convivevano nell’ambito dell’Accademia d’Arte. C’era poi tutta una rete di pittori molto varia: da Carol Rama ad Albino Galvano, che era stato mio professore di filosofia nell’ultimo anno di liceo… da Spazzapan a Chicco, pittori diversissimi fra di loro. Poi i più giovani, che cominciavano ad emergere: ricordo le prime mostre di Morini. Hess era amico di questi, ma più vicino ancora a una catena di letterati. Galvano…

Ecco, mi parlava di Galvano
Galvano era allora molto vicino ai socialisti, credo fosse iscritto al partito…

Infatti, collaborava all’ “Avanti!”.
Sì, alla pagina culturale dell’ “Avanti!” che era diretta da Piero Bargis, marito di Lucia Sollazzo. Intorno a Bargis – era una specie di catena, non importa dove cominciava – Seborga, la Sollazzo, Oscar Navarro, che pubblicò il primo saggio, in Italia, su Kafka…

[…]

Seborga aveva avuto un grosso rapporto con i francesi…
Lui era stato a Parigi, cosa che allora era molto invidiata e considerata. Torino ha sempre gravitato verso Parigi – era chiamata “la piccola Parigi” – anche per ragioni linguistiche; in fondo il piemontese è un sottofrancese localizzato, uno dei tanti subdialetti alpini. Allora poi Parigi era ancora, in qualche modo, la capitale d’Europa: lo è stata anche nel XX secolo, oltre che in quelli precedenti, secondo la formula di Benjamin. Stava semmai entrando un po’ in crisi perché l’asse cominciava a spostarsi verso l’America, anche per merito proprio di Pavese, di Vittorini; c’era Fernanda Pivano che era amica di Pavese e cominciava a tradurre anche lei attivamente.
Tornando a Seborga, era collegato a questo gruppo, ma non bene integrato, un poco anche per il carattere, non era un carattere facile, parlava sempre di sé, era molto egocentrico, era arrabbiato con tutti. Nel libro su di lui Novelli ne fa una descrizione molto vera. Questo però non toglie che poi, quando non c’erano motivi per arrabbiarsi, era una persona gentile, chiacchierava volentieri volentieri, gli piaceva stare al caffè. Si stava bene insieme, probabilmente perché io non avevo nessuna ragione di litigare con lui, allora per lo meno, ma in realtà non litigammo nemmeno in seguito. Semmai fu lui ad arrabbiarsi, perché l’avanguardia non gli piaceva. Quando gli facevo leggere qualcosa di mio lui disapprovava ampiamente. Diceva: “Ma no, son tutte cose già fatte”, che era poi una reazione che a quell’epoca non mi stupiva più di tanto. Ero molto giovane, avevo vent’anni meno di lui… Poi, a un certo punto, ho perso i contatti con lui, all’inizio degli anni Sessanta, tanto è vero che quando lui cominciò a dipingere io non ne sapevo più niente, qualcuno me lo disse. Ma eravamo ormai dopo il ’62-’63.

Qualche debito, comunque, verso di lui…
Io gli sono grato per avermi prestato e fatto conoscere dei libri che altrimenti era difficile trovare, come nel caso di Artaud. Ero riuscito a mettere le mani su Eliogabalo – Héliogabale, naturalmente, non esistevano traduzioni – lui aveva Le suicidé par la societé, il libro su Van Gogh, e Pour en finir avec le jugement de dieu. Ero ansioso di leggere questi testi che non si trovavano allora in Italia. Qualcuno poteva averli, ricordo le acrobazie di allora per leggere La recherche: un mio compagno di università mi fece prestare dal padre, un volume alla volta, tutta La recherche e io me la lessi: non solo non era tradotta, ma averla nell’edizione Gallimard era allora un lusso raro. Così capitava per tutto. Ad esempio per il Journal di Kafka (dico Journal perchè la prima era una edizione scelta dei diari di Kafka in francese), e si andava avanti in questo modo.
Con Seborga si parlava di una quantità di argomenti, che andavano dalla politica alla letteratura. La cosa si rinforzava quando ci ritrovavamo a Bordighera, dove io andavo tutti gli anni. A Torino, in pratica, ci frequentavamo poco. Lui capitava magari nei caffè di piazza San Carlo, di via Po… era sempre arrabbiato e gridava con tutti…

Il fatto nell’ambiente era…
Certo, era molto mal visto, perchè allora Torino era una città di borghesi più di quanto non lo sia oggi, paradossalmente. Tutta la classe operaia era davvero emarginata nelle periferie e in dormitori. Invece il centro della città, i caffè…

Era ancora una città ottocentesca…
Era ancora una città sabauda, in sostanza, una città molto contegnosa. Lo erano un po’ tutti i torinesi, a paragone dell’Italia, e anche i bohémiens conducevano una vita tutto sommato molto composta. Quello che avveniva di scomposto avveniva negli studi dei pittori, non in pubblico. Seborga invece, in piena piazza San Carlo, urlava contro questo o contro quello. Era uno che si vantava continuamente di aver conosciuto tizio caio e sempronio, di esserne amicissimo, ma nessuno poteva verificarlo. Poi era preda di un fortissimo vittimismo: “Mi vogliono male, mi perseguitano, non vogliono pubblicare i miei romanzi… io che a Parigi…” eccetera, eccetera. Questo lo isolava molto.

Invece a Bordighera…
Invece a Bordighera era tutto tranquillo. Si andava a fare il bagno. Lui che faceva finta di essere un grande nuotatore – è vero quello che alcuni raccontano – invece non amava nuotare. Ci trovavamo a Sant’Ampelio, c’era un bar. Arrivava di solito che aveva già sbrigato il bagno; lo facevamo lì tra le rocce, ma non ricordo che mai avessimo nuotato insieme, anche perché era una spiaggia assolutamente invernale. D’estate non c’erano turisti, non esisteva una cabina, era tutta sassi. Gli indigeni nuotavano pochissimo, anche i giovani, semmai si praticava un po’ di pesca. Ricordo che pescavo con la lenza tra gli scogli. Avevo uno zio che abitava lì, c’era mio cugino, che aveva qualche anno più di me; cominciai a giocare a tennis con lui, lui fu un po’ quello che mi rivelò il jazz, mentre io ero molto legato al melodramma e alla musica classica per l’imprinting famigliare.
Allora a Sant’Ampelio c’era una specie di automatico appuntamento: verso le undici, tranquillamente, sbrigato il bagno, ognuno per proprio conto, si andava là, si leggevano i giornali, c’era un po’ di radio accesa – ché allora la televisione non c’era ancora – e ascoltavamo questa musica di fondo come si usa ancora oggi, ma era più discreta, nel complesso, e si chiacchierava di tutto. Ricordo che si leggevano le cose più strane del mondo, per esempio il Mallarmé di Bo, un libro durissimo, dove l’ermetismo era veramente una forma di terrorismo culturale; oppure Otto studi egualmente di Bo: ne ricordo uno veramente impressionante, era su Proust e si intitolava Lo scrittore P. Perchè dire “lo scrittore Proust” era troppo volgare… Il surrealismo patrocinato da Bo e in seguito in qualche modo, che so, da Gatto o altri, era però addomesticato all’italiana, insomma quello che c’era di rivoluzionario era sparito. Rimanevano i secondi futuristi, importanti allora nella Torino dei pittori, anche se magari ormai esuli, come Oriani, Crispolti scrisse un libro importante, quando scoprì questo movimento torinese e fu l’apertura d’interesse verso di esso. Ma eravamo ormai in anni più avanzati.

E a proposito degli scritti di Seborga…
I libri di Seborga, secondo me, hanno un interesse. Lui non voleva essere definito neorealista, in realtà apparteneva chiaramente a questa corrente, perché i suoi scritti, pur rimanendo in quell’ambito, contenevano però una certa volontà sperimentale. Più che nell’Uomo di Camporosso, soprattutto nel Figlio di Caino si avverte questo tentativo: un romanzo epicizzante in versi, dove l’influenza di Brecht mi pare abbastanza evidente. Era comunque un esperimento, si può discutere quanto riuscito: le parti erotiche sono molto ingenue, il finale retorico. Ci sono si queste debolezze, però è stato sepolto sotto un oblio totale e questo non è giusto. Ci si può consolare pensando a quanto Novecento sia stato emarginato e per quanto tempo, ma poi ogni tanto risorge. Penso a Baldini, per esempio, o anche a Landolfi, uno scrittore che appare e scompare, ma in ogni caso non è uno scrittore popolare. E questo, ingiustamente, è successo a molto Novecento.

Dove invece sopravvive la Deledda, un nome sopravalutato…
Ma lì c’è di mezzo un Nobel, che rappresenta una specie di paradiso, una nicchia da cui è difficile essere tolti.

Edoardo Sanguineti, Non voleva essere definito neorealista, eppure…, Intervista (registrata a Genova il 9 marzo 2004) a cura di Stefano Verdino, La Riviera Ligure, Quaderni quadrimestrali della Fondazione Mario Novaro, anno XV – Numero 43/44, gennaio-agosto 2004

 

L’Ombelico di Venere seduce la Pigna

Non sono molte le presenze vegetali indigene nella “Scarpetta” o “Pigna” [centro storico di Sanremo (IM)] che dir si voglia, ma assieme all’onnipresente Gambarossa si incontra una specie dedicata alla più splendida delle Dee olimpiche: si chiama Cotyledon umbilicus veneris o Umbilicus rupestris, a seconda delle pubblicazioni specifiche sulle quali viene descritto.

La “Pigna” di Sanremo – disegno di Ludovico Carli, 1879, in Il Regesto, Op. cit. infra

Alla già copiosa serie di nomi locali nati per riconoscere questa curiosa rappresentante italiana della famiglia delle Crassulacee è però opportuno sottolineare l’illuminante battesimo Imperiese di “Erba per i calli”.
Infatti, è l’unica voce popolare che ne prefiguri uno specifico sfruttamento terapeutico per la cura di occhi di pernice e duroni limitato, a quanto ci risulta, alle sole vallate di Ceriana, di Imperia e della zona circostante Pietra Ligure.
Solo in Sardegna è documentato un utilizzo delle foglie appena colte ed applicate direttamente per curare le infiammazioni della pelle e rendere più rapida la guarigione delle foruncolosi.
Insistendo sui calli dei Liguri, appare del tutto logico il beneficio che si può ricavare dalla forma e dalla morbidezza delle foglie succose e spesse, ricche di sali minerali e di tannino, sovrapposte alle parti dolenti del piede allo scopo di proteggere dalle irritazioni dovute allo sfregamento meccanico contro l’interno della scarpa.

Un sollievo immediato, accompagnato dalla progressiva e lenta eliminazione delle escrescenze, operata dalle sostanze acidule presenti nei succhi.
Le foglie stesse, d’altronde, sono per gran parte dell’anno facilmente reperibili in tutta la regione, fra le tegole di molte case della città vecchia e nuova e si conservano agevolmente in frigorifero, chiuse in sacchetti di plastica.
Alle analisi si sono riscontrati nella pianta fresca, oltre al 95% di acqua, la presenza di sali minerali, tannino, mucillagini, gomme, trimetilamina, malato di calcio, sale di ammonio, nitrato di potassio, ossido di ferro, cellulosa ed un colorante giallo.
Dell’accennata razionale, ma circoscritta pratica terapeutica, non esiste traccia nei testi di medicina popolare, nei quali sono per lo più indicati impieghi curativi come diuretico o rinfrescante.
Ne fa cenno dettagliato solo Erbe de cà nostra, il documentato prontuario di Bruna Rosa Accame di Pietra Ligure, avvalorando l’ipotesi che sia una pratica empirica di marca unicamente ligure anche se nel negozio on line su Internet, gestito dai Monaci Trappisti di Frattocchie, viene posto in vendita un prodotto medicinale chiamato Unguento sandalino all’Umbillicus rupestris nel quale la nostra Crassulacea è comprimaria assieme ad altri ingredienti.
“La pomata è prodotta secondo le antichissime ed originali ricette del monastero – così recita la pubblicità – con ingredienti naturali (estratto oleoso, Ombelico di venere, Menta, Celidonia, acido salicilico, cera d’api); questa crema può essere utile in caso di calli e duroni. L’Umbilicus rupestris, per le sue proprietà emollienti e risolventi, è un ottimo callifugo. L’olio di oliva, utilizzato come base di questo unguento, grazie alla presenza di acidi grassi, vitamine e minerali, ha il potere di lenire gli arrossamenti della pelle, le irritazioni, di prevenire le screpolature, le desquamazioni oltre che contrastare fenomeni di invecchiamento della pelle, mantenendola elastica”.
Per i primi medici greci, Ippocrate in testa, la nostra pianta, se non era accreditata di specifiche proprietà afrodisiache, era certamente raccomandata per favorire la fecondazione; ma la usavano anche contro l’epilessia incurabile assieme a molte altre erbe.
In epoca romana era già stato operato un ridimensionamento di questi presunti poteri perché, Plinio accenna ad un unico uso come collutorio: “Il Cotiledone è erba di ridotta statura che cresce su uno stelo fragile ed ha una foglia piccola e carnosa, concava come la cavità dell’osso sciatico. Nasce nelle zone di mare e nei terreni umidi e sassosi; la sua radice è rotondeggiante come un’oliva. Il suo succo cura gli occhi”.
Si ha comunque notizia di antiche e stravaganti applicazioni dell’Umbilicus rupestris al quale, in base alla teoria della segnatura, vennero accreditate azioni risanatrici in grado di guarire le malattie degli alveoli dell’anca e di tutte le altre giunture dei corpo umano.
Il succo fresco delle foglie spremute fu anche usato nella cura del Fuoco di Sant’Antonio e per alcuni anni gli Inglesi scommisero sulla sua efficacia contro l’epilessia.
Una curiosa applicazione dell’Umbilicus rupestris in funzione di barometro per testare il grado di umidità dell’aria e di pronosticare una pioggia prossima ventura si otterrebbe pressando fra di loro un paio di foglie. Se dopo essere
state lanciate in aria, le lamine si mantengono attaccate anche al suolo, bisogna premunirsi con un ombrello; in caso contrario il tempo si manterrà asciutto.
In alcune regioni la pianta giovane è sfruttata come ortaggio per insalate di campo o come verdura cotta.
Per chi, nell’era dei telefonini, si interessi ancora del simbolico linguaggio dei fiori, il messaggio che si invia con le sue fronde è quello di timidezza e del sincero bisogno di comunicazione.
Nel periodo che va da febbraio a giugno, questa curiosissima pianta compare fissandosi alle fessure dei muri caratterizzati da umidità più o meno costante e preferibilmente poco esposti ai raggi solari.
Questa strana Crassulacea appare assolutamente inconfondibile per la originalissima forma delle foglie succulente, rotonde o reniformi, sorrette da un lungo picciolo che si inserisce al centro della pagina inferiore, determinandovi una depressione a forma di ombelico.
La sua inusuale morfologia fogliare è comunque responsabile della denominazione scientifica, dei nomi volgari nazionali di “Ombelico di Venere”, “Cappellone”, “Cappecchiolo”, nonché di quasi tutti i battesimi liguri sopra riportati; testimonianza di una grande familiarità con gli utilizzi pratici e con la sua presenza su muri e tetti delle case, anche di quelle cittadine.

Umbilicus rupestris – Dandy. (Sin. Cotyledon umbilicus veneris Auct. Nasce da Febbraio a Giugno sui muri umidi, nei luoghi ombrosi, sino ai 1200m). È una pianta perenne glabra, succulenta e carnosa con fusto tuberoso alla base, eretto o ascendente, cilindrico, alto sino a 50 cm. Le foglie radicali sono carnose, rotonde o reniformi, peltate ed ombelicate con margine inegualmente dentato e lungamente picciolate; le foglie cauline sono cuneate alla base. I fiori, portati in racemo raramente ramificato, allungato, formato da moltissimi fiori, hanno il calice a 5 divisioni diviso sino a metà e la corolla giallastra, rossastra, bianchiccia o verdognola, tubuloso campanulata a lobi ovali. I fiori sono in genere pendenti o più o meno orizzontali.

Alfredo Moreschi in IL REGESTO (Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna – Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo), Sanremo (IM), anno I, n° 3 luglio-settembre 2010

 

Domani dove andiamo? (di Sandra Reberschak)

Una lunga telefonata tra madre e figlia. L’antica Venezia, alveo famigliare di un prima, i luoghi cari a entrambe del Ponente ligure e della Provenza, l’aperto di una tranquilla vacanza estiva e il chiuso dove si svolge la routine di una vecchiaia impotente si intrecciano sul filo. Inevitabile lo scambio delle parti, di volta in volta giocoso o risentito. Confronto generazionale, dipanarsi dell’archetipo amore-odio tra le due, una non più giovane, l’altra ormai più che novantenne? Non soltanto, grazie alla più anziana, che ha il dono di una intelligenza intatta. È lei l’osservatrice acuta, sua la fantasia disinvolta, la vis polemica, la memoria forte. Che poi i modi di dire più corrivi affondino talvolta nel vero, ce lo conferma la natura dolcissima, apprensiva, invadente, giudicante, di questa madre ebrea, quasi una matriarca. Le voci che di tanto in tanto affiorano accanto a quelle delle due donne, del marito e padre, del genero e marito, sono fuori scena e mai vi entreranno per davvero. La figlia stessa si fa amanuense. Protagonista è lei, la vecchia signora, cui solo le dita intorpidite dagli acciacchi impediscono la scrittura.

Giuntina