La Soldanella alpina è fra le prime forme di vita ad esplodere, fra le erbe ancora ingiallite dal lungo sonno invernale

Soldanella alpina – Fonte: Wikipedia

Durante lo scioglimento primaverile dei nevai presenti sulle pendici di ogni montagna ligure trovare un gruppo di “Soldanelle” fiorite è certamente una delle più affascinanti occasioni d’incontro con il mondo delle piante.
Le sue deboli corolle pendenti alla sommità di steli graziosamente ricurvi si elevano fra le falde della neve fondente; ma anche al di sotto del manto nevoso la Soldanella è già perfettamente attrezzata ed abituata a sfruttare le piccole cavità che le si formano intorno per iniziare il suo precoce ciclo biologico.  Le prime foglioline cuoiose color verde cupo e le gemme scure dei fiori al loro primo contatto con la neve, cominciano a liquefarla anticipatamente perché assorbono il caldo solare meglio di quanto non faccia, con il suo candore, la neve stessa che, infatti, è destinata a rifletterlo.
La fioritura della Soldanella dura per tutto il periodo di scorrimento delle acque di fusione sul terreno gelato e la pianta vegeta meglio nelle località in cui la coltre di neve dura a più a lungo.
Pianta protetta in molti paesi europei ed in quelle regioni, che da tempo hanno predisposto doverose norme di salvaguardia per le specie animali e vegetali più esposte ai pericoli di estinzione, la Soldanella alpina è fra le prime forme di vita ad esplodere, fra le erbe ancora ingiallite dal lungo sonno invernale.

Il nome, coniato dal botanico francese Clusius o secondo altri da Linneo, deriva con tutta evidenza dal termine latino “solidus”, per sottolineare la forma circolare delle sue foglie rotonde che rassomigliano sorprendentemente ad una moneta.

La Soldanella, secondo Adriano Fiori, oppure le Soldanella, secondo le più recenti Flore nazionali che ne elencano da quattro a cinque differenti specie, sono fra le più tipiche rappresentanti della flora dei luoghi umidi delle nostre montagne ad altitudini comprese fra i 1000 ed i 2000 metri.  Proprio in questo orizzonte, in particolare sui rilievi dell’Europa centrale, le “Soldanelle” possono essere considerate fra le specie più originali ed interessanti anzitutto in relazione alla loro forma delicata ed elegante definita poeticamente da Favarger: “Una piccola campana agitata dalla brezza che scampanella per festeggiare la venuta della primavera, un carillon muto che contemporaneamente trasmette il misterioso messaggio alle altre piante ancora sepolte dalla neve”.
Probabilmente originata da lontane specie asiatiche delle quali si è persa la traccia, la Soldanella, secondo recenti ipotesi, sarebbe giunta, in epoca terziaria, sulle nostre Alpi rimanendovi tuttora come vivente testimonianza delle sue grandi doti di adattabilità alle variazioni ambientali esercitate dai massicci alpini durante i loro innalzamenti.
E’ anche da sottolineare un aspetto che le rende ancora più interessanti, una curiosità facilmente rilevabile se si ha la fortuna di incontrare tutte assieme le specie accreditate alla flora nazionale.
Si può constatare infatti che la Soldanella montana, la Soldanella alpina e la Soldanella minima conservano per grandi linee la medesima struttura fondamentale, variando quasi solamente nelle dimensioni e nel contorno fogliare come se l’una fosse per le altre un ingrandimento oppure una miniatura.
In totale al genere Soldanella sono accreditate una mezza dozzina di specie con area di diffusione limitata alle montagne dell’Europa centrale e meridionale, tra i 1000 e i 3000 metri di quota.

Nella nostra regione ligure la sola Soldanella alpina si trova presente con una certa abbondanza nelle località più elevate degli Appennini ed in tutte le zone umide delle Alpi Liguri e Marittime.
Nonostante ciò le genti liguri non hanno espresso per loro quella tangibile forma di considerazione che si materializza nella nascita di battesimi dialettali.
Soldanella alpina L. (V- VII. Nasce nei prati e nelle radure boschive dai 100 sino ai 2500m) E’ una piccola pianta con radici bianche ed intrecciate, piccoli fusticini ascendenti , arrossati superiormente e pendenti, alti sino a 15cm. Le foglie sono tutte radicali cordato subrotonde, lungamente picciolate, spesse e cuoiose. I fiori, in numero da 2 a 4, bianchi, azzurri o violacei, sono sempre più o meno reclinati verso il basso, hanno la corolla campanulata con frange accentuate e stilo sporgente.

Come raccoglierle e coltivarle
Anche la Soldanella alpina è stata portata dagli orticoltori nella vita artificiale del giardino roccioso dove può prosperare agevolmente in un composto di terra di brugo, mescolata a sfatticcio di prato.
Il suo migliore insediamento si ottiene nelle tasche delle roccaglie dove sia possibile assicurare la dovuta umidità, ma è sovente coltivata in terrine ripiene di sfagno, munite di fori e ben drenate che permettono di ammirarne le rilevanti doti ornamentali.
La divisione dei cespi avviene a primavera, dopo la fioritura; il trapianto per la radicazione in cassone freddo in terriccio di foglie, torba e ghiaia, innaffiando con frequenza permette di moltiplicare agevolmente le “Soldanelle” che andranno mantenute sino all’inverno successivo per la messa a dimora definitiva. Il suo maggior pregio è la precocità di fioritura, il sua difetto la minima durata.

Alfredo Moreschi

Lanciarsi l’un l’altro semi di lino come coriandoli

Linum narbonense

Linum è una nomenclatura derivata da una parola celtica usata per riconoscere un uccello molto ghiotto dei semi di queste piante”.
Così almeno afferma l’etimologo ottocentesco Alessandro De Theis, mentre altri autori, più coerentemente, la rapportano al termine greco “linòn” (filo), non dimenticando, infatti, l’importanza del Lino quale fibra tessile al servizio dell’umanità.
La più antica testimonianza, in questa direzione, è offerta dai frammenti di tessuto portati alla luce durante gli scavi nei villaggi lacustri preistorici della Svizzera.
E’ certo infatti che da almeno 5000 anni in tutto il mondo il Lino è stato apprezzato ed ha avuto enorme importanza, non solo economica, vestendo quasi tutte le civiltà finché non venne in gran parte sostituito dal cotone nel diciannovesimo secolo.

Linum suffruticosum

Gli Assiri lo coltivavano e gli Egiziani, che ne fasciavano le mummie, ci hanno lasciato pregevoli stoffe, leggere e soffici, a testimonianza delle loro eccezionali abilità artigiane, ampiamente raffigurate fra l’altro, in molte pitture sepolcrali illustranti le tecniche di macerazione dei Lino.
Si sosteneva allora che la scoperta della pianta fosse opera di Iside, figura di eccellenza nel Pantheon egiziano, tantoché le era stato dedicato uno specifico ordine sacerdotale, i cui ministri vestivano esclusivamente paramenti tessuti con fibre ricavate dal Linum usitatissimum.

Linum bienne

Nell’antica Roma, dove gran parte delle religioni e dei riti collegati furono d’importazione, le vestali indossavano pepli di Lino per dimostrare la loro trentennale illibatezza.
Anche nelle leggende nate presso i più diversi popoli, la scoperta del Lino è stata di volta in volta attribuita a molti celebri personaggi. Secondo i Greci fu Minerva a donarlo agli uomini.
I Peruviani indicarono nella sposa del loro antico Re Manco Capoe, l’ideatrice delle tecniche di macerazione e di tessitura ed infine, i Cinesi, attribuirono il merito di averne intuito le diverse possibilità di sfruttamento alla moglie dell’imperatore Tao.
Per la religione induista è tuttora il simbolo della Luce perché l’Aurora tesse ogni giorno una camicia nuziale per il Sole, suo legittimo consorte, usando esclusivamente fibre di Lino; perciò la pianta è considerato anche emblema della Fertilità.
La mitologia greca assegnò il merito di aver scoperto la preziosa fibra ad una ragazza nativa della Lidia; Aracne, figlia d’arte perché il padre, Idmone da Colofone, esercitava il mestiere di tintore.
Aracne, era divenuta celebre in tutta la Grecia per produzione di magnifici arazzi ed aveva il suo atelier sempre invaso da visitatori di ogni parte del mondo.
Tanta bravura indusse i soliti maligni a spargere il dubbio che fosse Pallade Atena, alias Minerva, la vera autrice delle opere d’arte in questione.
Aracne seccata per il sospetto sfidò pubblicamente la Dea per dimostrare di esser la vera autrice. Sotto le sembianze di una mendicante Pallade si presentò alla tessitrice consigliandola di calmarsi e di desistere, ma senza risultato.
La Dea, irritata per il rifiuto, gettò il travestimento e la gara ebbe inizio. Pallade realizzò allora un arazzo agiografico nel quale erano rappresentati maestosamente tutti gli Dei e, come ammonimento ulteriore, aggiunse episodi attestanti la sconfitta di uomini mortali che avevano osato sfidare le divinità.
Aracne eseguì invece un’opera demitizzante, nella quale i personaggi dell’Olimpo erano rappresentati realisticamente; un arazzo perfetto, talmente esplicito, da indurre Pallade a distruggerlo ed a passare a vie di fatto malmenando la povera Aracne.
L’artista incompresa ed offesa si impiccò di li a poco, ma la Dea, forse per salvare la faccia, la rese immortale trasformandola in un ragno destinato a tessere per sempre una tela.
Il fatto più sorprendente rispetto alla straordinaria e capillare diffusione dei Lino in tutti gli angoli della terra ed in tutte le epoche è che ancora oggi nessuno ha potuto scoprire da quale specie selvatica sia derivato il Lino annuale.

Linum usitatissimum

Secondo recenti ipotesi quella pianta coltivata sotto diverse forme varietali, chiamata da Linneo Linum usitatissimum, proverrebbe dal Linum angustifolium, una specie presente nel Mediterraneo, ma originaria della Crimea e del Caucaso.
Questa è infatti una delle 100 specie comprese nel Genere omonimo, rappresentato nella nostra regione da una dozzina di unità specifiche, quasi tutte pregevolmente decorative; diffuse nei diversi livelli altitudinari, ma trascurate dai dialetti locali liguri nonostante la fibra fosse diffusamente coltivata e lavorato anche nelle nostre valli.

Lo testimonia una nota di Erbe de cà nostra di Bruna Bianco Accame dove viene raccontata l’antica tecnica di trattamento: “I fusti dopo la raccolta, si facevano seccare, poi si riunivano in mazzi e si portavano nelle acque del torrente Maremola [ndr: che scorre da Tovo San Giacomo al mare sino a Pietra Ligure in provincia di Savona]; là si lasciavano otto o dieci giorni affinché marcissero e se ne potesse ricavare la fibra. Poi, venivano percossi con uno strumento detto batuéa. Questo consisteva in tre strati di legno: quello centrale serviva per spianare i filamenti ed i due laterali per tenerli fermi. Dopo questa operazione, venivano pettinati e se ne ricavava una fibra molto simile alla stoppa, che un tempo era usata dai calafati. Essa s’intrecciava e si filava; poi col ghindo si avvolgeva in matasse. Era questo uno strumento in legno girevole munito di denti: se ne trovava uno piuttosto grande, nell’antico quartiere dell’Aietta. L’ultima fase della lavorazione, avveniva nel laboratorio di Teresa Testori – detta a Tudesca che sorgeva nelle vicinanze dell’antico ospedale. Colà, mediante il telaio, le fibre venivano ordite dando un tessuto resistentissimo: ho visto lenzuola di Lino così ottenute, conservarsi inalterate dopo anni di uso continuo“.
Tornando al Lino da tessuti, diremo che il suo sfruttamento attuale nella nostra nazione è ormai sporadico, mentre la sua coltivazione continua intensivamente in molti paesi europei climaticamente più adatti.
In passato invece, soprattutto al tempo dei Romani, l’industria basata sullo sfruttamento dei Lino era proporzionalmente più diffusa perché i Latini ne facevano grande uso per l’abbigliamento.
In molti testi si riporta come esempio della sua importanza, la descrizione della monumentale tela costruita per riparare dai raggi dei sole gli spettatori che affollavano il Colosseo. Questa tenda doveva possedere senza dubbio eccezionali dimensioni e resistenza, se la si rapporta alle modeste tecniche tessili dell’epoca.
Il cronista dei fasti romani riguardanti il Lino è il solito Plinio che ce ne fornisce un saggio eccezionale: “Anche il Lino si e tentato di tingere, per fargli subire la follia che caratterizza le vesti in uso fra gli uomini: accadde per la prima volta con le flotte di Alessandro Magno in navigazione sull’Indo, quando i suoi ammiragli e i suoi comandanti avevano quasi fatto a gara nel distinguersi per il colore delle insegne delle navi, e le rive restarono stupefatte mentre il vento spingeva vele variopinte. Con una vela purpurea Cleopatra giunse ad Azio insieme ad Antonio, e con quella stessa vela prese la fuga: era, questa, l’insegna della nave ammiraglia”.
Píù avanti le tele di Lino servirono a fare ombra soltanto nei teatri, e quest’uso fu Quinto Catulo che per primo lo escogitò, quando fu consacrato il Campidoglio. In seguito, secondo la tradizione, fu Lentulo Spintere il primo che fece stendere vele di carbaso in un teatro, quando si tennero i giochi in onore di Apollo.
Subito dopo, Cesare, quando era dittatore, fece coprire tutto il Foro romano, la Via Sacra a partire dalla sua casa, e il Clivo fino al Campidoglio: tutto questo, si racconta, offriva uno spettacolo più stupefacente ancora delle gare fra gladiatori.
In seguito, indipendentemente dall’occasione offerta dai giochi, Marcello, figlio di Ottavia, la sorella di Augusto, quando ricopriva la carica di edile, cioè durante il consolato dello zio, ombreggiò il Foro con teli, a partire dalle calende d’agosto, perché i ricorrenti in giudizio potessero stare a discutere in un ambiente più giovevole alla salute: quale mutamento nei costumi rispetto ai tempi di Catone il Censore, che aveva decretato di far pavimentare anche il Foro con pietre aguzze.
A proposito degli usi terapeuti legati al Lino si può affermare che fu utilizzato in tutte le antiche civiltà, in Caldea, in Egitto, in Palestina, in Grecia. Infatti, Teofrasto nella sua Storia delle piante vanta le virtù medicinali della mucillagine ottenuta dal seme quale rimedio contro la tosse. Per Ippocrate ed altri medici classici come Dioscoride era un toccasana per calmare i dolori in genere a quelli di sciatica e gotta in particolare; bastava: “mettere il fuoco sull’articolazione dolorante insieme a Lino crudo quando il dolore persiste”.

Linum catharticum

Nel Medioevo, secondo Mattioli, l’olio di Lino rimpiazzò in gran parte l’uso dei semi, seguito dall’Acqua di Lino, un prodotto di grande fama all’epoca grazie all’uso che ne facevano i potenti come Colbert o la celebre Marchesa de Sévigné, la quale scriveva testualmente: “Con questo rimedio non avrò mai nefriti”.
Le virtù diuretiche e la sua azione di contrasto alla renella, così come le virtù emollienti si consolidarono negli anni seguenti con un succedersi di prodotti lanciati dalla nascente industria farmaceutica, come un cataplasma, pubblicizzato quale rimedio specifico della gotta, e chiamato “Rimedio Pradier”, la cui formula fu pagata 24.000 franchi di allora.
Tutti gli impieghi terapeutici sono limitati al Linum usitatissimum e più sporadicamente al Linum cathartícum; quest’ultimo, ritenuto discreto purgante, contiene una sostanza amara, la linina, resina, un colorante e linarina. Per secoli il Lino era stato quasi esclusivamente colorato di rosso e su questa usanza si ricollega l’abitudine odierna di cifrare con lettere vermiglie i tessuti.
Presso molte comunità Celtiche, il Lino era eletto a simbolo di una estesa serie di valori: denaro bellezza, potere psichico e salute ed inoltre era dedicato ad Aine, la Venere dei Celti ed alla Dea degli artigiani Etain. Le due divinità, oggetto di continue preci salmodiate che con un calembour legato alla pianta potremmo definire “linanie”, passavano molto del loro tempo ad esaudire le richieste più disparate; persino quella rivolta in particolare a Etain, di far apparire il questuante di bell’aspetto a tutti gli altri.
Meritano menzione anche alcuni cerimoniali magici legati ai semi di Lino. Se ne introducevano alcuni nella tasca, nel portafoglio e nella borsa, oppure si lasciavano cadere mescolati a monete in due vasi sovrapposti. L’operazione andava ripetuta ogni giorno con la certezza che sarebbero presto arrivate molte monete. La stessa semina miracolosa, in scala più ridotta si poteva ottenere infilando alcuni semi di Lino nelle scarpe con la certezza di eliminare ogni pericolo di povertà.
Anche i fiori di Lino portati sulle vesti offrivano protezione; persino durante il sonno. L’effetto di salvaguardia era maggiormente attivo se accanto al giaciglio si fosse posta una mistura di semi di Senape e di Lino in egual misura. Per ulteriore tranquillità, i Druidi addetti alla Security consigliavano di piazzare sull’altro lato del letto anche un tegame colmo d’acqua fredda. Un altro invalicabile presidio per dare sicurezza all’intera abitazione era costituito da una scatola contenente semi di Lino mescolati a granuli di Pepe.
Per essere certi che i figli crescessero sani e di bell’aspetto, bisognava, al compimento dei sette anni, permetter loro di danzare a lungo in un campo di Lino, senza preoccuparsi del danno. Durante i rituali per ottenere la salute era prescritto ai partecipanti di lanciarsi l’un l’altro semi di Lino come coriandoli. La cura delle lombaggini si praticava allacciandosi lungo i fianchi una sacca contenente una mistura di erbe in cui semi e fiori di Lino erano preponderanti. Per eliminare gli attacchi di vertigini il rimedio era quello di correre nudi, dopo il tramonto, attraversando per tre volte un campo di Lino. La convinzione era quella di riuscire immediatamente a trasferire i giramenti di testa ai delicati steli.
Il Linum usitatissimum racchiude nei suoi semi una forte quantità di olio grasso (30%), zuccheri, amido, mucillagine, resine, tannino, aleurone, leicitina e linamarina, un glucoside che si scinde per idrolisi in acetone e acido cianidrico.
I semi sono emollienti ed aperitivi, utilizzati per curare l’enterocolite, gli imbarazzi intestinali, le infestazioni di ossiuri, per attenuare le scottature, per calmare la tosse.

Linum campanulatum

Oltre alla fibra tessile, dal Linum , o per essere esatti dal suoi semi, si ricava l’olio che trova ancor oggi larghissimo impiego nell’industria. Serve per la preparazione dei colori a olio, per vernici e inchiostri, per la fabbricazione del linoleum e quella di saponi. Tuttavia anche questi impieghi devono aver subito negli ultimi anni notevoli flessioni: quasi tutti i solventi di vernici sono oggi chimici e sintetici, e il linoleum e stato sostituito dalla plastica. Ma se in genere questi impieghi industriali sono noti a tutti, pochi sanno delle antiche credenze che affidavano alla nostra pianta facoltà e poteri sovrannaturali.
Secondo Democrito l’uomo poteva predeterminare il sesso dei cavalli nascituri con questa semplicissima operazione: se desiderava una cavallina doveva legare al testicolo destro dello stallone un mazzo di Lino, se occorreva un maschio, la stessa decorazione si doveva spostare a sinistra.
Con il Lino e la Ruta si metteva in pratica una singolare fattura destinata ad impedire i tradimenti e gli adulteri dei mariti: a tale scopo la moglie infilava nei calzari del consorte i semi di queste due piante e ve li lasciava una settimana, sicura che l’uomo ne sarebbe stato reso impotente al di fuori delle mura casalinghe.
Presso le popolazioni contadine della Germania le grandi colture di Lino erano sotto la perenne minaccia dei parassiti sotterranei e perciò, nel periodo della semina, si celebrava una singolare cerimonia propiziatoria.
Alle prime luci dell’alba, una giovane ragazza doveva correre completamente nuda attorno al campo di Lino gridando a più riprese: “Pulce, pulce, levati, è una vergine pura che te lo ordina!”.
L’emblematica floreale, ha destinato al Lino lo strano significato di presunzione; il motivo può forse essere spiegato con la tradizionale caducità dei coloratissimi petali di queste delicate Linacee che non resistono a lungo sui flessibili steli.

Linum strictum

Da segnalare, infine alcuni sporadici utilizzi nella cosmesi: “Al seme di Lino non è solamente in uso dei medici, ma dei muratori, dei pittori, degli scultori, dei legnaioli e dei fabbri – scriveva nel suo Herbario Novo Castore Durante – la polpa che ne resta, cavatone l’olio, macerata in acqua piovana, leva le macchie della pelle e lavandosene le mani le fa morbide e pulite; la morca dell’olio, aggiuntovi gomma arabica, mastice e un poco di canfora, leva le crepe della fronte ed indurisce le mammelle”.

Linum corymbulosum

I Linum sono piante erbacee, talvolta subarbustive, annuali, bienni o perenni, con foglie strette, lanceolate o lineari, sparse od opposte che sono caratterizzate dalla posizione di riposo (durante le ore notturne) quando appaiono aderenti ai fusti, e da quella cosiddetta di veglia (durante il giorno) quando le lamine si distendono. I fiori sono portati in racemo o corimbo ed hanno il calice e la corolla a cinque divisioni libere, il primo in genere persistente nel frutto (una capsula secca a diverse logge) mentre la seconda è caduca; gli stami sono cinque, alterni ai petali.

Linum collinum

Linum collinum Guss: (Sin Linum austriacum V- VI. Nasce nei luoghi sassosi ed aridi sino ai 1000 m). Ha fusti robusti ascendenti alti sino a 40 cm. Le foglie in basso sono più addensate, sono strette, lanceolate, talvolta quasi filiformi, ad una nervatura. I fiori, portati in racemo quasi corimboso, hanno i sepali ovato acuti o più o meno ottusi, lunghi un terzo dei petali che sono azzurri; i peduncoli dopo la fioritura e nel frutto sono arcuato riflessi.
Linum maritimum L. (VI- IX. Nasce nei luoghi umidi vicino al litorale sino ai 200 m). E’ pianta cespugliosa, talora legnosa alla base, con fusti ramosi e corimbosi, alti sino a 90 cm muniti di foglie oblunghe, ottuse, a forma di spatola, le inferiori opposte o quasi. I fiori sono giallo-zolfini, hanno i petali lunghi da 4 a 5 volte il calice che ha i margini con glandule pedicellate: gli stimmi sono clavati. Nella var. Ligusticum gli stimmi sono allungati, filiformi ed i petali sono più lunghi, sino a 6 volte i sepali.
Linum narbonense L. (VI- VII. Nasce nei luoghi aridi e sassosi sino ai 1200 m). Ha fusti semplici o ramosi eretti legnosi alla base, alti sino a 60cm. Le foglie sono lanceolato lineari ed acute. I fiori, azzurro violetti, hanno l’unghia dei petali lunga tre volte il calice che ha sepali ad un nervo, lanceolato acuminati.

Linum nodiflorum

Linum nodiflorum L. (Annuale. V- VI. Nasce nei luoghi erbosi incolti sino ai 600 m). Ha fusti semplici strettamente alati, poco ramosi eretti alti sino a 50cm. Le foglie sono oblanceolato spatolate a 3-5 nervature, le superiori lineari con una nervatura. I fiori, gialli, in racemo, hanno i petali lunghi quasi due volte il calice che ha sepali acuminati a bordo dentellato.

Linum tenuifolium

Linum tenuifolium

Linum tenuifolium L. ( V- VI. Nasce nei luoghi erbosi incolti sino ai 1500 m). E’ un piccolo cespuglio con fusti a base legnosa, lisci e ascendenti, se sterili densamente fogliosi alti sino a 40cm. Le foglie sono patenti, aghiformi e molli. I fiori, rosei, in corimbi poveri, hanno petali spatolati (a volte bifidi), lunghi quasi tre volte il calice che ha sepali lanceolati con resta apicale e margine ghiandoloso. Simile è:
– Linum suffruticosum L. che differisce per avere i fusti più densi alla base e ruvidi in sommità, petali con la base più scura lunghi 3-4 volte i sepali a 3 nervi.

Linum trigynum

Linum trigynum L. (Annuale. III- V. Nasce nella gariga e negli incolti sino ai 1000 m). Ha aspetto cespugliante, fusti ramosi, eretti alti sino a 50cm. Le foglie sono lineari acute, a tre nervature, revolute ed a bordo liscio. I fiori, gialli hanno petali con tre nervature verdastre, lunghi due volte il calice che ha sepali ad un nervo acuminati e bordati di ghiandole. Simile è:
– Linum strictum L. che differisce per avere le foglie a bordo denticolato e mucronate, il calice a sepali dentellati e cigliati sul bordo.

Linum viscosum

 

Linum viscosum

Linum viscosum L. (VI- VII. Nasce negli aridi sassosi collinari, montani dai 100 sino ai 1800 m). La pianta ha un rizoma legnoso con fusti irsuti, con peli patenti semplici o ramosi, alti sino a 60cm. Le foglie a 3-5 nervi, sono da ovali a lanceolate, quasi sempre cigliate e ghiandolose. I fiori, rosei (nel secco talvolta sono azzurri) appaiono venati di violetto, sono portati in cima bifida o trifida; hanno i sepali ovato acuminati 2-3 volte più corti dei petali.

Linum alpinum

Come raccoglierli e coltivarli
L’unica possibilità di sfruttamento offerta dai nostri Linum è quella di un loro utilizzo nell’ambito dei giardinaggio. Usualmente si moltiplicano per seme, ma è egualmente possibile trapiantarli per talea, prelevandoli nella stagione autunnale dai loro abituali luoghi di crescita spontanea.
La caratteristica di piante vivaci, in grado di supplire alla caducità dei fiori con una abbondante e prolungata rifiorenza, rende i nostri Linum particolarmente adattabili al giardino roccioso o alla coltivazione nei vasi.
I Linum perenni sono in genere specie alpine la cui collocazione ideale è il rock garden e possono esser direttamente seminate a dimora o piantate se si sono prelevate piantine non in fiore.
Nella nostra regione di Liguria si possono seminare le annuali direttamente nel posto definitivo alla fine dell’inverno diradando se occorre tentando una seconda risemina estiva per ottenere una fioritura autunnale. Il terreno deve essere leggero, ricco di sabbia, secco e fresco con ricambio d’aria. Le specie spontanee liguri sono abbondanti e particolarmente prolifiche di semi che possono esser raccolti senza tema.

Linum bienne

Alfredo Moreschi

La maga buona che coltiva gli iris

La famiglia di Eva Mameli e di Mario Calvino nel 1938 nella dimora di Villa Meridiana a Sanremo (IM); Italo Calvino è l’ultimo in piedi a destra – Fonte: Internet Culturale

[…] La vita di Eva Mameli Calvino, personaggio anticonformista e di forte temperamento, infatti è stata dominata da una grande passione per la ricerca nei settori della botanica, della fisiologia e della biologia.
Si è dedicata, negli anni giovanili, tra l’altro, allo studio dei licheni, dei funghi patogeni, di aspetti della fotosintesi clorofilliana, di assimilazione dei principali elementi nutritivi, della conducibilità elettrica, quindi delle colture tropicali e, a partire dal 1925 fino al 1978, anno della sua morte, alla floricoltura.
Pur avendo contribuito alla nascita della floricoltura, alla sua affermazione, trasformando la costa ligure di Ponente nella Riviera dei Fiori, la sua figura non è stata finora studiata in quanto è stata ritenuta una semplice collaboratrice del marito, Mario Calvino e la madre di un celebre scrittore, Italo Calvino.
La vita della studiosa è stata assai avventurosa: si sposa per procura dopo avere conosciuto il marito solo per qualche giorno per poterlo seguire a Cuba; i contenuti delle sue ricerche sono caratterizzati da notevole originalità e attualità in grado di anticipare tematiche come la protezione della natura, il risparmio energetico, la lotta biologica e il giardino su cui la ricerca si sta confrontando ora.
Nata a Sassari nel 1886, figlia di un colonnello dei carabinieri, ha dimostrato fin da ragazzina una forte attrazione e attenzione per la natura, tanto che, dopo avere frequentato il ginnasio-liceo si è iscritta alla facoltà di Scienze naturali. Ha conseguito dapprima la Licenza in matematica e quindi giovanissima a Pavia la laurea in Scienze naturali, unica donna in quegli anni. Ha lavorato come assistente presso l’Orto botanico di Pavia collaborando con Gino Pollacci sotto la direzione del prof. Briosi.
Nel 1915, all’età di soli 29 anni, ha ottenuto, prima donna in Italia, la libera docenza in Botanica e nel 1926, cosa assolutamente inusuale per l’epoca, ha vinto la cattedra di Botanica presso l’Università di Cagliari e ottenuto la direzione dell’Orto Botanico di Cagliari. Manterrà questi due impegni gravosi che gestirà come pendolare tra Sanremo e la Sardegna lavorando nei periodi di vacanza a Sanremo soltanto per tre anni.
Non vanno neppure dimenticati i cinque anni a Cuba per dirigere una Stazione sperimentale che si occupava soprattutto della canna da zucchero, e la sua opera sociale in favore delle donne cubane per cercare di elevarle dal punto di vista culturale.
In seguito per cinquanta anni ha vissuto a Sanremo, e lavorato presso la Stazione Sperimentale di Floricoltura che per ben trentatré anni ha avuto la sua sede a Villa Meridiana, l’abitazione dei Calvino.
Essi infatti avevano trasformato con grande generosità l’intero piano terra della loro abitazione in laboratori, biblioteca, sala riunioni e il giardino in campi sperimentali, non essendoci fondi disponibili per costruire la sede della stazione.
La Mameli aveva fatto della coltura dei fiori lo scopo della sua vita, in quanto aveva compreso, insieme al marito, che la grande sfida per il miglioramento dell’economia ligure era rappresentata dalla coltura delle specie da fiore.
Con intelligenza e lungimiranza si era dedicata all’introduzione di numerose specie floricole da varie parti del mondo, alla loro acclimatazione (molte delle specie introdotte sono australiane) in quanto desiderava che l’assortimento varietale fosse il più ampio possibile e che fosse assicurata una produzione anche nel periodo invernale.
Si era interessata oltre che all’ibridazione con studi assai approfonditi sui pollini, alla conservazione dei fiori recisi, alle numerose fitopatie che affliggevano la nascente floricoltura.
Aveva saputo abbinare alla ricerca pura un raro talento per la divulgazione collaborando a numerose riviste, con l’ardore dei pionieri…
Si era resa giustamente conto che tutto era da fare!
Ci ha lasciato molti scritti interessanti sui giardini con suggerimenti pratici per la scelta delle specie da impiegare, gli accostamenti di colori, di forme, di tessiture.
Su moltissime specie da fiore coltivata è possibile disporre di osservazioni preziose lasciateci da Eva Mameli Calvino.
Vissuta fino all’età di 92 anni, è riuscita a completare nell’ultimo anno della sua vita un grande dizionario etimologico sulle specie da fiore.
Elena Accati, già professore ordinario di Floricoltura presso l’Università di Torino, Eva Mameli Calvino, Accademia dei Georgofili, Convegno dedicato alla Famiglia Calvino, martedì 17 aprile 2012

Anche Eva vanta un’importante produzione accademica: scrisse e pubblicò oltre 200 articoli scientifici e compilò un piccolo dizionario etimologico dei nomi generici e specifici di piante e fiori; fondò e diresse assieme al marito Mario Calvino, diverse riviste (Il giardino fiorito; La Costa Azzurra Agricola Floreale) e nel 1919 ottenne il prestigioso premio per le scienze naturali dell’Accademia nazionale dei Lincei, istituzione che premierà successivamente la narrativa di suo figlio. Del suo operato ricordiamo la ricostruzione con palme, eucalipti, lecci e altre piante esotiche dell’orto botanico di Cagliari che era stato gravemente danneggiato dalla guerra; gli studi di botanica applicata, in particolar modo sul tabacco e sulla canna da zucchero, durante gli anni passati a Cuba dove venne chiamata a ricoprire l’importante incarico di capo del dipartimento di botanica dapprima nella Stazione Sperimentale di Santiago de las Vegas – dove nascerà Italo – e successivamente nella Stazione di Chaparra, convertendosi nella prima donna a ricoprire nell’isola caribeña una carica direttiva nel campo dell’agricoltura. Ricordiamo poi le ricerche di Eva sulle malattie e cure delle piante nel laboratorio di San Remo, dove i coniugi Calvino – quando, dopo il fallimento della Banca Garibaldi, vennero a mancare i finanziamenti per il progetto iniziale – misero a disposizione l’esteso giardino della Villa Meridiana di loro proprietà; l’insegnamento tra il 1911 e il 1918 nelle scuole normali di Pavia, Foggia e Mantova oltre l’attività accademica e di ricerca nelle università di Cagliari e Pavia.
A descriverne il carattere riservato e senza ostentazioni, è ancora suo figlio Italo ne La strada di San Giovanni: “Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva.” (Calvino 1990: 16)
M. Cristina Secci, Eva Mameli: le piante, il mio dovere e la mia passione in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 – 11/2013

Eva Mameli Calvino
Fonte: OggiScienza

Un grande mandorlo in fiore salutò la nascita di Eva Mameli. Quasi come fosse un sigillo per segnare una relazione che durerà per oltre novant’anni, quella tra Eva e la natura. La storia di Eva Mameli, botanica e divulgatrice, è stata spesso messa in ombra da quella del marito, Mario Calvino, e da quella ancor più ingombrante del figlio, Italo. Ma con uno sguardo d’insieme, che deve comprendere anche la vita famigliare, si può conoscere la vicenda di una donna che ha vissuto tra due continenti, ha portato nuovi contributi alla sua disciplina e che, almeno in Italia, è stata tra le pioniere del movimento ambientalista.
Giuliana Luigia Evelina Mameli, per tutti Eva, nacque a Sassari il 12 febbraio 1886. Fu educata nel rispetto del dovere, delle regole e dell’amor patrio (Goffredo Mameli, autore dell’Inno d’Italia, era un cugino del padre). Quarta di cinque figli, il rapporto fraterno più stretto lo ebbe con Efisio, più grande di lei di undici anni. Lui le raccontava dei suoi studi in chimica e biologia, lei crebbe con l’idea di voler essere come lui. Sconfisse le convenzioni dell’epoca frequentando il liceo statale di Cagliari, tradizionalmente maschile, per poi iscriversi alla facoltà di scienze della città, dove Efisio era già da qualche anno assistente di chimica generale di Giuseppe Oddo. All’università, Eva scelse matematica.
Nel 1906, poco tempo dopo la morte del padre, Efesio seguì il suo professore a Pavia e decise di portare con sé anche la sorella, che l’anno successivo si laureò in botanica.
Pavia, città dove insegnò Lazzaro Spallanzani, era un centro che accoglieva nel suo ateneo scienziati da tutto il mondo. Non c’era occasione migliore per Eva, determinata a continuare la carriera universitaria, per mettersi alla prova e trovare il suo posto nel mondo della ricerca.
A Pavia iniziò a collaborare con il Laboratorio Crittogamico, luogo unico in Italia per lo studio della fisiologia e anatomia vegetale, diretto allora da Giovanni Brosi. Qui Eva s’interessò alla struttura di alghe e muschi e dopo la laurea rimase con Brosi in qualità di assistente volontaria. In laboratorio, Eva conobbe Gino Pollacci, fitopatologo, con il quale pubblicherà uno dei suoi più importanti lavori, nel 1911, sull’assimilazione dell’azoto atmosferico dei vegetali contaminati con azoto combinato. Seguirono numerose altre pubblicazioni e i primi riconoscimenti professionali non tardarono ad arrivare: nel 1908 ottenne il diploma alla Scuola di Magistero e immediatamente dopo la libera docenza in scienze naturali nelle scuole secondarie. Prese quindi a insegnare scienze alla scuola normale di Foggia mentre chiese e ottenne il distaccamento presso il Laboratorio di Pavia. Dopo un lungo soggiorno a Londra con Efisio nel 1909, nell’anno accademico 1911-1912 prese a insegnare all’università in qualità di assistente di botanica e s’intensificarono le sue ricerche in fisiologia e patologia vegetale, pubblicando diversi articoli. Nel 1915, prima donna in Italia, ottenne la libera docenza in botanica e come argomento del suo primo corso scelse “La tecnica microplastica applicata allo studio delle piante medicinali e industriali”.
Allo scoppio della Grande guerra Eva indossò la divisa della Croce Rossa come infermiera volontaria e terminato il conflitto le furono conferite ben due medaglie, quella d’argento della Croce Rossa e quella di bronzo del Ministero dell’interno.
La storia vuole che Mario Calvino, agronomo sanremese già direttore della Stazione sperimentale agronomica di Santiago de la Vegas a Cuba, si presentò a casa di Eva Mameli dopo qualche lettera scambiata con la collega con una proposta di matrimonio e due biglietti per Cuba. Che sia vero oppure no questo fatto, Eva conobbe Mario Calvino nel 1920, si sposarono il 30 ottobre e partirono per Cuba il 13 novembre seguente. Sicuramente Eva era incuriosita dalle possibilità di ricerca in un paese esotico ma era altrettanto consapevole della rinuncia che quest’esperienza le costava, cioè la carriera universitaria.
A Cuba, Eva prese servizio come botanica alla Stazione diretta dal marito, portando avanti ricerche sullo sviluppo della pianta del tabacco, della canapa e della canna da zucchero e dedicò molte sue energie per migliorare le condizioni di vita dei campesinos, gli impiegati nei campi che circondavano la Stazione, avviando anche numerose scuole per dare un’istruzione professionale alle donne locali aiutandole nell’emancipazione. Con il marito fondò una rivista rivolta direttamente agli agronomi. La Stazione, anche grazie al lavoro di Eva, divenne nota non solo per le sue ricerche scientifiche ma anche per la sua importanza come luogo di aggregazione sociale per l’intera comunità.
Il 15 ottobre 1923, in un bungalow nel giardino di casa, nacque il primo figlio della coppia: Italo, mondialmente noto come uno dei maggiori pensatori e scrittori italiani del Novecento.
L’anno successivo la famiglia si spostò a Chaparra di San Manuel, nella zona est dell’isola, dove Eva prese la direzione del dipartimento di botanica della Stazione agricola sperimentale della città, avviando ricerche su una nuova specie di canna da zucchero.
Durante i cinque anni di permanenza sull’isola, Eva viaggiò moltissimo per sfamare la sua curiosità scientifica e soprattutto per raccogliere semi. Quando, insieme la famiglia, nel 1925 rientrò in Italia stabilendosi a Sanremo, introdusse per la prima volta nel nostro paese piante come il pompelmo, il kiwi, numerose varietà di palme e la yucca, un’agave mai vista in Italia prima di allora.
A Sanremo, la città dei fiori, la famiglia Calvino prese possesso di Villa Meridiana, poco distante dalla Stazione sperimentale di floricultura, il centro sperimentale per lo studio di fiori e altri vegetali che Mario contribuì a fondare e di cui fu il primo direttore. Eva ne ricoprì la carica di vice-direttrice e riprese in mano il suo progetto di carriera universitaria. Nel 1927 vinse un concorso per un incarico come docente di botanica all’università di Cagliari. Per un anno intero Eva fece la pendolare tra la Liguria e la Sardegna. Anche dopo la nascita del secondo figlio, Floriano, non smise di salire sulla nave che la portava su e giù per il Mar Ligure, mentre a casa la madre di lei si prendeva cura dei figli. Il ritmo era insostenibile ed Eva chiese il distaccamento come fece molti anni prima, senza però ottenerlo. A malincuore dovette rinunciare all’impiego universitario.
Prima della tragedia della guerra, Eva collaborò con l’Enciclopedia italiana e l’Enciclopedia dell’agricoltura, riprendendo la sua opera di divulgazione della botanica che tanto l’appassionò nel periodo cubano. Nel 1931 fondò la rivista «Il Giardino Fiorito», di cui fu direttrice fino al 1947, e s’impegnò con il marito a diventare punto di contatto tra molti botanici, agronomi e giardinieri di tutto il mondo. La sua passione per la floricultura la spinse a condurre ricerche sulla genetica delle piante da fiori, sulle malattie che le colpiscono e i rimedi per la loro cura. In poco tempo, la Stazione e Villa Meridiana diventarono un vero centro di scambio di semi e sperimentazione ibrida di piante e fiori di ogni sorta, arricchendo non solo i giardini delle città di piante e fiori, ma anche contribuendo alla ricerca di base e applicata in campi come la fisiologia, la genetica vegetale, la fitopatologia e la botanica tropicale.
Durante la Seconda guerra mondiale Italo e Floriano si arruolarono tra le fila partigiane mentre Eva e Mario rimasero a Sanremo, dando spesso asilo a partigiani ed ebrei. È tragico il momento in cui le SS e i fascisti simularono per ben due volte la fucilazione di Mario di fronte a Eva, fermati per ottenere informazioni sui loro figli e i compagni partigiani.
Mario morì nel 1951, lasciando alla moglie e collega la direzione della Stazione sanremese, posizione che mantenne fino alla pensione. Durante gli ultimi anni cercò di raccogliere in modo organico tutto il materiale da lei prodotto nel corso della vita, complice anche la sua rigorosa organizzazione del lavoro e dei dati.
A 92 anni, il 31 marzo 1978, Eva morì a Sanremo.
Con oltre duecento pubblicazioni all’attivo, Eva Mameli Calvino è stata una botanica d’eccellenza e la sua passione per la scienza è ben visibile anche nelle sue opere di divulgazione. Dalle riviste da lei fondate al Dizionario etimologico dei nomi generici e specifici delle piante da fiori ed ornamentali (1972), dalle traduzioni di testi stranieri all’organizzazione di mostre ed esposizioni, Eva Mameli Calvino è stata, con oltre un secolo d’anticipo, una divulger.
Serena Fabbrini, Eva Mameli Calvino, la maga buona che coltiva gli iris, OggiScienza, 25 giugno 2020