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Sull’evoluzione del genere epistolare

[…] La stessa nozione di ‘epistolario’, come raccolta delle lettere scritte da un personaggio illustre, sottinteso, a diversi destinatari, è stata spesso confusa con quella di ‘carteggio’, cioè lo scambio, l’insieme delle lettere inviate da un mittente a un suo preciso destinatario. Fin dal ritrovamento delle lettere di Cicerone, per la maggior parte dovuto a Petrarca, a metà del Trecento, le due tipologie di raccolta epistolare sono state spesso confuse anche nella terminologia usata, che le ha riportate entrambe sotto l’etichetta di scritture epistolari.
Come scrive Alain J.-J. Cohen, però, nel suo saggio Tesi sulla corrispondenza, e post-scripta, «se non ne privilegiamo particolarmente la forma», cosa che è comunque necessario fare, ai fini di una semiotica ed ermeneutica esaustiva del testo, «la specificità dell’epistolarietà dovrebbe essere situata, nell’analisi del discorso, in una tipologia dell’interazione». Per analizzare la lettera e le sue raccolte, epistolari o carteggi che siano, non si può dunque dimenticare la componente interazionale, «l’incrocio di due narcisismi» che è alla base del discorso. La lettera, infatti, è un oggetto materiale che rivela fin da subito la sua natura di corpus orientato a un determinato obiettivo, secondo un insieme di regole e indicazioni specifiche del genere che, di volta in volta, vengono diversamente declinate. Una volta compreso nella raccolta di più lettere, il discorso intersoggettivo della singola missiva concorre a formare con le altre una sorta di rete interattiva fra due (o più) soggetti: come ha scritto Henry Quéré, esse rappresentano, insieme, «co-enunciazione e punti di vista che si incrociano!».
[…] In un continuo gioco fra verità e finzione, che tanta parte ha ancora oggi nelle opere letterarie, soprattutto quelle che hanno a che fare con «le parole di Narciso», la lettera si è fatta strumento privilegiato della creazione e divulgazione di una propria immagine, più o meno coerente, ma abilmente delineata.
Come accade in ogni tipo di scrittura autobiografica, anche chi scrive una lettera si ritrova sottoposto alle esigenze, antitetiche, di esprimere se stesso e, insieme, delineare un proprio accettabile autoritratto, per il destinatario o per un ipotetico lettore. Riprendendo il mito della figura di Narciso, innamorato di se stesso e, per se stesso, destinato infine a perdersi, anche l’autore e lo scrittore di autobiografia, come chiunque parli di sé, affida alla pagina scritta la propria intimità e in essa vuole perdersi e specchiarsi all’infinito, ricavandone anche il riconoscimento dell’altro. In ognuno dei diversi tipi della scrittura del sé, pur nella diversità dei generi implicati, dall’autobiografia al diario alla scrittura epistolare, il tempo presente e il tempo del ricordo giocano un ruolo fondamentale, accanto a quelle che Teresa Ferri definisce le «diverse modalità di espressione soggettive, idiolettali con cui alcuni autobiografi danno corpo al racconto di sé e della propria esistenza». In queste modalità, e nel rapporto di volta in volta diverso fra i piani temporali della narrazione, il ricordo e la scrittura, consistono le differenze principali dell’autobiografia rispetto all’opera letteraria tout-court e, anche, la differenza del genere autobiografico da quello biografico, più vicino alle modalità ermeneutiche della storia. L’interesse ulteriore del genere epistolare, dunque, sta nel suo porsi al limite fra scrittura letteraria e autobiografica, fra la natura documentaria delle lettere, conservate in archivi e spesso utilissime per la biografia dei due corrispondenti, e insieme nella loro ambiguità di fondo, per una necessaria componente finzionale dovuta al racconto del sé all’altro.
Nel saggio su Kafka. Per una letteratura minore Deleuze e Guattari si chiedono, come molti critici fanno ancora oggi, in che senso le lettere possano far parte dell’“opera” dell’autore. Neuro Bonifazi, a proposito dell’epistolario leopardiano, scrive: «Della scrittura poetica, cui diamo il nome di leopardiana, l’epistolario, che porta la firma di Giacomo, ci mostra, a un livello diversamente elaborato, le stesse funzioni, in una disposizione più rudimentale, se si vuole, e più disarticolata, ma forse più scoperta». La risposta di Deleuze e Guattari, supportata da questi e altri esempi nelle due monografie sopra citate, sottolinea che le lettere sono «un ingranaggio indispensabile, un pezzo principale della macchina letteraria» e dispongono «direttamente, innocentemente» della sua potenza diabolica. «Macchinare lettere», scrivono ancora Deleuze e Guattari, «non è affatto un problema di sincerità o insincerità, ma di funzionamento»: prima di considerarle all’interno dell’opera letteraria, le lettere vanno ricondotte alla scrittura tout-court, al funzionamento del linguaggio in cui sono espresse.
Nell’opera La scrittura e la differenza Derrida riflette sul primato della scrittura e del segno linguistico per il sapere occidentale. Tutto ciò che l’uomo sa o crede di sapere, e comunica agli altri, è inscritto totalmente in una costitutiva e irreversibile «clôture logocentrique», il «formidabile contraccolpo» di una inquietudine del linguaggio prodotta nel linguaggio stesso. Quando a questa chiusura e ambiguità originaria del linguaggio si aggiunge una ulteriore qualità perturbante, propria della dimensione epistolare, l’ambiguità della pagina si infittisce e, con essa, aumentano i problemi legati alla sua interpretazione. Nella contemporaneità, per Derrida, l’interpretazione spesso riduttiva della scrittura e dei suoi margini di complessità evidenzia una sorta di repressione e negazione della diversità insita in ognuno di noi. Si tratta dell’appiattimento e della conseguente banalizzazione della comunicazione in un mondo caratterizzato dalla «modernità liquida» definita da Bauman. La società contemporanea, come più volte sottolineato dal filosofo polacco, è caratterizzata dalla metafora della «liquidità»: si tratta di un mondo in cui, ormai, regna sovrano l’«individualismo rampante» e l’uomo vive senza legami fissi in un mondo in cui tutto è momentaneo, fluido, ambiguo, precario e cangiante come l’acqua che cambia forma in recipienti diversi. La realtà sembra scorrere in maniera liquida, inafferrabile, e non più ancorata ad alcuna forma di solidità, di valore condiviso o ‘intoccabile’. Se Erich Fromm negli anni Settanta aveva definitivamente rilevato la preponderanza delle modalità dell’avere, rispetto a quelle dell’essere, alla fine degli anni Novanta Bauman ha dimostrato che tutto, nella modernità, è negoziabile, tutto può ridefinirsi ed è soggetto alle modalità economiche della società di massa.
La preponderanza della dimensione visiva, su quella riflessiva e del pensiero, e la tecnologia digitale sempre più invadente, sono intervenute a cambiare sempre più radicalmente i modi, e i tempi, della nostra comunicazione: la velocità sempre maggiore e infine l’istantaneità dei messaggi, le chat, le email, la possibilità di commentare diversi tipi di contenuti diffusi online e resi pubblici, hanno avuto come conseguenza la perdita non solo dell’uso e dell’abitudine all’epistolarità, ma spesso, purtroppo, anche alla scrittura corretta e coesa. Al contrario della moderna comunicazione digitalizzata, un discorso praticamente costante e in praesentia, la relazione epistolare mostra una notevole corrispondenza con una «conversazione al rallentatore» e, di essa, rappresenta una sorta di laboratorio differito.
La comunicazione epistolare, inoltre, si differenzia significativamente dalla scrittura di un testo letterario vero e proprio poiché essa è generalmente indirizzata a qualcuno, non ad un ipotetico o immaginato lettore. Quando si scrive una lettera a un certo destinatario, come evidenzia Grivel, «ciò che si scrive arriva senza certezza e dopo un lasso di tempo a questo qualcuno: il ritardo è la regola […]: una lettera produce un urto (non l’aspettavate o l’aspettavate troppo)». Il destinatario reale, a cui si è rivolto il mittente, viene dunque raggiunto dalla materialità della lettera e ne viene anch’esso investito personalmente, nonostante un certo e consustanziale ritardo. Nella centralità di questo ritardo, che causa al mittente le più diverse emozioni, il «dialogo differito» dell’epistolarità esaspera i meccanismi interrelazionali che governano la nostra vita quotidiana e simula ancora più efficacemente la realtà rispetto alla letteratura […] Nell’Ottocento, soprattutto, emergono la forza dell’opinione pubblica, della stampa periodica, del romanzo, e le comunicazioni epistolari diventano lo strumento privilegiato per quella classe sociale in ascesa, la borghesia, che legge, si informa e cerca di plasmare una nuova realtà. Non si può dimenticare, inoltre, che nel complesso processo di trasformazione del romanzo, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, sono implicati anche alcuni dei principali romanzi epistolari della tradizione europea, soprattutto francese e inglese: la lettera come modalità di comunicazione, e come meccanismo narrativo, diventa il fulcro di romanzi epistolari celeberrimi come I dolori del giovane Werther (1774), Le relazioni pericolose (1782), le Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802) e, qualche anno più tardi, Frankenstein (1818 e 1831) di Mary Shelley, tutti preceduti ovviamente dalle opere, ormai modellizzate, di Rousseau, Giulia o La nuova Eloisa (1761), e di Pamela (1741) e Clarissa (1748) di Richardson. Anche dal punto di vista materiale, fondamentale nella scrittura epistolare, si assiste ad un ingente «apporto innovativo del XIX secolo».
Come nota Petrucci, nell’Ottocento non aumenta soltanto la quantità delle corrispondenze e dei documenti disponibili, che rispecchiano e modellano fenomeni socio-culturali e storico-politici fra loro diversissimi, ma molte sono le innovazioni introdotte e poi stabilmente entrate a far parte della pratica epistolare. Si tratta, infatti, dell’utilizzo del telegrafo e dell’introduzione di alcuni tratti materiali della lettera giunti poi fino a Novecento inoltrato. È nell’Ottocento che vengono resi abituali l’uso della busta e dei francobolli, che si moltiplicano le caselle e gli uffici postali, che si diffonde una importante forma affine alla lettera, la cartolina postale, illustrata o meno. Essa, pur nella sua brevità rispetto alla lettera, indica comunque una ricerca del supporto materiale scelto e rivela comunque stati d’animo, disposizioni e possibilità di chi la invia: la cartolina, con la sua brevità e insieme la concentrazione del messaggio, spesso ridotto a richieste pratiche o incombenti, indica la volontà di comunicare in maniera ancora più veloce all’interno di una relazione epistolare ormai stretta e ancora più intima. Come si chiede poi Henry Quéré, analizzando i diversi tipi di comunicazione epistolare, chi potrà mai dire con certezza, e con una certa pretesa di esaustività, «a che cosa servirà e che cosa può dire una semplice cartolina?». La cartolina postale, a cui è intitolato anche il saggio novecentesco di Derrida, non solo si avvicina alle forme successive di comunicazione, quali le telefonate o i nostri SMS, ma con la sua sola presenza annuncia al destinatario, e al lettore, un grado più intimo della relazione, un rapporto epistolare già consolidato che può anche evitare le strutture più formali della lettera e concentrarsi sul contenuto, per quanto semplice, da comunicare.
Grazie all’introduzione di tutte queste novità, come scrive Gino Tellini in apertura al volume Tipologie epistolari nell’Ottocento italiano, questo secolo «ha conosciuto una nutrita fioritura di autentici monumenti epistolari». Due dei maggiori letterati e intellettuali italiani, Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, hanno scritto, ricevuto e conservato migliaia di lettere, creando con i propri epistolari delle importanti opere letterarie. Nelle sue lettere Manzoni ha riversato teorie letterarie, successi e insieme inquietudini personali che hanno portato Bonifazi a definire la sua scrittura epistolare «tutta spostata sul discorso teorico e moralista». Per lettera, infatti, arrivavano a Manzoni notizie dal panorama culturale e letterario dell’epoca, ma anche notizie dei propri familiari, degli amici e dei tantissimi estimatori, una quantità tale che egli, come tanti altri uomini dell’epoca, «aveva un gran da fare a rispondere a tutte le lettere che riceveva», senza contare le altrettante che scriveva.
[…] Negli anni Trenta del Novecento, a Firenze, lo scambio per lettera era ancora l’unico strumento di comunicazione in absentia fra i molti giovani e meno giovani, artisti ed intellettuali, che partecipavano alla intensa vita culturale della città. Essi, infatti, molto spesso si conoscevano all’università o nelle redazioni delle riviste e delle case editrici e poi iniziavano delle lunghe corrispondenze epistolari che, ancora oggi, permettono di approfondire un periodo storico particolarmente vivace, dal punto di vista culturale, e ricco di rapporti umani e intellettuali. L’interesse per questi scambi epistolari, intesi come documenti e testimonianze storico-culturali, si associa dunque a quello per l’evoluzione del genere epistolare e di una tradizione retoricamente codificata.
Il lungo dialogo fra Bo e Betocchi, durato dal 1934 al 1985, può dunque servire come «campo di riconoscimenti» agli spunti teorici fin qui offerti. A distanza di più di un secolo da quello fra Leopardi e Giordani, anche il carteggio Bo-Betocchi si basa sullo scambio intellettuale e sulla loro «intimità al servizio della letteratura». Come scrive Bo, nel suo saggio più famoso, Letteratura come vita, per letteratura si vuole intendere «una strada, e forse la strada più completa, per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza». Questa concezione della letteratura, che sottende tutto l’arco del carteggio in esame, va dunque a collocarsi e a proporre la strada specifica per affrontare l’ambiguità ineliminabile della scrittura epistolare. Il carteggio fra Bo e Betocchi dimostra ancora una volta quello che Todorov ha scritto in La letteratura in pericolo: sia l’opera letteraria, che la scrittura epistolare, possono «permettere a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano» e trasformare quindi la parola scritta in un mezzo insostituibile di maturazione personale e di comunicazione con l’altro.
Nell’ultima lettera di Betocchi a Bo, quella del 7 novembre 1985 dettata alla figlia Silvia, pochi mesi prima della sua morte, il poeta ormai quasi ottantenne dichiara di aver trovato nell’amico la più approfondita vicinanza al suo spirito […]
Annalisa Giulietti, «Una preziosa testimonianza» tra vita e letteratura. Il carteggio inedito Bo-Betocchi (1934-1985), UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MACERATA, DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI Lingue, Mediazione, Storia, Lettere, Filosofia, Dottorato di ricerca in Studi linguistici, filologici, letterari Curriculum “Linguistica, filologia, interpretazione dei testi”, CICLO XXX, 2019