Sull’accoglienza dei profughi istriani a Trieste nel 1955

A dispetto dei cambiamenti radicali innescati dal Memorandum, la struttura operativa del CLNI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria) nella Zona B avrebbe inizialmente subito solo lievi alterazioni. Il primo dato con il quale l’ente avrebbe dovuto confrontarsi era l’imminente, annunciato e massiccio abbandono della Zona da parte di attivisti e assistiti. Fragiacomo individuò nel mantenimento dei servizi assistenziali uno strumento indispensabile per tentare di arginare il flusso verso Trieste e l’Italia, fornendo nel gennaio del 1955 a tutti i fiduciari le nuove direttive da seguire nella gestione della comunità italiana:
«E’ opportuno qui di seguito riepilogare le direttive che hanno il fine, da tutti accettato, di disciplinare l’erogazione dell’assistenza e di eliminare, attraverso un oculato controllo, ogni abuso, ogni irregolarità. A seguito delle facilitazioni accordate ai connazionali della Zona B per quanto riguarda i viaggi a Trieste, dal 1° febbraio p.v. sarà ufficialmente ammessa, nel quadro dell’attività assistenziale in favore di persone tuttora residenti in Zona B che siano meritevoli e bisognose, la forma di concessione di sussidi straordinari.
A questo fine, dalla predetta data del 1° febbraio, al posto della quota pacchi mensilmente fissata per ciascun comitato comunale, sarà ripristinata la messa a disposizione di una somma di denaro […].
Ciò premesso, dovranno essere in avvenire osservate le seguenti norme:
1- L’importo massimo di rimborso spese per i pacchi è determinato in Lire 4.000.-;
2- L’importo massimo dei sussidi straordinari è pure esso fissato in Lire 4.000.-; <44
3- La concessione dei rimborsi avverrà con la procedura sin qui seguita; le domande, sui moduli in uso, dovranno essere riferite al mese successivo rispetto alla data di presentazione;
4- Saranno istituiti dei moduli speciali per la richiesta di sussidi straordinari; l’erogazione sarà subordinata tanto alla disponibilità di cassa […] quanto alla dichiarazione di benestare del ispettivo fiduciario;
5- Salvo le eccezioni in casi di estrema e documentata gravità, il periodo intercorrente fra una concessione di assistenza e l’altra non dovrà essere inferiore ai due mesi, e ciò indipendentemente dalla forma di assistenza (rimborso pacco-sussidio).-» <45
Le linee guida adottate dal CLNI erano piuttosto chiare. A fronte dell’inevitabile decurtazione dei fondi e della necessità di approntare un piano di intervento più deciso per l’accoglienza dei profughi a Trieste, la presenza in Istria di molti italiani convinse l’ente a reiterare comunque gli sforzi assistenziali, forse nel tentativo di mantenere una comunità il più possibile consistente al di là del confine. La persistenza infatti di un gruppo italiano significativo avrebbe permesso al CLNI di rivendicare per sé stesso un ruolo di rappresentanza e mediazione tra Roma e i “rimasti” in continuità con l’attività svolta fino a quel momento. L’assistenza dunque in quel frangente era la parte di un gioco funzionale a tenere in vita sia “l’italianità dell’Istria” che il CLNI. Le ridotte disponibilità costrinsero però i fiduciari a depennare i sussidi più consistenti e a versarli non più con cadenza mensile ma bimestrale. Era dunque evidente lo sforzo speso nel mantenimento di un’assistenza che riuscisse a garantire la continuità e la regolarità dei rapporti tra l’ente e le famiglie italiane in Istria, a dispetto dei tagli verticali imposti dalle contingenze.
L’impegno del CLNI faceva registrare per l’arco di tempo a cavallo tra il 1955 e il 1956 il mantenimento di una rete comprendente 4.200 assistiti nella ex Zona B e 254 famiglie nei territori a sud del Quieto:
«Attualmente [ottobre 1956] esso [CLNI] contribuisce ad aiutare famiglie delle seguenti località: n.° 16 ad Albona; n.° 10 ad Arsia; n.° 41 a Cherso; n.° 13 a Dignano; n° 2 a Barbana; n° 14 a Fianona-Valdarsa; n.° 6 a Gimino; n° 2 a Canfanaro; n° 14 a Pinguente; n° 20 a Pisino; n° 2 a Pola; n° 6 a Portole; n° 100 a Rovigno; n° 8 a Visinada». <46
Il sistema di intervento nella Zona si sarebbe sostanzialmente mantenuto inalterato nel corso del tempo, come dimostrato da una relazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri sul CLNI ancora nel gennaio del 1959:
«In favore dei connazionali residenti nel comuni della ex Zona B l’assistenza consiste, oltre che nella erogazione – in casi di particolare necessità – di sussidi in denaro, nel periodico invio di pacchi viveri, di vestiario e di medicinali. Per ovvie ragioni di prudenza, dato l’atteggiamento ostile delle autorità jugoslave verso ogni iniziativa italiana in favore dei suddetti nostri connazionali, il C.L.N. dell’Istria svolge questa speciale assistenza con opportuni accorgimenti, avvalendosi dell’opera di “fiduciari” i quali, in ogni comune nel quale occorre, costituiscono un comitato “clandestino”. Mensilmente, presso la sede del C.L.N. dell’Istria, vengono convocati i suddetti fiduciari e, previo esame della situazione ambientale nella quale vivono le persone bisognose di assistenza, della loro situazione di famiglia e delle condizioni finanziarie in cui versano, viene determinata la somma da spendere per ciascun comune. Tale somma viene consegnata ai “fiduciari” i quali provvedono alla confezione e distribuzione dei pacchi viveri, vestiario, medicinali, nonché alla erogazione dei sussidi, rimettendo poi al C.L.N. l’elenco delle somme erogate e dei pacchi distribuiti […].» <47
Tutti i virgolettati che campeggiavano sui riferimenti alla clandestinità della struttura istriana del CLNI stavano a dimostrare che le sue attività in Zona B non solo erano note da tempo a tutti i servizi informativi operativi su quella frontiera, ma che dopo il 1954 si svolgevano alla luce del sole per diretta volontà di Fragiacomo, il quale aveva in più sedi ribadito il taglio assistenziale e culturale dell’azione da lui portata avanti a partire dal Memorandum. La clandestinità era di fatto divenuta un accessorio superfluo nel momento in cui lo scopo dichiarato dell’ente non era più quello di fomentare la resistenza sul territorio e fare attività di propaganda contro i poteri popolari, ma bensì quello di mantenere esclusivamente dei contatti finalizzati ad un sostegno più morale che politico degli italiani rimasti. Nonostante però la radicale inversione dei termini che connotavano il suo impegno in Istria, il CLNI scelse di mantenere inalterata l’organizzazione basata sui CLN locali, garantendo in questo modo un altro piccolo segnale di continuità rispetto al passato. Tali strategie in ogni caso non rappresentarono affatto un deterrente all’esodo per coloro che ricevevano il sussidio, dal momento che il numero degli assistiti della ex Zona B sarebbero passati da 4.200 a 273 nel giro di tre anni. Nel gennaio del 1959 infatti i trenta fiduciari facenti capo al CLNI gestivano nei principali centri istriani un numero estremamente esiguo di persone, così ripartite:
«Capodistria n. 48
Pirano n. 81
Isola n. 31
Buie n. 38
Umago n. 47
Cittanova n. 21
Verteneglio n. 27» <48
Le partenze massive che provocarono il radicale ridimensionamento della comunità italiana in Istria impongono una riflessione sulla capacità manifestata dal CLNI di intervenire con la sua attività nelle dinamiche che connotarono un problema complesso e stratificato come quello dell’esodo. L’ente era stato investito del compito esplicito di arginare il più possibile il fenomeno, e la stessa ingente iniezione di capitali da lui operata a favore di un selezionato ma compatto gruppo di “comprovata italianità” era rivolta proprio a tamponare uno dei principali fattori scatenanti delle partenze, ossia le difficoltà economiche affrontate sia dalla ex classe dirigente e impiegatizia italiana, che aveva in parte perduto il suo ruolo egemone e di prestigio, che dal numero consistente di operatori del settore commerciale e primario, colpiti duramente dalle riforme adottate nel settore produttivo e agricolo. Il CLNI inoltre aveva speso energie significative nel prestare attenzione, attraverso l’attività di propaganda e i CLN clandestini, anche agli aspetti emotivi più profondi che spesso contribuivano, assieme a quelli prettamente politici, a spingere interi nuclei famigliari o singoli attivisti a lasciare le proprie città. Non era infatti casuale l’impennata di partenze in corrispondenza dell’altalenante gestione dei decreti di chiusura dei traffici tra le due zone o di momenti politici particolarmente difficili, segnati spesso da interrogatori e arresti a danno di coloro che si erano esposti contro i poteri popolari. Se però senza ombra di dubbio il CLNI aveva espresso la capacità di influenzare le scelte dei suoi assistiti in frangenti particolari come le elezioni del 1950 o l’affaire relativo agli insegnati nel 1952, i fattori politici internazionali finirono per avere l’ultima parola nel definire il comportamento generale del gruppo esule. Lo dimostra la vera e propria ondata di trasferimenti avvenuta dopo la firma del Memorandum di Londra, interpretata come un’ultima chiamata prima della chiusura definitiva del confine e che, vale la pena di ricordarlo, non interessò solamente italiani, ma anche un significativo numero di sloveni e croati. <49 Né il denaro né gli sforzi persuasivi messi in campo nei nove anni precedenti dal CLNI ebbero la capacità di contenere il fenomeno, dimostrando in generale
l’impotenza delle sue iniziative di fronte alla macchina delle dinamiche sovranazionali.
Quindi se il CLNI riuscì ad assolvere egregiamente il compito di fomentare le attività di resistenza passiva e politica sul territorio della Zona B, contribuendo inevitabilmente a plasmare in parte l’identità e la mentalità degli italiani che vi risiedevano, la loro permanenza era, molto probabilmente, determinata da speranze alimentate da questioni molto più ampie, decisamente fuori dalla portata del CLNI. <50 Dunque l’eredità dell’ente istriano va colta molto probabilmente non tanto nei numeri che connotarono le dinamiche di trasferimento del gruppo istriano, quanto piuttosto nei meccanismi interpretativi che la comunità esule mise in moto per leggere e rielaborare la propria vicenda.
[NOTE]
44 Il sussidio mensile e il rimborso per i pacchi dono sarebbero poi stati portati a L. 5.000 l’anno successivo.
45 IRCI, Fondo CLNI, Seg. 61, n. 248.
46 UZC, Sez. IV, b. 33, n. 7196.
47 UZC, Sez. II, FVG, Trieste, b. 70, n. 200/F58/T351.
48 Ibidem.
49 Sulla questione è ancora in atto un vivace dibattito volto a dare connotazione e numeri alle partenze che interessarono la popolazione slovena e croata. Le vulgate maggiormente consolidate hanno infatti teso a presentare l’esodo come un fenomeno esclusivamente italiano, escludendo aspetti numericamente di certo meno significativi ma altrettanto importanti per comprendere le complesse dinamiche che interessarono la frontiera in quegli anni, e che valgono a disinnescare meccanismi interpretativi fondati solo su una valutazione di taglio nazionale, e nazionalista, delle vicende intercorse nell’area giuliana. Un tentativo piuttosto recente di quantificazione delle varie componenti nazionali che interessarono l’esodo è rappresentato dal lavoro di Olinto Mileta Mattiuz, Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia (1850-2002), ADES, Trieste, 2005. Per una sintesi generale dei movimenti di popolazione in ambito giuliano dopo la prima guerra mondiale Sandi Volk, Gli spostamenti di popolazione italiane, slovene e croate al confine italiano tra fascismo e dopoguerra, in «Una storia balcanica», cit, pp. 90-122. Vedere inoltre P. Purini, Esodi dimenticati. Trieste 1914-1956, in «Revisionismo storico e terre di confine», Atti del corso di aggiornamento, Trieste 13-14 marzo 2006, Cesp – Kappa Vu, Udine, 2007.
50 Può essere utile, al fine di rendere più completa la riflessione, fare riferimento a quegli studi che negli ultimi vent’anni hanno tentato di raccogliere e inquadrare in un contesto interpretativo più ampio le numerose testimonianze orali disponibili e che si sono sforzati di portare il loro contributo sia sul tema della comunità istriana profuga, sia su quello dei cosiddetti “rimasti”. Pur tenendo presente le innumerevoli variabili che contribuiscono alla costruzione di una fonte orale e alle sue connotazioni ultime, come le esigenze conoscitive dell’intervistatore che determinano il taglio della narrazione o le dinamiche di autocensura e autorappresentazione dell’intervistato, risulta abbastanza significativo il fatto che in nessuna testimonianza venga citato il CLNI, né per quanto riguarda l’assistenza ricevuta a Trieste, né tantomeno per quanto concerne gli aiuti e le forme di sostegno da lui avviate sul territorio istriano durante e dopo gli anni della questione di Trieste. È evidente che la lacuna è dovuta principalmente al fatto che gli intervistati non sono stati interpellati direttamente sul tema, vertendo gli studi che verranno citati su problematiche decisamente diverse e di carattere più generale. Però è altrettanto significativo che il CLNI sia sostanzialmente scomparso dalle mappe narrative degli intervistati, i quali, forse per effetto di motivazioni che potrebbero essere estremamente difficili da individuare, se spontaneamente motivati a far emergere alcuni temi specifici anche al di là delle domande dirette dell’intervistatore, come le persecuzioni dell’OZNA per citare un esempio, non risultano in nessun caso essere interessati a citare episodi legati in qualche modo al CLNI. Il dato si fa poi rilevante anche in corrispondenza del fatto che numerosi testimoni interpellati avevano vissuto il dopoguerra e gli anni successivi al 1954 in località nelle quali la presenza del CLNI risultava essere piuttosto consolidata, come nel caso di Grisignana, oggetto dello studio di Gloria Nemec. Tale situazione renderebbe quindi interessante, in corrispondenza di studi futuri incentrati sulle fonti orali, un’indagine specificamente orientata a raccogliere notizie sull’impatto che le attività finanziate da Roma ebbero o meno sui gruppi italiani in Istria. Per approfondimenti vedere i testi di riferimento Gloria Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d’Istria 1930-1960, LEG-IRCI, 1998, ID., Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina, Etnia – XIV, CRSR, Rovigno, 2013, Olinto Mileta Mattiuz, Guido Rumici (a cura di), Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate, vol. III «L’immediato dopoguerra», ANVG Gorizia-Mailing List Histria, 2012.
Irene Bolzon, Fedeli alla Linea. Il CLN dell’Istria, il governo italiano e la Zona B del TLT tra assistenza, informative e propaganda. 1946-1966, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno Accademico 2013-2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *