L’Ozna ebbe pure il compito di procedere al sequestro di tutti i beni relativi a tali nemici del popolo

Nel decidere la forma organizzativa del nuovo ufficio Tito propose uno schema identico a quello del NKVD sovietico, ma lo adattò principalmente sulla base delle esperienze della “prima” OZNA del quartier generale dello stesso Tito, assieme alle esperienze dei VOS e del loro braccio armato le “Unità (militari) di sicurezza dello Stato [Vojska Državne Varnosti]” slovene ovvero le VDV. L’esperienza degli sloveni in fatto di sicurezza dello Stato era ben superiore a quella di Tito quando a Drvar egli decise la costituzione del servizio di sicurezza dello stato OZNA e del suo braccio armato il KNOJ ossia il “Corpo di difesa popolare della Jugoslavia [Korpus Narodne Odbrane Jugoslavije]”.
Anche dopo l’istituzione degli organi centrali di Tito, il sistema sloveno appare più avanzato in quanto parte del potere civile e politico, mentre l’OZNA e il suo braccio armato, il KNOJ, sono ancora gestiti come forze militari, anche se indipendenti dalla linea di comando delle forze armate <53.
L’OZNA [Odjeljenje za zaštitu naroda – Sezione per la sicurezza del popolo] viene fondata con il decreto istitutivo n. 7 siglato il 13 maggio 1944 presso il Comando supremo a Lissa <54 da Tito in qualità di “Comandante supremo e Commissario per la difesa popolare” del Comitato di liberazione nazionale della Jugoslavia.
L’OZNA nasce fin dall’inizio come braccio operativo dell’esecutivo rivoluzionario e la sua istituzione non corrisponde tanto alle necessità operative belliche e di resistenza armata quanto al controllo politico del territorio liberato in vista della liberazione di tutta la Jugoslavia <55. L’istituzione dell’OZNA centralizzò l’apparato investigativo di sicurezza politica, che era stato fino a quel momento frammentario, poiché, essendo nato da necessità difensive, era condizionato dai diversi regimi di occupazione nei vari territori. Ciò è particolarmente valido nel caso sloveno dove, come abbiamo visto, si era sviluppato un sofisticato apparato di informazioni e polizia politica in completa autonomia dal comando di Tito.
Si provvide all’istituzione di un sistema capillare di centri di informazione politica in Slovenia, in Croazia e in Bosnia a livello di tutte le unità militari (corpo d’armata, divisione, brigata e battaglione dove operava almeno un agente dell’OZNA). Ciascun centro aveva due rami di attività: una sezione di raccolta informazioni del nemico e una sezione per la difesa contro lo spionaggio nemico.
L’OZNA era suddivisa in quattro sezioni.
[…] Il maggior numero di dati sull’andamento delle operazioni OZNA lo abbiamo dalla Slovenia e sono interessanti per la storia della Venezia Giulia. Albert Svetina ricorda come “al ritorno di Maček da Drvar si giunse alla vera organizzazione dell’OZNA in Slovenia”. Tito informò Maček che, visto che si avvicinava la fine della guerra, all’OZNA spettava “un ruolo di primaria importanza per assicurare la presa del potere”. Ivan Maček “Matija” fece ritorno con l’ordine esplicito di Tito, in base al quale all’OZNA spettava di esercitare il controllo politico sull’Armata e sui cittadini e quindi servivano quadri nuovi. Ovviamente, “Maček di queste cose discuteva direttamente con Tito e ci informava direttamente su tutti gli ordini e comandi di Tito. Fu Tito a informarlo del parere della missione sovietica presso il suo quartier generale che alla fine della guerra bisognava eliminare il maggior numero di oppositori politici, e fare in modo di evitare qualsiasi processo giudiziario” <66.
[…] Nelle parti della Venezia Giulia italiana occupate nel maggio 1945 dalle truppe jugoslave venne istituita l’“Amministrazione militare jugoslava per la Venezia Giulia, l’Istria, Fiume e il Litorale sloveno”, “Vojna uprava Jugoslavenske armije za Julijsku krajinu, Istru, Rijeku i Slovensko Primorje [VUJA]”, che ebbe termine solo nel 1947 in seguito alla ratifica del Trattato di pace di Parigi <71.
Appena una città importante veniva occupata dalle unità jugoslave, si metteva in moto la macchina dell’OZNA, arrivava Maček di persona accompagnato dai suoi fidi, qualche “consulente” sovietico e l’archivio con gli schedari dei “nemici del popolo”. Iniziavano le deportazioni di massa. Ovviamente, la stessa scena si ripeteva anche nelle altre città della Jugoslavia, con l’unica differenza che i dettagli delle operazioni sono tuttora poco conosciuti per mancanza di fonti archivistiche liberamente consultabili.
L’archivio di Stato della Croazia a Zagabria custodisce il fondo (alquanto lacunoso) OZNA per la Croazia; non vi sono documenti per l’Istria e Fiume, in quanto, come abbiamo visto, i territori della Venezia Giulia erano sottoposti ad amministrazione militare e furono quindi controllati direttamente da Belgrado almeno fino al 1947.
[NOTE]
53 L. Dornik-Šubelj, Op. cit., p. 32.
54 Tito si trasferì a Lissa dopo l’attacco tedesco di Drvar, operazione che prevedeva la cattura del capo dei partigiani comunisti jugoslavi nel suo quartiere generale vicino alla città di Drvar nella Bosnia occidentale. Durante le fasi concitate della battaglia Tito, insieme con il leader partigiano sloveno Edvard Kardelj, riuscì a scappare dirigendosi verso la stazione della ferrovia a scartamento ridotto di Potoci, per poi giungere a Kupres (a nord-est di Livno), dove i partigiani controllavano una pista di atterraggio e dove arrivò un C-47 con insegne sovietiche per prelevarlo e trasportarlo a Brindisi, da cui poi si trasferì a Lissa, già controllata dagli inglesi.
55 T. Grieser-Pečar, Op. cit., p. 403.
66 A.-E. Svetina, Op. cit., pp. 121-122.
71 L’assassinio del leader comunista croato Andrija Hebrang indebolì la posizione del generale croato e suo amico personale Većeslav Holjevac, che nel 1945 era al comando della VUJA con sede ad Abbazia. Dopo l’arresto di Hebrang, Holjevac venne richiamato d’urgenza a Belgrado e spedito come attaché militare a Berlino Est. Al comando della VUJA venne nominato al suo posto il tenente colonnello Mirko Lenac, commissario politico della 35ª divisione della Lika. Nell’estate del 1947 la sede VUJA venne trasferita da Abbazia a Capodistria, in quanto, sulla base dell’accordo di pace con l’Italia, si dovette dar vita al Territorio Libero di Trieste. Infine il 4 aprile 1951 Mirko Lenac (promosso al grado di colonnello) venne sostituto dal colonnello Miloš Stamatović, braccio destro di Boris Kidrič, all’epoca Ministro federale dell’industria e agricoltura, responsabile del primo piano quinquennale della Jugoslavia. Sembra incredibile, ma la storia del Governo militare jugoslavo nella Venezia Giulia non è stata studiata da nessuno.
William Klinger, Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo (1941-1948), in “Fiume”, Rivista di Studi Adriatici, 2009, n. 19

Protagonista, a dire di Pirjevec, di questa nuova strutturazione della propaganda e del discorso politico diplomatico fu l’OZNA (Odeljenje za Zastitu Naroda, Dipartimento per la Sicurezza della Nazione). Sotto questa sigla nel 1944 erano confluite le varie organizzazioni locali di servizi di intelligence e sicurezza della Resistenza jugoslava, e alla fine della Seconda guerra mondiale con la proclamazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia ne divenne l’organismo di attività di servizi segreti ufficiale. Fino al suo scioglimento nel marzo 1946, quando venne divisa in JNA-KOS (Jugoslovenske Narodne Armije Kontraobaveštajna Služba, Servizio di Controosservazione dell’Armata Popolare Jugoslava: ne era, come è evidente, la sezione militare) e UDBA (Uprava Državne Bezbednosti, Istituzione di Sicurezza Nazionale, suo ramo civile), svolse anche rinomate attività di polizia politica: Pirjevec dichiara senza mezzi termini che l’OZNA ebbe importanti responsabilità nell’articolazione ideologica e politica delle rivendicazioni jugoslave su Trieste <53. A tal fine ad esempio nell’estate del 1945 il Ministero della Difesa pubblicò un opuscolo intitolato Vojni napor ljudstva Julijske krajne za osvoboditev in združitev z Jugoslavijo (“Lo sforzo bellico della popolazione della Venezia Giulia per la liberazione e l’unione alla Jugoslavia”): il titolo fornito da Pirjevec è in sloveno. Non ci è dato sapere se ne esista anche un’edizione originale in serbo-croato (lingua ufficiale dell’amministrazione federale centrale) o se tale pamphlet sia stato concepito precipuamente per la popolazione di lingua slovena; è però significativo notare, come Pirjevec evidenzia, che dall’anno successivo ne sia stata fatta circolare all’estero un’edizione in inglese. Lo storico italo-sloveno sottolinea inoltre come in tale opuscolo fosse abbondante la presenza di mappe e puntuali riferimenti storico-geografici.
[NOTE]
53 Ivi, p. 320. Cfr. Mila Orlić, La creazione del potere popolare in Istria, in Lorenzo Bertucelli, Mila Orlić (eds.), Una storia balcanica. Fascismo, comunismo e nazionalismo nella Jugoslavia del Novecento (Verona: Ombre Corte, 2007), pp. 135-138; Orietta Moscarda Oblak, La presa del potere in Jugoslavia e in Istria. Il ruolo dell’OZNA, “Quaderni – Centro di Ricerche Storiche”, n. 24 (2013), pp. 37-43; William Klinger, Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo, “Fiume-Rivista di Studi Adriatici”, n. 19 (2009), pp. 30-38.
Francesco Maria Mengo, La minoranza italiana in Istria: localismo, nazionalità e costruzione di un’identificazione jugoslava, Tesi di dottorato, Universitat Pompeu Fabra, Barcelona, 2017

[…] Nell’estate del 1944 l’apparato d’intelligence e sicurezza in Istria poteva contare su un battaglione (il II) incluso nella IV brigata dell’Ozna. All’inizio del 1945, esso comprendeva una rete di collaboratori diramata in tutte le cittadine e i centri istriani, che fornivano, chi per convinzione, chi per delazione, ricatto o costrizione, una gran mole di dati sull’attività politica e militare dei nemici e non solo. Il metodo di lavoro degli organismi periferici istriani seguiva le medesime modalità d’azione praticate nel resto dei territori croati; una parte importante consisteva nella compilazione di relazioni politico-informative e di elenchi di persone, di gruppi, di partiti che non avevano partecipato alla lotta di liberazione o che erano contrari al Mpl, ma anche di tutti i rappresentanti del Terzo reich, delle forze militari tedesche e fasciste, di tutte le organizzazioni di partito, di quelle giovanili, come pure di tutte le istituzioni civili, militari e intellettuali.
Con l’avvicinarsi della presa del potere, nel marzo 1945, l’Ozna per l’Istria fu riorganizzata, con l’istituzione di un centro e di un apparato regionale, completamente indipendente dalle altre strutture del potere partigiano, mentre dalla “lotta contro gli eserciti nemici”, si passò a quella contro la “reazione” interna al Mpl e alle “sue diverse forme di sabotaggio”. L’Ozna suddivise perciò i suoi avversari o nemici politici in vari gruppi reazionari, che nei centri istriani corrispondevano al clero (in particolare quello italiano) e agli italiani in generale.
Fino al marzo 1946 l’Ozna fu alle dirette dipendenze del Ministero della difesa popolare federale, quando furono separate la sezione militare da quella civile, con la nascita dei Servizi informativo militare (Vojno Obavještajna Služba – Vos) e di controspionaggio (Kontra Obavještajna Služba – Kos) e dell’Amministrazione per la sicurezza statale (Uprava Državne Bezbednosti – Udba).
L’Ozna fu direttamente collegata alle violenze di massa che si manifestarono con l’arrivo delle formazioni partigiane nel maggio 1945, quando ci furono incarcerazioni e deportazioni, ma anche uccisioni e scomparse nelle foibe di soldati italiani e tedeschi, di quadri intermedi del fascismo, guardie civiche, guardie di finanza, partigiani italiani contrari all’egemonia del Mpl e cittadini (sloveni, croati e italiani) considerati nemici di classe e perciò contrari al comunismo. Assieme ai nuovi organi amministrativi del potere, l’Ozna ebbe pure il compito di procedere al sequestro di tutti i beni relativi a tali nemici del popolo, che con la loro confisca sarebbero confluiti nel processo di statalizzazione dell’economia. Le strutture informative, che assieme a quelle militari e giudiziarie costituirono i capisaldi del nuovo regime, ebbero un ruolo determinante nella presa del potere e nella resa dei conti nei confronti degli occupanti (tedeschi, italiani), ma anche di tutti i potenziali e presunti collaboratori e nemici di classe.
La funzione repressiva dell’Ozna era stata stabilita da precisi accordi tra la sua dirigenza e i corpi d’armata dell’esercito partigiano, nei quali erano state fissate le modalità di entrata nel territorio al momento della presa del potere da parte delle truppe jugoslave nei diversi centri da “liberare”. Così, durante le fasi di liberazione del territorio istriano ad entrare per primi nelle cittadine furono i rappresentati dell’esercito, le truppe armate dell’Ozna (il Knoj) e gli organismi dell’Ozna.
Inizialmente, tutto il potere, in particolare quello amministrativo, fu concentrato nelle mani dell’Ozna, ai cui ordini dovevano sottostare pure gli organismi amministrativi dei Comitati popolari di liberazione. L’Ozna aveva il compito di ripulire il territorio dai nemici interni e concluderlo nel giro di pochi giorni, per cedere poi i poteri ai Comitati popolari, i quali avrebbero organizzato la struttura politica e quella del nuovo potere popolare. Tuttavia, per un lungo periodo dopo la fine delle operazioni belliche, l’Ozna ebbe il controllo sull’apparato amministrativo e sulla Milizia popolare in particolare, che a loro volta avevano il compito di bonificare politicamente le istituzioni e la cittadinanza, da presunti e reali nemici e preparare così alla presa del potere. I metodi usati nei confronti di militari e civili andavano dalle incarcerazioni, all’invio nei campi di concentramento, alle deportazioni, ma anche uccisioni, e scomparsa nelle foibe di soldati italiani e tedeschi, di quadri intermedi del fascismo, guardie di finanza, guardie civiche, esponenti del CLN, partigiani italiani contrari all’egemonia del Mpl e cittadini (italiani, croati e sloveni) considerati nemici di classe, ovvero contrari al comunismo.
La repressione messa in atto anche a guerra finita e soprattutto nel biennio successivo, portò all’eliminazione non solo dei nemici di ieri, ma anche di quanti avrebbero potuto mettere in discussione gli obiettivi politici dei comunisti jugoslavi, che nel territorio della Venezia Giulia consistevano nell’annessione della regione e, contemporaneamente, nella creazione di un nuovo ordine politico, il potere popolare. Nei due anni che precedettero il Trattato di pace, ogni oppositore politico (esponenti di qualsiasi partito diverso da quello comunista), sociale (piccola e grande borghesia, ceto medio), religioso o culturale (gli intellettuali) sarebbe stato etichettato come collaborazionista, o nemico del popolo, mentre un’epurazione preventiva avrebbe neutralizzato tutti i nemici reali e presunti del nuovo regime.
La lotta politica che l’Ozna sviluppò ben prima della fine della guerra fu perciò una lotta condotta con sistemi diversi da quelli usati contro l’occupatore e i suoi collaboratori, perché l’obiettivo fu quello di ostacolare e reprimere i gruppi nemici, ma soprattutto il clero, assieme alle forze antifasciste italiane che, anche se deboli, contrastavano le rivendicazioni nazionali jugoslave, e finivano quindi per venir considerate alla stregua dei fascisti, tutti accomunati nella categoria di «forze reazionarie». Il territorio istriano e in genere quello giuliano fu “normalizzato” tramite l’eliminazione di quei gruppi politici che i comunisti jugoslavi percepivano come opposizione, anche solo potenziale, di matrice politica e nazionale. E i gruppi da colpire alla fine della guerra e nel momento della presa del potere erano già ben noti e conosciuti. Nella zona di Fiume i nemici principali furono individuati negli autonomisti, perché godevano di forte consenso e di autorevolezza politica fra la popolazione, impedendo al Mpl di coinvolgerli e di inserirli nelle proprie strutture, mentre nei diversi centri istriani operavano diversi gruppi “reazionari italiani”. Tali gruppi rappresentavano di fatto degli oppositori politici al nuovo potere e un ostacolo all’annessione del territorio alla Jugoslavia.
Durante l’estate, l’Ozna continuò con gli abusi, le perquisizioni, i sequestri e le confische di beni, che favorirono lo sviluppo di attriti nazionali tra le autorità e la popolazione italiana. In questi primi mesi di nuova amministrazione, soprattutto le violenze della Milizia popolare si contarono un po’ dappertutto. A Fiume furono eliminati i principali esponenti dell’autonomismo e del sindacalismo fiumano.
Tra gli oppositori politici più pericolosi del Mpl furono considerate la Chiesa e in particolare il clero di nazionalità italiana, che vedeva i massimi rappresentanti nei vescovi della diocesi di Parenzo-Pola, Raffaele Radossi, e della diocesi di Trieste-Capodistria, Antonio Santin. I religiosi italiani furono infatti oggetto di una politica di persecuzione da parte dell’Ozna, in quanto contrari alla politica del regime comunista e sostenitori del mantenimento della sovranità italiana. A guerra finita, l’azione politica del nuovo potere si concentrò su un processo di “differenziazione” fra i sacerdoti, soprattutto in base alla nazionalità, e in funzione annessionistica, processo che risultò più evidente nel 1946 quando furono arrestati diversi religiosi e qualcuno pagò con la vita.
Bibliografia essenziale
Klinger William, Ozna. Il terrore del popolo. Storia della polizia politica di Tito, Luglio, Trieste 2015.
Moscarda Oblak Orietta, Forme di violenza in Istria tre guerra e secondo dopoguerra, in “Storia e problemi contemporanei”, fasc. 74, Franco Angeli, Milano 2017, pp. 59-74.
Apih Elio, Le foibe giuliane, a cura di Roberto Spazzali, Marina Cattaruzza, Orietta Moscarda Oblak, Leg, Gorizia 2010.
Moscarda Oblak Orietta, L’elaborato sull’attività delle organizzazioni e gruppi nemici a Fiume dell’ottobre 1946, in “Quaderni”, vol. XXIX, Centro di ricerche storiche, Rovigno 2018, pp. 7-79.
Orietta Moscarda, Il ruolo dell’Ozna nella transizione fra guerra e dopoguerra, Regione Storia FVG

I provvedimenti economici, sociali e politici messi in atto dal governo jugoslavo ridussero sempre più il potere degli Italiani e le continue azioni violente dell’OZNA (Odjeljenje za Zaštitu Naroda: Dipartimento per la Protezione del Popolo) incrinarono ulteriormente i rapporti tra le due etnie. <413
Tra tali provvedimenti ci fu anche il tentativo di slavizzazione di alcuni cognomi, così come i fascisti, a suo tempo, avevano fatto con i cognomi di origine slava.
[…] La polizia politica jugoslava era molto attiva già all’inizio degli anni Quaranta e aveva il compito di «“epurare” i nuovi organi dagli elementi ostili. […] Questo compito fu preso alla lettera dagli agenti dell’OZNA, i quali misero in atto il controllo totale ed assoluto della vita pubblica e privata del paese» <416 soprattutto in Istria, dove l’elemento italiano era più consistente.
In realtà, i vertici jugoslavi, Tito compreso <417, diedero ordine all’OZNA di intervenire contro ustaša, cetnici, tedeschi, ungheresi e fascisti, non contro l’intera comunità italiana; ma il termine ‘fascista’ fu molto vago, tanto da includere chiunque avesse avuto a che fare, in qualche modo, con il regime di Mussolini. <418
[NOTE]
413 Mila Orlić, La creazione del potere popolare in Istria (1943-1948),in Una storia balcanica. Fascismo, comunismo e nazionalismo nella Jugoslavia del Novecento, a cura di Lorenzo Bertucelli e Mila Orlić, ombre corte, Verona, 2008, p. 132
416 Silvana Stuparich Orlić, Lussinpiccolo, 16 luglio 2016, testimonianza orale.
417 William Klinger, OZNA. Il terrore del popolo. Storia della polizia politica di Tito, Luglio Editore, San Dorligo della Valle (TS), 2015, p. 186
418 Mila Orlić, p. 137
Caterina Della Giustina, Lussino tra storia e memorie. Dal fascismo alle guerre jugoslave, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 2016/17

Con l’occupazione jugoslava si verificano requisizioni, confische, arresti di numerosi cittadini, sospettati di nutrire scarsa simpatia nei confronti dell’ideologia comunista o ritenuti inaffidabili per posizione sociale, censo, origini familiari e, come accennato in precedenza, nazionalità. Nel documentario “Le vie della memoria – La foiba di Basovizza”, a cura dell’IRSML <62, gli studiosi Raoul Pupo e Roberto Spazzali forniscono un’esauriente descrizione della situazione. Gli storici introducono l’argomento partendo dal primo maggio 1945, in corrispondenza quindi con l’inizio dell’occupazione jugoslava della Venezia Giulia. Qui l’amministrazione titina trova vasti consensi non solo tra la popolazione slovena, ma anche tra gli operai italiani di orientamento comunista. Forte disaccordo è invece manifestato dalla restante parte della popolazione italiana. I poteri popolari provvedono alle necessità prime dei cittadini e li coinvolgono nella creazione del nuovo regime, ma a tale politica propositiva si affianca la repressione. Questa assume la forma di un’ondata di violenza di grandi proporzioni: nella Venezia Giulia i nuovi poteri adottano la medesima logica di eliminazione di massa degli avversari politici adottata nei territori jugoslavi appena liberati dai tedeschi. A Trieste si contano alcune migliaia di arresti, che avvengono sulla base di liste da tempo preparate dalla polizia politica, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, ossia Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). Le categorie colpite sono prevalentemente quadri del partito fascista e delle organizzazioni del regime, collaborazionisti dei tedeschi, rappresentanti dello stato italiano, membri delle forze di polizia, elementi che negli anni precedenti in qualche modo si erano distinti per il loro antislavismo, aderenti ad associazioni patriottiche italiane, persone note per i loro sentimenti italiani, ma anche sloveni anticomunisti, soggetti che a diverso titolo avrebbero potuto guidare il dissenso nei confronti delle nuove autorità. All’arresto segue di rado l’accertamento di responsabilità individuali. Gli arrestati vengono uccisi subito o, nella maggior parte dei casi, inviati nei campi di prigionia, dove condizioni di vita precarie, maltrattamenti e mancanza di alimentazione mietono un alto numero di vittime. Il più noto è il campo di Borovnica, presso Lubiana. I rilasci cominciano alla fine dell’estate, ma di alcune migliaia di persone si smarrirà ogni traccia. Uno degli episodi più controversi di quell’ondata di violenza è quello comunemente chiamato foibe, che avviene nel villaggio di Basovizza, sul Carso triestino […]
[NOTA]
62 Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trieste.
Mattia Radina, Trieste e la Venezia Giulia nel Secondo dopoguerra. Testimonianze di un confine in movimento, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno accademico 2011/2012

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