Le azioni partigiane andavano fatte in pianura

Il morale dopo il rastrellamento delle truppe tedesche di maggio non è dei migliori sia tra la popolazione valligiana che tra i partigiani. Alcuni di questi ultimi decidono di unirsi ai volontari civili per dissotterrare i cadaveri della fossa comune di Forno, i caduti di Pontetto e Balangero e di tutte le altre aree interessate dal rastrellamento, per riconoscere, dare un nome e degna sepoltura ai caduti <56.
Proprio l’atto di restituire la dignità umana ai caduti, attraverso le operazioni di sepoltura, permette piano piano di ricucire il profondo legame che prima dell’incursione nazifascista ha unito la popolazione valligiana e i partigiani. <57
A favorire il superamento della crisi arrivano anche le notizie della guerra sul fronte alleato. La sera del 4 giugno gli Sherman americani sono entrati a Roma, liberandola dall’occupazione nazifascista. All’alba del 6 giugno, invece, scatta l’operazione Overlord: con un’impressionante serie di bombardamenti e di paracadutisti gli angloamericani sbarcano in Normandia. <58
Queste notizie sono un balsamo anche per la popolazione civile: essa si rende infatti ampiamente conto che la sofferenza che prova in questi anni non è isolata, ma è inquadrata in una sofferenza diffusa. A ciò si associa la palpabile sensazione che il periodo più grigio stia per finire. <59
“Un soffio di entusiasmo e di speranza percorse le città e le campagne e sospinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevan potuto muoversi. Si iniziò un nuovo, grandissimo afflusso, e i vecchi partigiani videro considerevolmente ingrossarsi le loro file, moltiplicarsi le formazioni”. <60
Contemporaneamente i partigiani si riuniscono alle proprie bande, provvedendo anche alla fucilazione di tutte le spie nazifasciste individuate. “3 giugno, sabato: termino il Salvatorelli, vedo Mario a Giaveno la sera, Sergio fucila una spia a Forno, tornano ad affluire i partigiani in queste zone”. <61
L’esperienza del rastrellamento ha peraltro dimostrato anche alcune pecche peculiari delle bande in val Sangone, prima fra tutte la mancanza di un comando unitario. Questa assenza rende i gruppi partigiani locali vulnerabili e incapaci di ripiegare efficacemente durante gli attacchi nemici. Compreso questo problema, i leader delle diverse bande valligiane si danno appuntamento il 12 giugno alle porte di Coazze e scelgono di darsi un comando unificato, individuando quale comandante unico Giulio Nicoletta.
L’occasione viene sfruttata anche per confrontarsi sulla strategia di lotta da seguire, visto che l’esperienza ha dimostrato che il piglio troppo autonomo delle bande non ha prodotto significative vittorie sul campo di battaglia. Dopo lunghe discussioni, vince una linea di approccio alla lotta più prudente: i partigiani scelgono di non attaccare più i tedeschi o i repubblicani in valle, tranne che per esigenze difensive. “A monte di Bruino e Avigliana non si doveva sparare, salvo casi estremi. Le azioni andavano fatte in pianura, dove c’erano le caserme e i nazifascisti non potevano rifarsi sui civili. Se continuavamo a colpire in vallata rischiavamo di alienarci l’appoggio della popolazione. Tra di noi c’era chi non era d’accordo perché pensava che fosse una sorta di rinuncia al combattimento: invece si trattava solo di spostare il raggio d’azione. Di fatto, anche senza vistose occupazioni con posti di blocco, eravamo una specie di territorio libero, con i civili ampiamente coinvolti nella nostra esperienza: ma non avevamo la forza per proteggere la zona dai rastrellamenti. Attirare i nemici con le imboscate e poi lasciare la popolazione indifesa equivaleva ad un tradimento. Il pericolo di nuove puntate tedesche c’era già di per sé, non era il caso di stimolarlo ancora con azioni impulsive”. <62
Per effettuare i colpi in pianura i partigiani decidono di creare squadre “volanti”, formate da uomini determinati ed esperti, condotte dagli stessi comandanti: solo fuori dalla valle è loro concesso di scegliere autonomamente l’obbiettivo da colpire. Tutta l’organizzazione partigiana della val Sangone esce più matura e trasformata dalla riunione del 12 giugno. Le bande confluiscono nella Brigata autonoma Val Sangone sotto il comando unico di Giulio Nicoletta. Le formazioni che ne fanno parte sono cinque: la banda “Sergio”, comandata da Sergio De Vitis al Forno; la “Frico”, condotta da Sergio Tallarico, che si stabilisce nella zona del Monterossino-Fusero; la banda “Carlo Carli”, comandata da Eugenio Fassino, che agisce lungo la dorsale che separa la val Sangone dalla valle di Susa; la banda “Campana”, comandata da Felice Cordero di Pamparato, attiva tra Mollar de Franchi e Provonda; la “Nino Carlo”, guidata da Nino Criscuolo e Carlo Asteggiano, che agisce a Prafieul.
La riorganizzazione delle bande, unitamente all’inattività tedesca da giugno a novembre, dà modo ai singoli partigiani di trascorrere in maniera diversa la quotidianità e capire per la prima volta cosa significa vivere in libertà. Questa possibilità permette alle bande di crescere numericamente, sia grazie ai giovani italiani che ai combattenti stranieri: nell’estate 1944 si contano fra le fila valligiane 46 russi e 37 cecoslovacchi, a cui si somma qualche ex prigioniero francese, inglese e americano. <63 Inoltre il rapporto tra popolazione e partigianato si salda ancora di più, tanto che alle bande vengono affidati vari aspetti della vita pubblica. “Il Comitato di Liberazione si è fatto più vivo e coraggioso, tanto i tedeschi se ne sono andati e non torneranno più. Vari dei componenti il Comitato incominciano a far sentire la loro voce e la loro futura autorità”. <64
L’attività di governo in vallata però non è solo figlia di una maturità politica delle bande. Essa risponde anche alle necessità della popolazione. Tutte le decisioni da assumere sono discusse in consigli divisionali o dai comandi di brigata, come conferma anche il comandante Giulio Nicoletta. “Attività legislativa non c’è stata, direi che non ne abbiamo nemmeno parlato. Però quando si presentava un problema collettivo cercavamo di risolverlo in qualche modo”. <65
In questa situazione assume grande rilievo l’operato del Cln di Giaveno, che risulta così composto: il notaio Guido Teppati per il Partito d’azione, l’avvocato Renato Ricciardi per il Partito liberale, Cesare Daghero per il Partito comunista, il geometra Achille Tessore per la Democrazia cristiana e da Giuseppe Camilla per il Partito socialista. <66 Uomini scelti anche perché godono della fiducia della popolazione (per la propria riconosciuta onestà). Il Cln assume diverse mansioni, come ad esempio quella di ripartire il grano, la carne e lo zucchero. Quando necessario, poi, il Cln si occupa di distribuire i medicinali, soprattutto al locale ospedale. Anche se queste attività non si configurano come una compiuta forma di governo, accreditano comunque il Cln quale unica autorità presente e, soprattutto, come la sola riconosciuta dalla popolazione. Questa fiducia garantisce ai partigiani l’autorevolezza necessaria per amministrare anche la giustizia. Le esigenze sono diverse: reprimere la delinquenza comune per assicurare l’ordine pubblico, epurare le bande dagli elementi considerati indegni, giudicare i prigionieri ed eliminare le spie. Per certi versi, alla vigilia dell’insurrezione che porterà poi alla Liberazione, i piccoli comuni della val Sangone e della pianura assumeranno l’aspetto di piccoli stati democratici: il Cln rappresenta il governo, i partigiani l’esercito. <67
[NOTE]
56 G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 209.
57 M. Sonzini, Abbracciati, cit., p. 98.
58 Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Il mondo contemporaneo dal 1848 ad oggi, Bari, Laterza, 2006, p. 437.
59 M. Sonzini, Abbracciati, cit., p. 99.
60 Dante Livio Bianco, Guerra Partigiana, Torino, Einaudi, 1955, p. 80.
61 Guido Quazza, «Un diario partigiano», in G. Quazza, La Resistenza italiana, Torino, Giappichelli, 1966, p. 184.
62 Testimonianza di Federico Tallarico, comandante partigiano in G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 214.
63 G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 276.
64 G. Zanolli, Diario, cit., p. 314.
65 Testimonianza di Giulio Nicoletta, comandante partigiano in G. Oliva, La Resistenza, cit., p. 281.
66 Testimonianza del notaio Guido Teppati, contenuta in M. Fornello, La Resistenza in val Sangone, tesi di laurea, anno accademico 1961-1962, relatore Guido Quazza, p. 83.
67 Ibidem, p. 84.
Francesco Rende, Mario Greco e la Resistenza in val Sangone, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2016-2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *