La maggior parte delle donne processate dalle Corti d’assise straordinarie vennero inquisite per aver rilasciato denunce alle autorità della Rsi o a quelle tedesche

Durante il regime fascista la delazione è un fenomeno diffuso: utilizzata fin dalle origini come strumento della lotta politica contro gli oppositori, il suo uso si rafforza negli anni Trenta come tratto significativo e permanente del rapporto distorto tra potere e cittadini, fino all’approvazione delle leggi razziali, che segnano un salto qualitativo per gli informatori dell’Ovra, i quali forniscono alle autorità notizie dettagliatissime sull’impatto delle norme discriminatorie, provocando l’arresto e, con l’entrata in guerra, la deportazione e lo sterminio di numerosi ebrei. Durante la guerra inoltre le spie segnalano soprattutto i disfattisti, ma è a partire dall’8 settembre e in seguito all’occupazione tedesca e all’istituzione della Rsi che la delazione si sviluppa oltremisura, divenendo un tratto distintivo della guerra civile. Il governo fascista repubblicano e gli occupanti tedeschi si avvalgono di notizie fornite dagli informatori per identificare i fascisti traditori e gli antifascisti, per catturare gli ebrei e i renitenti, per arrestare i partigiani e i loro fiancheggiatori <160.
La maggior parte delle donne processate dalle Corti d’assise straordinarie vennero inquisite per aver rilasciato denunce alle autorità della Rsi o a quelle tedesche. In generale, nei casi esaminati, il 45,26% delle donne furono accusate di aver denunciato partigiani, fiancheggiatori, ebrei ecc… Per quanto riguarda la Cas torinese per esempio 58 donne su 135 (il 43%) furono imputate per aver fatto delazione, e la percentuale aumenta se consideriamo anche le donne a carico delle quali fu istruito un processo che non passò però in giudicato (in questo caso infatti si tratta di 122 donne su 210, il 57,8% del totale) <161. Come e perché queste donne decisero di prestare la propria opera di spionaggio in favore di Rsi e occupanti tedeschi?
Per un’analisi dell’attività delatoria si devono distinguere innanzitutto, come suggerisce Mimmo Franzinelli, le spie di professione e le informatrici occasionali <162. La delazione divenne istituzionalizzata quando donne e uomini vennero reclutati dagli organismi di Salò o da quelli nazisti addetti allo spionaggio, in cambio di un regolare stipendio. Più spesso però la delazione fu occasionale, talvolta riconducibile a un solo episodio, legata generalmente a motivi privati che si intrecciavano con quelli pubblici.
Per quanto riguarda le spie di professione si devono distinguere inoltre quelle arruolate negli organi di Salò e quelle invece assoldate direttamente dai tedeschi. La Rsi si era dotata, in continuità con gli organismi spionistici del regime, di servizi informativi, come gli Uffici politici investigativi (Upi): già funzionanti in seno alla Mvsn in ogni federazione provinciale del regime, vennero mantenuti in vita all’interno della Gnr durante i venti mesi della Rsi. Essi erano adibiti alla raccolta di informazioni su nemici politici del fascismo repubblicano, sui gruppi antifascisti e sulle bande partigiane. La Gnr e l’Upi avevano l’obbligo di riferire le informazioni che ricavavano a prefetti e questori, dai quali dovevano ricevere l’autorizzazione per le operazioni di polizia. Nella realtà dei fatti però, operavano generalmente in autonomia, “al di fuori di ogni e qualunque contatto con gli organi politici” procedendo invece arbitrariamente a perquisizioni, arresti, interrogatori, durante i quali spesso eccedevano nella violenza, macchiandosi di veri e propri crimini. Il Ministro degli Interni il 28 febbraio 1945 richiamava infatti all’ordine e ricordava che “la Gnr con l’annesso servizio dell’Upi, per quanto attiene ad operazioni di polizia, dipende[va] gerarchicamente dal Questore e dal Capo della Provincia. Nessun reparto armato [poteva] compiere operazioni di polizia quando non [fosse] autorizzato, e per ragioni di carattere eccezionale, dagli organi competenti del Governo” <163. Nonostante queste raccomandazioni le autorità centrali di Salò non riuscirono a controllare l’attività degli Uffici politici che operavano sul territorio anche grazie al servizio reso da molte donne.
Anna M. per esempio, professoressa di musica, fu un’attiva informatrice dell’Upi di Cuneo. Dopo essersi spostata da Novara per seguire il compagno, dipendente della prefettura, si era impiegata presso la federazione fascista come direttrice della mensa, probabilmente una copertura per la sua reale occupazione da informatrice. Dalle testimonianze rese al suo processo pare che con la scusa di trovare una migliore sistemazione, la donna si fosse rivolta a Lidia B., moglie del capo partigiano Ettore R., titolare di un’agenzia immobiliare. Anna prendeva confidenza con la famiglia del partigiano, frequentandone gli uffici e la casa, e diveniva la maestra di musica alla figlia. Il suo reale obbiettivo era però quello di segnalarne attività e informazioni, che riportava regolarmente all’Ufficio informazioni. Faceva quindi arrestare il padre di Lidia B., e la cameriera in servizio presso la casa, rilasciandoli successivamente. Architettava inoltre il tentato rapimento della figlia del comandante partigiano allo scopo di convincere il padre a consegnarsi. Non c’è dubbio che una forte fede nella causa fascista spinse Anna M. alla scelta e all’attività delatoria, tuttavia anche gli alti compensi in denaro che riceveva in seguito alle sue segnalazioni dovettero giocare un ruolo importante, come ricorda la sentenza della Sezione speciale di Torino <164.
Anche in seno agli altri organi di Salò, federazioni del Pfr, Brigate nere, polizie autonome, si costituirono gli Uffici politici, di solito indipendenti, anche se talvolta in relazione, con quelli della Gnr. Presso la divisione S. Marco di stanza a Savona per esempio Mario M., militare deportato in Germania dopo l’8 settembre che aveva optato per la Rsi, dopo un periodo di addestramento in Germania, era stato incaricato di organizzare l’ufficio informazioni del reparto. Compito dell’ufficio, come viene ricordato nella sentenza della Cas di Savona, era quello di raccogliere le notizie più varie, da quelle strettamente militari, che riguardavano specialmente la consistenza, la dislocazione, l’efficienza e l’armamento delle forze partigiane e quelle politiche relative al movimento antifascista e antitedesco ed alla sua organizzazione nei comitati di liberazione nazionale e quelle infine interne di controllo delle varie organizzazioni militari nell’accertamento delle numerose malefatte che erano, dai componenti delle stesse, commesse <165.
Mario M. era riuscito a mettere in piedi un notevole ed efficace servizio spionistico, grazie anche alle ingenti risorse a sua disposizione. Molte furono le persone che si offrirono come spie, attratte soprattutto dal miraggio di facili guadagni, sintomo, come sostenne la Corte, del “grado di abiezione morale e politica in cui era caduta una parte, fortunatamente non notevole, di Italiani” <166. All’interno della rete spionistica furono arruolate anche quattro donne. Olimpia B. e Antonietta Olga C. furono incaricate di raccogliere notizie di carattere militare, ricevendo per la loro prestazione uno stipendio di 4000 lire mensili. Cooperarono all’arresto di alcuni partigiani e informavano i loro superiori ogni volta che venivano a conoscenza di un antifascista che voleva darsi alla macchia. Anche Maria G. e Rosa A. operarono con efficienza, fornendo informazioni sul movimento partigiano facente capo a Pietro D. e sulla resistenza nella zona di Bartineto, rilasciando puntuali relazioni scritte <167.
Olimpia B. e le altre delatrici della S. Marco savonese si adoperarono nella rete spionistica, con ogni probabilità, soprattutto per denaro e perché attratte dalle prospettive di alti guadagni. Altre volte invece fu specialmente la motivazione ideologica a spingere le donne a compiere denunce e altri atti criminosi, talvolta in continuità con l’attività svolta durante il regime. È il caso per esempio di Elena C., denunciata come agente dell’Ovra, come spia fascista in Spagna durante la guerra civile, collaboratrice dei nazisti in Germania, e a Roma collaborazionista e delatrice <168.
Inoltre alcune delle fasciste convinte che si erano arruolate come ausiliarie spesso non si limitavano a svolgere le mansioni previste dal regolamento, ed estendevano il loro raggio d’azione anche alla sfera dello spionaggio. Luciana B., per esempio, nata a Camaiore nel 1925, si era arruolata nel 1944 come ausiliaria della repubblica sociale, fu attiva collaborazionista sia dei fascisti repubblicani, sia delle forze di occupazione tedesche, per i quali denunciava uomini e donne perché sospetti partigiani, perché militari sbandati o per attività antifascista. Inoltre aveva avuto una relazione amorosa con un soldato tedesco, con il quale era andata a convivere e che, al momento della ritirata da Lucca, aveva seguito al nord fino a Parma, dove aveva continuato la sua attività politica e militare. Nel dopoguerra, vennero istruiti due processi a carico di Luciana, uno a Parma e l’altro a Lucca, province in cui la donna aveva svolto la propria attività. A Parma venne reclusa presso il carcere di S. Francesco, ma nel giugno 1946 venne fatta obbligatoriamente rientrare a Camaiore, dove però non si presentò per timore di subire ritorsioni da parte della popolazione. Nel processo di Lucca la donna era invece accusata di aver denunciato due partigiani nel luglio 1944, Danilo D. e il viareggino Carlo D., entrambi catturati e il secondo poi fucilato dai tedeschi, e di aver compiuto la delazione contro gli animatori di Radio Rosa, tra cui la viareggina Vera Vassale. Radio Rosa era una radio clandestina, collegata con gli alleati, ai quali i partigiani inviavano messaggi per segnalare i movimenti delle truppe nemiche e gli obbiettivi militari, e per concordare lanci di armi, di munizioni e vettovagliamenti alle formazioni che operavano tra la Lunigiana, la Versilia, la Garfagnana e altre province della Toscana. La delazione di Luciana B. portò al disfacimento della radio e alla cattura di Emilia B., poi trasportata a Firenze, dove fu processata da un Tribunale militare e condannata alla deportazione, anche se riuscì poi a fuggire durante una sosta del convoglio a Bologna <169.
Il profilo di Luciana B. può essere certamente assimilato alla categoria delle fasciste ideologicamente convinte, che aderiscono e svolgono la propria attività in continuità con la propria convinzione politica, come mostrano alcune carte allegate agli atti processuali. Il 26 luglio 1946 per esempio una guardia inviava un rapporto al direttore del carcere, in cui si segnalava che Luciana aveva realizzato nella sua cella alcune scritte murarie e che si era impressa sul braccio un tatuaggio, entrambi inneggianti al fascismo e a Mussolini <170.
Inoltre tra le carte personali sono stati reperiti anche alcuni canti che la stessa compose in un campo per collaborazionisti a Parma e in carcere dopo la fine della guerra <171. È il caso per esempio di All’armi a San Francesco, compilata il 30 agosto 1945, sull’aria di “All’armi! All’armi!” La guerra è perduta e Luciana è in carcere, ma in lei è ancora saldo l’ideale fascista e crede ancora fermamente che il fascismo possa continuare la sua lotta contro i nemici. Così infatti intona la prima parte dello stornello:
“All’armi a San Francesco.
Ha parlato Romualdi
Ci ha detto state calmi
Che presto noi verremo a liberarvi
Dalle schiave galere comuniste
E sfileremo insieme tutti quanti
Ancora per le strade cittadine
Sempre inneggiando a Mussolini
Che tutti uniti lo difenderemo
Contro i ribelli e i traditori
Che ad uno ad uno li ammazzerem” <172.
In questo canto, e anche in altri allegati agli atti, si ritrova tutta la retorica del regime, che il fascismo repubblicano riprende e che ricorre anche nei canti delle Brigate nere, con riferimenti ai temi quali il culto della morte, il mito per il Duce, con l’adesione a valori combattentistici come l’amor di patria, la fedeltà e la difesa dell’onore per cui si è pronti a versare il proprio sangue, in una guerra contro i “traditori” comunisti <173. Da questo stornello quindi si osserva come l’imputata abbia assimilato pienamente la retorica combattentistica della Rsi e, nonostante la guerra sia ormai perduta, sia ancora presente una dinamica di guerra civile. Continua infatti lo stornello:
“All’armi! All’armi!
All’armi siam fascisti
A morte i comunisti
Il Duce noi vogliam rivedere
Se anche fosse morto vendicare
Col nostro sangue freddo ardito e fiero
E tutti i comunisti al cimitero
Sempre inneggiando la patria nostra
Che tutti uniti difenderemo.
Contro i vigliacchi e gli avversari
Che ad una ad una gli accoperem” <174.
Come si evince da questi versi, l’esperienza e l’immaginario a cui Luciana B. si riferisce si inseriscono pienamente anche nella dimensione della guerra civile: i nemici da combattere sono individuati nei “traditori comunisti” e nei “vigliacchi”, presentati in contrasto con i fascisti “arditi e fieri”, che invece si sacrificano in difesa della propria patria. Luciana infatti è accusata per aver denunciato partigiani e loro fiancheggiatori e per averli fatti arrestare o fucilare, adoperandosi in un’azione di rastrellamento, quella nella frazione di Frati nel comune di Camaiore contro Radio Rosa, importante attività per la vita del partigianato della zona della Versilia.
D’altra parte l’inserimento della sua esperienza all’interno delle vicende della guerra civile è evidente anche in un episodio ricordato nella dichiarazione di una compaesana dell’imputata. Secondo la testimone infatti alcuni partigiani avevano catturato due collaborazioniste, una delle quali era stata successivamente uccisa. In seguito a questa vicenda, secondo la testimonianza della camaiorese, Luciana aveva fatto arrestare e fucilare dai tedeschi gli stessi partigiani responsabili dell’uccisione della compagna <175. Per molte delle donne processate, infatti, come vedremo più sotto, oltre alla convinzione ideologica o alla ribellione alla famiglia – spesso assunta come motivazione dell’adesione, soprattutto per le ausiliarie <176 – nella decisione di arruolarsi o di partecipare attivamente alle vicende della guerra, si aggiungeva e giocava talvolta un ruolo anche la reazione alla violenza partigiana subita da familiari o in prima persona, come mostra anche la vicenda di una donna di Chiavari.
Tecla R., come la giovane Luciana B., era una fervente fascista, lavorava come segretaria di Vito Spiotta, comandante del battaglione di Chiavari della brigata nera “Silvio Parodi” di Genova, con cui collaborava facendo delazioni e partecipando a diverse azioni a fianco dei militi <177. Nel luglio 1944 si era trasferita a Chiavari da Bedonia, dove i partigiani della zona le avevano tagliato i capelli per la sua accesa fede fascista, e si era installata, su interessamento del suo amante Riccardo Z., milite della locale brigata nera, presso l’albergo Giardini. Aveva preso subito a spadroneggiare, tenendo sotto controllo le persone che frequentavano l’albergo, segnalando i sospetti e anche i coniugi proprietari, che furono l’uno costretto ad allontanarsi per le sue posizioni antifasciste, e l’altra arrestata perché sospettata di collaborazione col marito <178. Tecla inoltre si vantava della propria fede fascista e di avere uno “speciale intuito poliziesco”, avendo contribuito all’arresto di diverse persone <179. Tra le altre azioni per le quali veniva denunciata, si deve ricordare inoltre quella dell’autunno 1944 in cui un manipolo di brigatisti, guidati dalla donna stessa, interrompeva una rappresentazione cinematografica per ricercare un indiziato. Gli spettatori erano stati costretti ad uscire e Tecla stava sulla porta, intenta a individuare le persone sospettate, che segnalava ai commilitoni con cenni con la testa, provocandone così l’arresto <180. La donna inoltre assisteva spesso agli interrogatori negli uffici della Bn, durante i quali venivano usate sevizie, e incoraggiava a percuotere, a fucilare e impiccare i malcapitati <181.
Altre donne invece vennero assoldate direttamente dai tedeschi che, come ricorda Franzinelli, “ancor più delle forze armate fasciste, abbisognava[no] di elementi locali grazie ai quali avvicinare realtà per tanti versi estranee, ricavandone concrete direttrici d’azione” <182. A questo scopo le forze d’occupazione si dotarono di organismi specializzati: gli SD (Sicherheitsdienst), i Servizi di sicurezza, i GFP (Geheime Feldpolizei), la Polizia segreta militare, e l’Abwehr, organismo di controspionaggio militare. Le carte segnalano alcune donne reclutate nei servizi di spionaggio (SD) e controspionaggio (Abwehr) tedeschi. Lo spionaggio militare in particolare prevedeva, dopo una breve e intensiva formazione, il passaggio oltre le linee del fronte per raccogliere informazioni sui nemici. Questa attività fu ambita da diverse donne poiché permetteva una più ampia libertà di movimento e di azione. Inoltre permetteva anche di realizzare il sogno di andare in prima linea e di dare libero sfogo allo spirito di avventura, che invece la Rsi limitava inquadrando, almeno ufficialmente, l’impegno femminile nel ruolo più canonico e tradizionale dell’ausiliaria <183.
Anna Maria C. per esempio, classe 1928, dopo essersi arruolata come ausiliaria della Gnr di Brescia, su invito di due amici, accettava con entusiasmo di lavorare per i servizi segreti tedeschi anche perché non si sentiva appagata dal suo impegno nel Saf, che riteneva “unexciting and inglorious”, come confessò agli alleati che la arrestarono <184.
Le motivazioni che portavano a scegliere il reclutamento presso le forze tedesche sono inoltre certamente da ricercare nei maggiori vantaggi economici – i premi per le denunce e le catture di renitenti, partigiani e ebrei erano infatti molto più alti – e nella maggiore protezione che i tedeschi garantivano, rispetto alla Rsi.
Il movente economico si univa spesso anche a quello ideologico, comune ai camerati maschi, di volersi riscattare dall’immagine negativa che i tedeschi avevano dell’Italia, considerata inaffidabile e inferiore. L’8 settembre aveva infatti acuito il disprezzo tedesco verso gli italiani: un intero popolo veniva disegnato come traditore, infedele, perfido e vigliacco, paragonabile all’immagine dell’ebreo. Come ha sottolineato Schreiber, si era passati dall’immagine dell’alleato incerto, a quella del traditore badogliano e infine a quella dell’amico sottomesso <185. In questo contesto la lotta contro i partigiani permetteva ai fascisti di mostrare all’alleato che il valore guerriero degli italiani non era inferiore a quello del soldato tedesco, riconquistandone così la fiducia. I fascisti repubblicani vivevano infatti un forte senso di frustrazione per quello che ritenevano un “tradimento” messo in atto dal popolo e dal governo italiani, e sentirono dunque l’esigenza di riscattarsi di fronte agli alleati. Il bisogno di redimersi, di guadagnare il perdono e l’ammirazione, la volontà di riconquistarsi una fiducia ormai molto compromessa e lo status di alleato, provocarono dunque comportamenti di servilismo e di emulazione nei confronti dei tedeschi, che rappresentavano un modello da imitare, e a cui le donne parteciparono non meno dei camerati uomini <186.
[NOTE]
160 Sul tema della delazione e sugli organi spionistici del regime fascista cfr., E. Sarzi Amadè, Delazione e rappresaglia come strumenti della “guerra incivile”, in M. Legnani – F. Vendramini, Guerra, guerra di liberazione, guerra civile cit., pp. 323-354; M. Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; Id., Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Milano, Feltrinelli, 2012 [1 ed., Mondadori, 2001]; M. Canali, Le spie del regime, Bologna, Il Mulino, 2004.
161 Per i dati specifici si rimanda al paragrafo Analisi statistica nella seconda parte della tesi e ai grafici nell’Appendice statistica.
162 M. Franzinelli, Delatori, cit., p. 11.
163 Disposizione del ministro degli interni del 28 febbraio 1945 ai capi delle province, al comandante delle Brigate nere, della Gnr, dell’Esercito e della Marina, cit. in L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., p. 570, n. 241.
164 Sentenza del 30 giugno 1947, in Asto, Cas Torino, 1947, busta 274, fasc. 62 Anna M. Si deve tuttavia ricordare che lo scopo di lucro rappresentava una delle cause ostative all’applicazione dell’amnistia. L’insistenza quindi della corte su tale motivazione poteva anche rappresentare l’unico mezzo per riuscire a incriminare le imputate. Anna M. era stata condannata dalla Cas di Cuneo a 30 anni di reclusione con sentenza del 29 novembre 1945. In seguito a presentazione del ricorso, la Corte suprema di Cassazione con sentenza del 24 febbraio 1947 annullava la sentenza rinviando a giudizio presso la Sezione speciale della Corte d’assise di Torino, che il 30 giugno 1947 confermava la sentenza, condonando però un terzo della pena. La donna presentava poi un secondo ricorso in Cassazione che veniva rigettato con sentenza del 20 maggio 1948. Veniva però applicato un ulteriore condono, dichiarando 10 anni ancora da scontare. Anna M. infine si rivolse al Ministro di Grazia e giustizia per ottenere la grazia, che però le fu negata. L’imputata finì dunque di scontare la sua pena e venne scarcerata il 4 luglio 1954. Cfr. anche Acs, Ministero di grazia e giustizia, Direzione generale affari penali. Grazie e casellario. Ufficio grazie, b. 18, fasc. 1057 Anna M. Il caso è citato anche in L. Allegra, Gli aguzzini di Mimo, cit., pp. 135-136; R. Cairoli, Dalla parte del nemico, cit., pp. 108-116.
165 Sentenza Cas Savona del 9 giugno 1945 contro Mario M. e altri, in Acs, Ministero di Grazia e giustizia. Detenuti politici. Fascicoli istituiti presso le singole carceri, b. 59, fasc. 1177 Olimpia B.
166 Ibidem.
167 La Cas di Savona con sentenza del 9 giugno 1945 condannava Olimpia B. e Olga C. a 30 anni di reclusione, Maria G. e Rosa A. alla pena di morte. Il 20 luglio 1945 la Corte di Cassazione, sezione speciale di Milano, rigettava il ricorso. Anche le loro richieste di grazia non furono accettate dal guardasigilli. Tuttavia tutte le imputate verranno poi scarcerate in seguito alla declaratoria di amnistia nel 1946. Cfr. Acs, Ministero di grazia e giustizia. Pratiche di grazia relative a collaborazionisti, b. 8, f. 94.
168 Comunicato della Questura Roma alle prefetture di Spoleto e Firenze del 10 aprile 1946, in Acs, Divisione Servizi informativi speciali (d’ora in poi Divisione sis), sezione II, fascicoli personali HP, b. 144, fasc. Elena C.
169 Con sentenza del 12 agosto 1947 la Cas lucchese condanna Luciana B. a 25 anni di reclusione, ma in seguito a ricorso in Cassazione il fascicolo viene rinviato a giudizio presso la Corte d’assise d’appello fiorentina, dove il 22 ottobre 1948 il reato viene giudicato estinto per amnistia. Cfr. Archivio di stato di Firenze (d’ora in poi Asfi), Corte d’assise di Firenze, fascicoli, fasc. 58/48 Luciana B. Si veda anche Acs, Divisione Sis, Sezione II, Fascicoli personali HP, b. 142, fasc. Luciana B.
170 Copia di rapporto in data 26 luglio 1946 riguardante la detenuta Luciana B., in Ivi, f.16.
171 Sui campi alleati per le donne fasciste repubblicane, cfr. Scandicci 1945. PWE 334. Un campo di concentramento femminile. Tre diari di ausiliarie, s.l., Nuovo fronte, 1997; si veda anche la documentazione in Acs, Ministero dell’Interno, Direzione generale PS, Divisione affari riservati, Massime M4 Campi di concentramento, 1944-1967, in particolare la busta 5, Firenze. Campo di concentramento per donne. Casellina 1945-1946; Ivi, busta 6, Scandicci (Firenze) – Campo di concentramento; Acs, Ministero Interni, Gabinetto, Archivio generale, fascicoli correnti 1944-1946, busta 166, fasc. 15646, Firenze. Campo di concentramento per donne fasciste.
172 Asfi, Corte d’assise di Firenze, fascicoli, fasc. 58/48 Luciana B., incartamento corrispondenza, il canto è datato 30 agosto 1945.
173 Basta citare per esempio i versi di una delle più famose canzoni delle Brigate nere: Le donne non ci vogliono più bene/perché portiamo la camicia nera/hanno detto che siamo da galera/hanno detto che siamo da catene …/L’amore coi fascisti non conviene/meglio un vigliacco che non ha bandiera/uno che serberà la pelle intera/uno che non ha sangue nelle vene./Ce ne freghiamo!La signora Morte/fa la civetta in mezzo alla battaglia/si fa baciare solo dai soldati./Forza ragazzi, facciamole la corte/diamole un bacio sotto la mitraglia/lasciamo le altre donne agli imboscati!/A noi!, cit. in R. Lazzero, Le Brigate nere, Milano, Rizzoli, 1983, p. 42. Sull’universo culturale dei fascisti repubblicani, cfr. il capitolo Il modello del brigatista nero, in D. Gagliani, Brigate nere, cit.
174 Ibidem.
175 Deposizione Sabrina P., s.d., in Ivi, f. 84
176 Depone per esempio Lina Maria A. in sede dibattimentale presso la Cas torinese: “Sono andata ad ausiliaria in ottobre 1944 per guadagnare e per bisticcio in famiglia”, cfr. Asto, Cas Torino, 1946, b. 255, fasc. 110 Maria Lina A. Scrive anche Margherita E. alla madre, riferendosi al conflitto col padre in seguito alla sua scelta di seguire la Brigata nera di Lucca al nord: “Gli ho scritto diverse volte, un’ultima volta per Pasqua, ma non si è degnato di rispondermi, quindi stia tranquillo che da me non riceverà più nessun scritto. Non sono abituata a pregare la gente e tantomeno quando secondo la mia mentalità non ho nessun torto, se non quello di amare profondamente la mia patria e di sentirmi orgogliosa della mia Camicia nera”. Cfr. Asto, Cas Torino, b. 238, fasc. 137 Margherita E., f. 4.
177 Asge, Cas Chiavari, b. 23, fasc. Tecla R. Su Vito Spiotta e la Brigata nera genovese, cfr. Asge, vol. sentenze 1945, Sentenza della sezione di Chiavari della Cas di Genova contro Vito Spiotta, Podestà Aldo e altri del 18 agosto 1945, che lo condannava alla pena di morte, eseguita l’11 gennaio 1946, S. Antonini, La «banda Spiotta» e la brigata nera genovese «Silvio Parodi», Genova, De Ferrari, 2007; mi permetto di rimandare anche alla mia tesi di laurea, F. Gori, La brigata nera genovese “Silvio Parodi”. Storia, attività, punizione giudiziaria, Università di Pisa, tesi di laurea specialistica in “Storia e civiltà”, relatore Prof. Paolo Pezzino, a.a. 2007-2008.
178 Testimonianza di Pilade Q., s.d., in Asge, Cas Chiavari, b. 23, fasc. Tecla R., f. 4 e 4 bis.
179 Ibidem.
180 Interrogatorio Gino B. del 5 luglio 1945, in Ivi, f. 9.
181 Denuncia di Orazio U. e Mario V. del 31 maggio 1945, in Ivi, f. 7. La Cas di Chiavari il 31 luglio 1945 condannava l’imputata a 30 anni di reclusione. La Corte di Cassazione il 6 maggio 1946 annullava però la sentenza e rinviava a giudizio presso la Cas di Genova. Nel fascicolo manca però la sentenza della corte ligure.
182 M. Franzinelli, Delatori, cit., p. 253.
183 La memorialistica neofascista per esempio ha richiamato l’attenzione sulle esperienze del gruppo delle Volpi argentate a cui partecipò anche Carla Costa. Cfr. C. Costa, Servizio segreto. Le mie avventure in difesa della Patria oltre le linee nemiche, Roma, Ardita, 1951; su C. Costa si veda anche M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit.
184 R. Cairoli, Dalla parte del nemico, cit., p. 180.
185 G. Schreiber, Dall’“alleato incerto” al “traditore badogliano”, all’ “amico sottomesso”: aspetti dell’immagine tedesca dell’Italia 1939-1945, «Storia e memoria», n. 1, 1996, pp. 45-53. Una ricerca sulla visione che i soldati tedeschi avevano degli italiani durante i mesi dell’occupazione del nostro territorio è stata sviluppata dalla Commissione storica italo-tedesca che, attraverso l’approccio della storia delle esperienze, ha individuato diversi spazi di esperienza situazionale in cui i tedeschi ebbero percezioni diverse degli italiani. Per un approfondimento si rimanda al rapporto conclusivo della Commissione, pubblicato e in http://villavigoni.eu/index.php?id=76&L=1, consultato il 23/2/2013.
186 Anche tra i partigiani era diffusa l’ammirazione per il combattente tedesco e per la razionalità della sua guerra, ma per i fascisti e i combattenti di Salò giocavano, da un lato l’alleanza bellica e la comunanza o vicinanza ideologica, dall’altro un senso di frustrazione e di colpa per il presunto tradimento degli italiani, per il loro estraniamento da quella guerra, e per gli sviluppi della Resistenza. Cfr. D. Gagliani, Violenze di guerra e violenze politiche. Forme e culture della violenza nella Repubblica sociale italiana, in L. Baldissara – P. Pezzino (a cura di), Crimini e memorie di guerra cit., p. 296.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012/2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *