Il clima che si respirava in India dall’inizio del 1943 era un clima di sostanziale depressione per le sorti belliche italiane

 

I primi esperimenti d’impiego lavorativo dei prigionieri, perlomeno all’esterno delle regole stringenti imposte dalla Convenzione di Ginevra, che vietava l’impiego dei prigionieri in attività lavorative direttamente connesse allo sforzo bellico della potenza detentrice, risalivano, in realtà, al luglio 1942, con la presenza di un centinaio di prigionieri antifascisti <123 al lavoro in un’officina di riparazione di veicoli militari a Delhi, denominato Camp 401, Delhi Cantonment, diventati 170 ad agosto. A essi, a questa data, si affiancavano una trentina di uomini tra sottufficiali, graduati di truppa e i soldati impiegati nei servizi quali cuochi e barbieri <124. Anche nell’officina si erano tuttavia verificati degli scontri: il 26 marzo 1943, 61 prigionieri, giunti il 24, avevano protestato dichiarando di voler ritornare al loro campo. In realtà, secondo i britannici, i più erano stati aizzati da pochi fascisti, che avevano fatto temer loro rappresaglie per le loro famiglie in Italia <125. Dovrebbe essere questa l’officina a cui molteplici documenti fanno riferimento come battaglione di lavoro dell’Italia Redenta, composto di 250 uomini, all’opera in un’officina di Delhi nel maggio 1943 <126.
Nello stesso maggio furono celebrate le cerimonie che assicuravano legittimità legale all’Italia Redenta, riconosciuta in via ufficiale dalle autorità inglesi. Lo stendardo del movimento, con il tricolore e le iniziali di corpo, ricevette la sua consacrazione il 24, data che si prestava a commemorare due occasioni: l’entrata in guerra dell’Italia e il giorno consueto di celebrazione dell’“Empire day”, alla presenza di 24 ufficiali e 332 uomini di truppa italiani <127.
Il Lieutenant Colonel C. F. Newman, comandante di campo, arrivò alle 8.30 e prese posto di fronte alla porta principale, mentre gli uomini in parata erano in posizione di attenti. “L’Aiutante si avanzò [sic] portando la Bandiera che consegnò al Comandante, il quale a sua volta la consegnò all’ufficiale Italiano più elevato in grado, dopo di che la bandiera fu benedetta dal Cappellano Italiano” <128.
[…] Mentre sembrava nascere la predisposizione per il successo tanto atteso della propaganda britannica, il 20 maggio vi era la richiesta da parte australiana <134, accolta a Londra da parte del War Office (responsabile per il trasferimento dei prigionieri dalle diverse aree dell’Impero Britannico), di importare 10.000 prigionieri antifascisti dall’India per impiegarli nel settore agricolo nelle fattorie australiane. Se il progetto si fosse realizzato sarebbe sfumata la creazione dei Labour Battalions di Italia Redenta. Il dibattito tra le varie sfere amministrative britanniche rende conto della confusione e dei diversi interessi dei vari apparati <135. Gli australiani, in seguito alle risposte stupite di Johnston e alle reazioni del PWE, ribadirono che erano interessati a prigionieri che non erano fascisti e non avrebbero creato problemi a lavorare nei campi, e non erano per nulla interessati a portare nel Paese oceanico i prigionieri già inseriti nell’unità antifascista. A causa della richiesta australiana e della conseguente approvazione del War Office, senza che vi fosse stata alcuna consultazione con altre strutture, Brooks decise di richiamare la missione di Johnston il 29 giugno <136. La missione aveva arruolato a quella data sessanta ufficiali, inclusi due colonnelli, due tenenti colonnelli e alcuni maggiori e capitani <137, mentre il numero complessivo dei volontari, quando cessarono gli arruolamenti, probabilmente a fine novembre, fu di circa 900 <138.
3.1.6. Clima nei campi e riduzione di ruoli e funzioni della Missione
Il clima che si respirava in India dall’inizio del 1943 era un clima di sostanziale depressione per le sorti belliche italiane. Nel febbraio <139 veniva segnalato come i comunicati di guerra italiani e tedeschi che comparivano ne «Il Corriere del Campo» e nei quotidiani in lingua inglese, con l’ammissione delle sconfitte in corso, stessero battendo l’opposizione dei fascisti oltranzisti, i quali creavano pseudo bollettini adducendo successi dell’Asse e sconfitte Alleate. Ciò portava a un discredito dei fascisti e, di converso, un aumento di simpatia per la stessa causa Alleata. L’ascolto dei programmi radio del PWE stava diventando un’abitudine quotidiana per sempre più prigionieri mentre il settimanale manteneva ancora l’attitudine imparziale dei primi numeri. Ciò contribuiva ad accrescere la credibilità britannica.
Nel marzo si riferiva che il morale dei prigionieri era ancora declinante: l’Asse non poteva vincere. Un prigioniero confidava amaramente che leggere i quotidiani inglesi era tutt’altro che piacevole temendo che il futuro potesse essere simile alla storia napoleonica: dalle vittorie sfolgoranti dei primi anni, alla catastrofe militare degli ultimi anni di potere. Un anno fa, lo stesso aveva scritto di avere immensa fiducia che Dio non potesse permettere agli atei, ai protestanti e agli ebrei di decidere il futuro delle nazioni <140.
A fine aprile emergeva come, insieme alla disillusione per le sorti belliche, aumentava l’insofferenza verso i fascisti, sempre più invisi alla massa per il loro atteggiamento di cieca fiducia nei destini bellici dell’Asse. Gli stessi fascisti, anche nelle loro lettere a casa, mantenevano una linea di fedeltà incrollabile, che era funzionale, secondo le riflessioni britanniche, sia per sfuggire alla censura italiana che per rafforzare il proprio credo personale, ormai morente. Un tenente scriveva che quello che sentiva da Radio Delhi e leggeva nei giornali locali non era altro che propaganda, mentre il suo morale era sempre più alto <141.
Nel corso di luglio, con l’eccezione del personale d’ufficio e di pochi membri che sarebbero stati trasferiti ai quartier generali di Nuova Delhi, tutti i membri del PWE furono trasferiti altrove, dal Medio Oriente alla Gran Bretagna. In base ad accordi raggiunti dal PWE con altri apparati, il reclutamento di antifascisti sarebbe stato mantenuto; il PWE avrebbe continuato a finanziare i periodici in lingua italiana e le trasmissioni radio di Delhi a condizione che si continuassero a seguire le direttive del PWE. L’inglese si sarebbe continuato a insegnare nei campi, ma su scala molto più ridotta <142.
Alla caduta, nel luglio, di Mussolini, nei campi le reazioni furono differenziate: a Bhopal, il campo (tra quelli molto grandi) a più alta concentrazione di fascisti presente in India, alla notizia della caduta del Duce non seguì un sentimento di depressione bensì vi fu l’intensificazione di tutto quanto fosse fascista con slogan e hurrà per il duce. In questi campi, dopo il primo shock quindi, continuava a esserci la stessa paura del terrore fascista di prima <143. A Yol, invece, il clima era ben diverso e l’armistizio sembrava diventato l’occasione per consumare delle vendette: si erano, infatti, verificati dei pestaggi di fascisti e la voglia di vendetta per le passate umiliazioni sembrava lungi dal cessare.
Dallo spoglio delle lettere uno degli elementi che le relazioni composte dai britannici ci permettono di appurare, è la trasformazione, apparentemente sorprendente, di quasi tutti gli ufficiali superiori in antifascisti provetti, manifestata sia nelle lettere alle famiglie in Italia che nei comportamenti nei campi. Le ragioni di tali comportamenti le vedremo meglio in seguito. Di converso, le reazioni degli ufficiali inferiori erano assai più variegate: alcuni si dichiaravano antifascisti, altri disinteressati alla politica, altri ancora sentivano ancora ammirazione nel Duce, visto come l’uomo che aveva salvato l’Italia dopo la prima guerra mondiale <144.
Alla notizia dell’Armistizio, nella truppa c’era un generale clima di depressione. Numerosi ufficiali chiedevano di rendersi utili collaborando con gli Alleati dividendo la loro disponibilità su tre opzioni: combattere contro i tedeschi dalla parte degli Alleati; combattere ovunque e contro chiunque dalla parte degli Alleati; offrire le loro professionalità civili dove richieste.
Dopo l’armistizio italiano, molte migliaia di prigionieri presenti in India furono dirottati altrove a causa della crisi alimentare presente nel subcontinente. Per Moore e Fedorowich la missione si concludeva con alcuni chiaroscuri: alcune tecniche impiegate per la propaganda sui prigionieri italiani in India sarebbero state affinate negli anni successivi per la propaganda ai pows tedeschi; tuttavia la missione aveva raccolto un numero relativamente basso di prigionieri antifascisti disposti a combattere e lavorare. Per quanto riguardava la segregazione dei fascisti, essa era andata avanti in via frammentaria e non si era realizzata del tutto. Gli scopi della Missione non erano stati realizzati pienamente, poiché la missione del PWE non aveva poteri esecutivi, ma solo di consulenza <145. Nel capitolo successivo risponderemo più accuratamente che cosa avrebbe provocato presso gli ufficiali italiani di Yol la propaganda britannica e il tentativo di sottrarre il potere ai capetti fascisti.
122 NA FO 939/400, Propaganda Notes for London No. 24 dated 27th. April 1943.
123 NA FO 898/112, Cudbert John Massie Thornhill, Report for July, cit.
124 NA, FO 939/370, comunicazione No. 28201/1/1, Lieut. Colonel A. Hathaway, EMPLOYMENT OF ITALIAN PRISONERS OP WAR IN ORDNANCE WORKSHOPS, 1 agosto 1942.
125 NA, FO 898/110, Major F.R. Boyall – Captain J. Gauld, Report to visit to Camp 401, Delhi Cantt., on 26 Mar 43, 27 marzo 1943.
126 NA, FO 939/370, [s.n.], SECRETARY OF STATE, 28 maggio 1943.
127 La cerimonia è narrata dettagliatamente in NA, FO 898/323 nel libretto Italia Redenta. Cerimonie, cit. Il libretto era composto in italiano e inglese, per ovvi scopi propagandisti.
128 Ibidem.
134 NA, FO 939/370, il riferimento è la comunicazione MC 2370 del 20 maggio da Landforces a Detarmindia
135 Ivi, comunicazione a Eden del 3 giugno 1943.
136 Cfr. ivi, R.A.D. Brooks, Ref. P(G) 1549, 29 giugno 1943.
137 Ivi, comunicazione 13/e/PWE/GSI del colonnello A.C. Johnston a R.A.D. Brooks del 22 giugno 1943.
138 Cfr. la testimonianza del maggiore degli Alpini Carlo Calcia in Italia Redenta, cit. L’intero articolo è pubblicato per intero anche in De Gasperi, cit.
139 NA, FO 898/400, Propaganda Notes for London, No.21. dated 25th. February 1943, For Brigadier BROOKS from Colonel THORNHILL.
140 Ivi, Propaganda Notes for London. No.22. dated 16th. March 1943.
141 Ivi, Propaganda Notes for London. No. 24 dated 27th. April 1943.
142 Cfr. NA, FO 939/398, POLITICAL WARFARE EXECUTIVE. MINUTES OF A MEETING HELD IN THE CONFERENCE ROOM. P.W.E. OFFICES, BUSH HOUSE, ALDWYCH, W.C.2., 22 luglio 1943. L’incontro era presieduto da R.A.D. Brooks, Deputy Director-General del PWE.
143 NA, FO 898/400, Ian M. Dron, Propaganda Notes for London. No.28 dated 27th.August ’43.
144 Ivi, Propaganda Notes for London. No. 29 dated 30th September, 1943.
145 Bob Moore – Kent Fedorowich, British Empire, cit., pp. 129-30.
Salvatore Lombardo, Politiche di propaganda britanniche e storie di prigionia italiana tra Egitto e India, Tesi di dottorato, Università di Pisa, Anno accademico 2011-2012

Yol (India): alcuni prigionieri italiani al lavoro nelle baracche di un campo. Dal libro di A. Petacco, cit. infra. Imagine qui ripresa da tesi cit. infra

Il campo di Yol
India, tuttavia, non vuol dire solo lotta per l’indipendenza: per molti soldati italiani significava dura prigionia sotto gli inglesi. Il tentativo di evasione più clamoroso, da diventare addirittura leggendario, si registrò nel campo di Yol, nell’alto Punjab indiano, a 1200 metri di altitudine. Ne furono protagonisti il tenente di vascello Camillo Milesi Ferretti, comandante del sommergibile Berillo, il capitano delle armi navali Elios Toschi e il tenente di vascello Luigi Faggioni. Lo stesso Toschi racconterà la sua avventura nel libro autobiografico In fuga oltre l’Himalaya.
Milesi e Toschi erano due camerati che avevano già provato due volte a fuggire: prima da Geneifa e poi dalla stessa Yol, da dove erano riusciti a raggiungere Bombay sperando di trovare rifugio presso l’ambasciata giapponese. Ma l’ <<alleato>> nipponico non si era fidato e aveva chiamato la polizia che li aveva arrestati davanti alla porta chiusa. Un altro loro folle tentativo era fallito sempre a Yol (avevano allestito una rudimentale mongolfiera che però non si sollevava da terra). Finalmente i due, a cui si era unito il Faggioni, scapparono il 18 Aprile 1942 grazie a tre complici che, all’appello, si fecero contare due volte. Il loro progetto era superare la catena himalayana, raggiungere l’Afghanistan e da lì la Turchia.
Travestiti da indiani e impratichiti del dialetto urdu, i tre fuggiaschi vissero un paio di mesi insieme ai pastori del luogo, dormendo in luride capanne e mangiando ranocchie. Ma il capo pastore non tardò a scoprire che si trattava di militari ricercati dagli inglesi e, per tacere, impose loro un singolare ricatto: avrebbero dovuto compilare per lui una <<lettera di presentazione>> da poter esibire ai giapponesi quando questi avrebbero liberato l’India dalla dominazione britannica. Fu accontentato.
Nell’attesa che il disgelo aprisse il valico montano, i tre discussero e forse litigarono per divergenze d’opinioni. Milesi, infatti, decise di lasciare i compagni per dirigersi da solo verso Goa, la colonia portoghese neutrale. Gli altri due proseguirono il viaggio verso la Turchia, accompagnati da una guida indiana. Alla fine di giugno, sopraggiunto il disgelo, superarono stremati un valico a 5100 metri d’altezza. Ora, davanti a loro, i colossi dell’Himalaya, stretti attorno al leggendario Tibet, si stendevano a perdita d’occhio, ma di certo non era il caso di ammirare il panorama. Ripreso il cammino, giunsero in un villaggio abitato da indù e musulmani e qui scoppiò un disastro imprevisto. L’indù che li ospitava scoprì che le scatolette con cui si cibavano i due italiani e di cui lui stesso si era cibato contenevano carne di vacca, e per lui era un sacrilegio. Gli sforzi del Faggioni per convincerlo del fatto che si trattava di una <<mucca occidentale>> -che non aveva corna e che non dava latte- si rivelarono inutili e i due furono cacciati di casa. Nel villaggio, come detto, vivevano anche i musulmani, i quali vennero in aiuto dei due forestieri credendo si trattasse di <<fratelli dell’Islam>>. Tuttavia la faccenda si fece più complicata quando pure questi scoprirono che non si trattava di correligionari ma di cristiani.
Infine, non solo la guida indù, per non compromettersi, se l’era data a gambe, ma anche i musulmani erano nel frattempo venuti a sapere che si trattava di fuggiaschi ricercati e che sopra di loro pendeva una taglia di cinquanta rupie: qualcuno chiamò la polizia e Toschi e Faggioni dovettero vedersela con un ispettore che li arrestò e li rispedì a Yol.
Dopo la lunga assenza, i due rientrarono tristi ed avviliti al campo, ma i compagni avevano in serbo per loro una sorpresa. In Italia, lo spezzino Luigi Faggioni era stato decorato di medaglia d’oro alla memoria per un’impresa da lui compiuta il 26 marzo 1941 a Suda, nell’isola di Creta, dove aveva affondato un incrociatore britannico avventandosi contro di esso con un barchino esplosivo <74.
74 ARRIGO PETACCO, Quelli che dissero no. 8 Settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2011, pp. 118-119
Maria Sofia Rebessi, Il ruolo dell’India nell’Asse. Simboli, uomini e donne nel secondo conflitto mondiale, Tesi di Laurea, Università di Pisa, Anno accademico 2015-2016